Il Mercato dell’arte spiegato agli ignoranti come me

Il Vuoto
Il Vuoto

Come ho già affermato non sono né un critico né un esperto d’arte. Forse conosco un po’ la fotografia, ma nemmeno troppo. Mi interessa, come fruitore, la bellezza, questo sì. Ho opinioni su cosa mi sembra bello e cosa no. Ho anche opinioni sulle emozioni che mi suscitano certe visioni e altrettanto sui contenuti di un’opera o semplicemente di un volto o di un paesaggio. E amo molto la logica, che mi aiuta a vedere le cose con chiarezza, o almeno così mi sembra.

Nell’arte ci sono oggi in generale, a mio modo di vedere, due livelli di fruizione. Il primo è quello che riguarda un gruppo molto eterogeneo di persone che va dai curiosi agli appassionati, passando per gli stessi artisti, per arrivare a designer, architetti oppure semplicemente cittadini che intendono divertirsi o vedere idee nuove. Un target trasversale, con diversi livelli culturali.

Il secondo livello è quello del sistema: artisti-critici-gallerie-istituzioni-collezionisti-investimenti.

Questo secondo livello è ormai collaudato e ben congegnato, radicato e dendritico. È spesso costituito da professionisti che sanno il fatto loro e hanno le idee chiare sugli obbiettivi che intendono perseguire e raggiungere.

Si tratta di un sistema, in ultima analisi, finanziario che ha solo marginalmente a che vedere con l’arte. Questo accade oggi proprio in virtù delle dimensioni enormi che ha raggiunto e di tutti gli attori che vi partecipano i quali, come ho già detto, sanno il fatto loro. I primi della serie sono artisti giovani con buone idee che si programmano la carriera e, per una serie di meccanismi complessi, ma spesso riconducibili a uno standard ormai collaudato, si trovano ad avere caratteristiche che permettono a critici affermati di “lanciarli”. I critici vengono ascoltati dalle gallerie che espongono gli artisti suggeriti, i quali, grazie a ulteriori critiche positive, raggiungono quotazioni alte in breve tempo. Quotazioni che possono raggiungere le decine di migliaia di euro, per arrivare, a volte agevolmente e in breve tempo, anche ad alcune centinaia. I collezionisti le acquistano e così pure le istituzioni d’arte. Il gioco è fatto. Con un’opera d’arte si “costruisce” un bene rifugio che interessa il mercato non solo dell’arte, ma anche finanziario. Anzi le “opere” diventano come assegni circolari, che oltretutto possono viaggiare liberamente in tutto il mondo. Sono uno strumento finanziario internazionale come un altro. Guai a toccare questo sistema, per la semplicissima ragione che dove girano molti soldi girano anche figuri non sempre limpidissimi, banche, finanziarie, holding e persino mafie. Può essere anche pericoloso.

Succede anche che le situazioni siano delicate poiché non è detto che quotazioni alte raggiunte rapidamente tengano nel tempo. Può anche accadere che un artista molto quotato oggi non lo sia più diciamo tra due o tre anni. Il che mette in tensione i collezionisti, ma ovviamente non solo, bensì anche tutto il sistema di gallerie, mercanti e istituzioni. In sostanza una situazione complessa, piena di interessi.

In ogni caso i “prodotti” artistici che vengono venduti hanno ormai un rapporto con la vera Arte, quella che esce dalla mente e dal cuore, molto relativo. Un artista quotato può essere molto valido o meno, ha un’importanza relativa. Ma soprattutto un artista quotato non è affatto detto che riesca ancora a parlare alla mente e al cuore delle persone del gruppo precedente, quelli che fruiscono dell’arte solo perché alla ricerca di bellezza e di emozioni.

Questo sistema ha lo sgradevole effetto collaterale di uccidere la pluralità artistica, per la semplice ragione che artisti, per così dire, “non quotati” in questo sistema, faticano a sopravvivere poiché non riescono a vendere. In quanto, essendo i collezionisti ormai svenatisi in quelli che pensano possano diventare le loro pensioni d’oro o semplicemente le loro furbe speculazioni, non hanno nemmeno più la testa per pensare ad acquistare altre cose di valore nominale inferiore. Soprattutto perché nessuno ha detto loro di comprarle.

O meglio, accade che certi collezionisti acquistino autonomamente, secondo le proprie intuizioni e gusti, ma è relativamente raro e non è sufficiente per creare un mercato significativo e pulito. In pratica gli artisti fuori dal sistema finanziario faticano, poi resistono, poi languono e alla fine sono costretti, per sopravvivere, a fare altro.

In ogni caso sarebbe interessante che anche il sistema istituzionale si umanizzasse e assumesse un atteggiamento totalmente diverso con il mondo dell’arte e con la cultura in genere e persino con la gente. Invece gli attori di questo sistema si arroccano sulle loro posizioni che non mollerebbero nemmeno per salvare la mamma. Troppo redditizio, troppo potente, ormai troppo lontano dal cuore. Oltretutto in Italia c’è un fattore in più: il provincialismo. Questo fa sì che, tra le altre cose, attori dell’arte italiani possano fare poco di più che eseguire quanto loro dettato da altri paesi come per esempio i soliti: Germania e Stati Uniti, i veri piloti di tale situazione. Infatti quando ho contestato le opere di Ostrowski nessuno, né l’ufficio stampa della Sandretto Re Rebaudengo, né quel gentiluomo di sesta categoria del direttore di Flash Art sono stati in grado di argomentare contro. Hanno dovuto limitarsi a spiegarmi banalmente che quell’artista è “osannato” all’estero e ambito da tutte le gallerie, sempre all’estero. I re di sudditi così sono sempre all’estero. Oltre che finanziarie sono operazioni di “colonizzazione culturale”. Tale colonizzazione culturale, tra l’altro, viene perpetrata ulteriormente dagli ultimi nei confronti dei fruitori delle mostre, facendo credere di “fare cultura”, così da poter usufruire anche di denaro pubblico di enti e fondazioni.

Nel caso del mio articolo “Sconsolarte” dove esprimo un’opinione personale su queste cose che si ostinano a chiamare arte è interessante notare alcune cose. Gli schiavi di questo meccanismo perverso non sono affatto disposti a mettere nemmeno una virgola in discussione. Avessero la capacità di aprire un dialogo dimostrerebbero di essere puliti e liberi. Se un grande artista vuole provocare dovrebbe essere contento di qualsiasi reazione suscitata. Al contrario si sono inviperiti e hanno manovrato in modo che il giornale mi impedisse l’accesso a un blog che tengo da cinque anni, con un certo successo, e oscurasse la pagina che recava un articolo che ormai circola comunque liberamente in rete (adducendo motivazioni legate al linguaggio, ma chiaramente molto più legate alle difficoltà con i contenuti schietti e veritieri). Era una mossa che avevo ampiamente previsto. Mi aspettavo questa totale mancanza di etica. Interessante anche come abbiano dimostrato la loro debolezza, grazie a un nessuno qualsiasi come me che li ha messi in crisi. Come un pezzetto di pietrisco finito per caso nei loro ingranaggi. Ingranaggi che macinano dai 20.000 a, talvolta, 250.000 euro a opera e anche oltre.

Tutto quanto descritto, alla luce della situazione deplorevole in cui versa almeno la metà del genere umano e, oltretutto, in un paese, il nostro, dove un discreto numero di persone fatica seriamente ad arrivare a fine mese, diventa inaccettabile. In pratica e non sul piano retorico.

Bene. Ho scritto cose che tutti sanno, ma vale la pena ricordarle ogni tanto, come se fossero quattro banalità della vita quotidiana. Ricordarle è importante per la semplicissima ragione che questo schifo deve finire. E bellezza, arte, cultura, anche gusti e opinioni, non sono di pertinenza di nessuno in particolare, men che meno di una élite, ma di tutta l’umanità, nessuno escluso. E fruire della bellezza istintivamente, senza bisogno di qualcuno che ti spieghi cosa vuol dire una cosa e cosa vuol dire l’altra, quanto vale questo e quanto vale quell’altro, è un diritto umano.

28 pensieri su “Il Mercato dell’arte spiegato agli ignoranti come me”

  1. E’ sempre un piacere leggere i tuoi scritti . Apprezzo la tua capacità di essere obiettivo e schietto nei confronti di un sistema ormai monopolizzato . Nella speranza che qualcosa cambi ,ti auguro buon lavoro.
    Complimenti ancora .

  2. Appunto! E con il tempo che ci vuole per far conoscere i lavori, fuori dai canali istituzionali e fuori dalle varie “grazie di Dio”, un artista fa in tempo a morire di fame, si dedica ad altro e dopo morto diranno che bei lavori gli artisti italiani… E’ sempre stato così, però almeno gli artisti affermati fino a tutto l’800 erano oggettivamente bravi. Le loro produzioni erano “oggettivamente belle”. Quello che infastidisce e che dopo Manzoni, se gli addetti ai lavori lo affermano, anche la “merda d’artista” è bella! … Per carità, Manzoni un Genio …

  3. Ho letto con gran piacere il tuo primo articolo e leggo con altrettanto piacere il secondo. Complimenti per il coraggio che hai nello scrivere cose che molti pensano e non osano nemmeno dire. Come sai io faccio parte di quei perplessi che amano l’Arte ma che spesso si domandano se si trovano di fronte ad un’opera che si può definire “Arte” oppure se è meglio non definirla.
    Concordo quindi con il tuo punto di vista e continuerò a cercare emozioni nell’Arte, anche realizzata da emeriti sconosciuti.
    Mi raccomando: guardati le spalle d’ora in avanti… :)
    Enrico

  4. Benvenuti nel mondo reale! Tutto condivisibile, certo. Ma da che mondo è mondo, questo non è solo il sistema dell’arte. Io faccio “mobili contemporanei di design”, l’azienda è giovane e piccola, ma con una sua identità ben definita e apprezzata (da chi la conosce). I miei competitor sono aziende da 50-80 milioni di fatturato, con ampia capacità di investimento in comunicazione: è ovvio che il mercato sia monopolizzato da questi brand. A noi restano solo le piccole nicchie, i grandi progetti ci sono preclusi. Non è una questione di qualità, ma solo di forza. Quando ho iniziato il mio lavoro ero un outsider (e lo sono ancora) e ingenuamente mi sono detto: se fai un bel prodotto, disegnato bene e realizzato col massimo della qualità, allora piacerà sicuramente e tutti lo vorranno comprare, Ben presto ho imparato che il prodotto è solo una delle componenti del successo commerciale e spesso non è nemmeno la più importante! D’altra parte siamo gli eredi di un mondo che per troppi decenni ha preferito trasferire ricchezza piuttosto che crearne con un onesto lavoro, con il “prodotto” appunto.
    Comunque, se le può essere di qualche consolazione, quando ancora compravo quadri, perché avevo qualche soldo da spendere, ho sempre scelto le opere perché mi piacevano e mai su suggerimento del gallerista.
    Un saluto, Filippo Dell’Orto

    1. Grazie, ma non ho bisogno di consolazione poiché non sono affatto triste. Bensì incazzato. E la mia incazzatura è motivata da quanto già spiegato nell’articolo e che ribadisco. E’ la situazione sociale che non può più permettersi di accettare tutto questo. Io lavoro nel sociale in Brasile e vedo gente che non mangia e bambini che a 12 anni lavorano, armati, nel narcotraffico (maggiori info su http://www.parationg.org e su diversi miei articoli). In Italia siamo ormai nei pasticci seri e va così in tutto il mondo, o quasi. Che questo sia il mondo reale è opinabile. Questo è il mondo che ci siamo scelti e io scelgo ora di non accettarlo più. Cambiarlo? Non mi faccio di sicuro illusioni, ma contestarlo e combattere le ingiustizie sì. Lo faccio perché mi da gusto e mi ci diverto. Solo con individui che non accettano più il no come risposta c’è un barlume di speranza. L’atteggiamento qualunquista dei pessimisti che si ritengono “realisti” non lo prendo nemmeno in considerazione. Sono un combattente.

  5. Sottoscrivo in pieno le tue parole.

    A me sembra che sia proprio una modalità del sistema dell’arte e non solo. Il mercato esige pochi che arrivano alle sue vette, mentre tutti gli altri non devono contare nulla, esattamente come nel mercato del lavoro. Solo così può fare businnes. Spingendo al massimo e fuori da ogni logica che non sia quella mercantile i propri protagonisti, il mercato riesce a costruire un’attenzione speciale attorno a loro.
    Il mercato dell’Arte non può sostenersi che così, è figlio diretto del sistema economico. Come giustamente dici tutto questo c’entra poco con la produzione di cultura e Arte intesa come stimolo e crescita culturale.
    Riviste come FlashArt sono completamente organiche al sistema dell’Arte, vivono e guazzano nelle sue pieghe.

    E poi chi è veramente esperto e capace di un giudizio che non sia condizionato?
    I vari critici, curatori e galleristi sono veramente esperti nel giudicare un opera per i suoi contenuti comunicativi? O sono solo esperti in quello che riusciranno meglio a piazzare, ovvero a quello che il mercato digerirà meglio e con maggior profitto?

    Purtroppo è così, sono pessimista, non credo che cambierà qualcosa a breve.

    Buone riflessioni a tutti.

  6. bella analisi, vera. Lo star system é il carburante del mercato dell’arte e segue o imita i meccanismi della finanza, con tanto di bolle, speculazioni e tanto agiottaggio legalizzato. Avevo scritto tempo fa da qualche parte sullo “strano” meccanismo del sistema dell’arte che batte carta moneta, ne autocertifica il valore, ne monopolizza la distribuzione e ne fa lobbying. E’ un sistema che crea un’aristocrazia/oligarchia artistica che concentra su pochi “eletti” (non nel senso elettorale, ovvio) la ricchezza; e gli artisti sono quasi sempre (e sempre più) attori secondari perfettamente intercambiabili, a meno che siano arrivati ad incarnare il brand vincente in se stessi, il che ha potere contrattuale, quindi ben integrati e più vicini alle cabine di guida del potere. (e proprio la “sinistra” per molti anni ha monopolizzato questo sistema artistico aristocratico e, in fondo, “di destra”.)
    Per questo invito tutti a credere nell’arte e ad andarla a cercare altrove che sotto i grandi riflettori: il discorso vale anche per i grandi “classici”. Ricordo molti anni fa una visita ad Amsterdam, museo Van Gogh bellissimo, era estate, immerso nel verde con pochi spettatori, e si potevano guardare decine di lavori meravigliosi con calma. Pochi anni dopo grande mostra Van Gogh: gli stessi quadri e altri in più. Grande evento mediatico, code infinite, flusso obbligato e impossibilità di apprezzare. Mi sono chiesto: ma quanti di queste migliaia di visitatori sarebbero andati lo stesso a vedere gli stessi quadri in condizioni infinitamente migliori se non ci fosse stato il Grande Evento? Ben pochi, credo. E aggiungo che non é certo così che si crea l’amore, la comprensione insomma non é così che si danno chance agli artisti e all’arte. Che vivano gli spazi dove si pu`ò fruire grande arte fuori dalle folle e dalle masse. Non é con i numeri del successo che nutre la creatività artistica. Quindi ripeto: cercare l’arte ovunque, nelle piccole gallerie, negli angoli delle strade, certo spesso anche nei musei e nelle grandi gallerie.
    Insomma andare per funghi non é andarli a comprare al supermercato.

  7. Grazie Mauro per essere riuscito a fare un’analisi così cruda, ma al contempo così reale della situazione drammatica in cui versa il mercato dell’arte. La sottoscritta e gli artisti che da molti anni cerco di promuovere e valorizzare attraverso il mio lavoro, una passione, trasformata in attività, oggi diventata una vera e propria missione, non possono che esserti grati. Ho chiuso una galleria perché non ho mai accettato di “affittare le pareti”. Purtroppo i piccoli galleristi attuano queste modalità operative per poter sopravvivere. Io mi rifiuto, voglio continuare ad occuparmi e a far conoscere solo l’arte, compresa quella minore, che a mio giudizio trasmette bellezza ed emozione. Per tutto questo sto pagando un prezzo piuttosto alto, né io né i “miei” autori sopravviviamo con il nostro lavoro. Credo che noi, sostenitori del primo livello di fruizione, dovremmo continuare a dire la nostra e, magari, a boicottare con la nostra assenza acclamate e/o alternative fiere d’arte, spesso organizzate da sedicenti curatori che ambiscono a far parte del sistema remunerativo e attuano una selezione dei partecipanti con criteri a dir poco ambigui (ma questo è un altro capitolo….)

    1. Buongiorno Cristina, rispondo ora poiché ho visto solo ora il commento. Grazie, Anch’io vivo nel sottobosco, ma va benissimo così, probabilmente è molto + divertente. Senza contare che chi, come noi, crede nelle emozioni e nella bellezza prima che nel denaro, vive fondamentalmente una vita più profonda. Senza dubbio si tratta di una presunzione mia, d’altra parte la mia forte sensazione è che sia proprio così. Grazie. un abbraccio.