BR-101 – TRANSBRAZIL

BR-101. TRANSBRAZIL

Testo: Mauro Villone – Foto: Mauro Villone dove non diversamente specificato

Rio de Janeiro – Maranhao – Rio de Janeiro

Guardare l'orizzonte come lo farebbe l'artista di una foresta perduta

Guardare l’orizzonte come lo farebbe l’artista di una foresta perduta

Traversata del Brasile

Un viaggio di circa 50 giorni da Rio de Janeiro al Maranhao e ritorno. Incontri e situazioni sono stati tali e tanti da indurmi a pensare di farne un libro digitale. Oltre 10.000 chilometri. Qui mi fa piacere iniziare a pubblicare uno stralcio che non è che una minima parte del più ampio resoconto/guida a cui sto lavorando.

Resoconto generale

Il Brasile è il quinto paese più grande del mondo, con una superficie di oltre 8,5 milioni di chilometri quadrati. Più di 28 volte l’Italia. Un paese di eccessi e contraddizioni, con caratteristiche molto peculiari e, nonostante sia predato da ormai 500 anni, ancora ricchissimo. Una ricchezza che risiede in parte nell’estensione stessa del territorio, con miniere, pascoli, foreste, legnami pregiati, bestiame, coltivazioni, bellezze naturali, ma anche artigianato, design, cultura, varietà etnica e, da ormai quasi una cinquantina d’anni, industrie, come quella automobilistica, e molte altre. Più recentemente ancora è diventato una fucina energetica grazie a petrolio, idroelettriche, centrali nucleari, parchi eolici e biomasse. Impossibile percorrerlo tutto in una volta sola. Noi ci siamo cimentati in un viaggio di quasi novemila chilometri che da Rio de Janeiro ci ha portati fino al Nord, nel Rio Grande do Norte. Con un viaggio così ci si può in parte rendere conto di quale sia la realtà del paese. Essendo più interessato alla natura e alle tradizioni non mi sono soffermato troppo sulle grandi città, dove si concentrano le realtà industriali. Lo sviluppo tecnologico e industriale ha portato senza dubbio miglioramenti sul piano sociale ed economico, ma ha anche dato un duro colpo alle tradizioni culturali e agli antichi modi di vivere che caratterizzano il paese. È rimasto ancora molto, ma il Brasile di oggi non è più quello di dieci o venti anni fa. Rimane comunque ancora un paese con una forte identità e con un patrimonio culturale e popolare ancora estremamente vivace. Lo stesso dicasi per le ricchezze naturali e paesaggistiche. Nonostante la devastazione della foresta amazzonica, del “mato grosso” e della “mata atlantica”, la natura è ancora la grande padrona, con foreste tropicali e palmeti giganteschi, pascoli a perdita d’occhio, spiagge incontaminate.

Diecimila chilometri sono davvero tanti, e così anche il tempo passato in auto. Le strade sono difficili, spessissimo mal tenute specie nei pressi dei grandi centri, dove sono anche enormemente più trafficate. Ma ne vale la pena poiché con un mezzo proprio, totalmente indipendenti, si possono scoprire angoli di paradiso, luoghi totalmente al di fuori dai circuiti turistici. Si può acquistare artigianato interessante, frequentare i veri posti del Brasile “on the road”, i pontos de gasolina (stazioni di servizio), dove si fermano i camioneros a mangiare e dormire. Si può scegliere dove dirigersi e dove dormire, a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma soprattutto godere in continuazione di un paesaggio maestoso. Ed è proprio da qui che intendo cominciare.

Amore eterno

Amore eterno

Perché farlo

In primo luogo per vagabondare per l’immensità. I paesaggi sconfinati che si attraversano sono mozzafiato e rendono conto al viaggiatore di quanto il mondo sia in realtà ancora largamente spopolato. Senza dubbio molto più comodo percorrere un itinerario simile in aereo a tappe e visitando area per area. Ma non avrebbe niente a che vedere con la reale possibilità di scoprire a fondo la vera essenza dell’interior del Brasile più autentico, i villaggi e le città non toccate dal turismo, le aldeias indie, le foreste, i pascoli sconfinati, persino i posti di rifornimento. Per centinaia di chilometri si può essere soli e vedere nient’altro che foreste, pascoli, palmeti a perdita d’occhio. In poche parole il fascino della vita on the road.

Col proprio mezzo si è inoltre molto più autonomi. Anche se si tratta davvero di una piccola impresa, visto che talvolta gli spostamenti sono impegnativi, anche di 5-600 chilometri da un punto all’altro, su strade non esattamente ben tenute. Ma ne vale la pena.

Gli straordinari paesaggi mutano lentamente, ma si possono passare ore senza incontrare nessuno, immersi nel verde, tra foreste, acquitrini, coste incontaminate. Quotidiani sono gli incontri lungo la strada con personaggi di ogni tipo, il popolo brasiliano è uno dei più solidali e amichevoli del pianeta. Qualsiasi brasiliano ti saluta calorosamente quando ti incontra e quando si congeda, anche se l’incontro è durato poche decine di minuti. Quasi tutti ti abbracciano calorosamente (proprio come a Torino). La solitudine in Brasile non esiste. O forse sì, ma di un tipo completamente diverso da quella conosciuta in occidente.

Il mio viaggio attraverso tutto il Brasile, senza mete prefissate, credo abbia surfato su onde sincroniche. Poiché ovunque mi capitasse di fermarmi trovavo invariabilmente ad aspettarmi qualcuno che non conoscevo (e che mi sembrava di avere già visto) col quale potevo trovare ospitalità o, ancora più spesso, amicizia, dialogo e informazioni su argomenti di carattere sociale e antropologico che sono quelli che mi interessa di più approfondire sul piano giornalistico e fotografico. Smettevo ogni tanto, per fare un esperimento, di decidere la direzione da dare all’auto per finire sempre e invariabilmente in situazioni di forte impatto psicologico e umano. Ma qui non posso che sintetizzare il più possibile, poiché il fenomeno si è rivelato pressoché continuo e ricco di dettagli sorprendenti. Mi servirà fare un libro digitale sia fotografico che di testo, di questi 60 giorni attraverso il paese, cosa che non avevo affatto in mente di fare. Non so se questo mio breve racconto sia pertinente e di interesse per qualcuno oppure no. Comunque: Buona sincronicità a tutti.

Penedo

Penedo

Il percorso

La BR-101, la direttrice principale, corre ad alcuni chilometri dalla costa, e il mare non si vede. È possibile costeggiare per tratti anche lunghi su strade secondarie, a volte anche più confortevoli.

L’arteria principale invece, a volte trafficata e a volte deserta per ore, al di fuori dei centri urbani, è un continuo saliscendi, tra foreste e pascoli a perdita d’occhio. I pascoli, con tratti di foresta, fiumi e acquitrini, sono magnifici, ma in realtà sono quello che rimane dalla totale devastazione di ciò che era, secoli orsono, la “mata atlantica”, la foresta pluviale tropicale di cui era ricoperto il vastissimo territorio brasiliano dalla costa fin nell’interno a centinaia di chilometri.

Itinerario attraverso i centri principali: Rio – Vitoria – Ilheus – Salvador – Maceiò – Recife – Natal – Rio

Molte le digressioni per raggiungere villaggi e spiagge sulla costa o cittadine nell’interno.

Villaggi sonnecchiosi

Villaggi sonnecchiosi

Tappe

Rio – Rio de Janeiro

Anchieta – Espirito Santo

Itaunas – Espirito Santo

Caraiva – Bahia

Trancoso – Bahia

Ilheus – Bahia

Itacaré/Piracanga – Bahia

Salvador – Bahia

Pirambù – Sergipe

Japaratinga- Sergipe

Bahia da Traiçao – Alagoas

Pipa/Natal – Rio Grande do Norte

Sao Bento – Rio Grande do Norte

Fortaleza – Cearà

Sao Luis – Maranhao

Cedral – Maranhao

Ritorno

Bahia Formosa – Rio Grande do Norte

Olinda/Recife – Pernambuco

Maragogi – Alagoas

Proprià – Alagoas

Cachoeira – Bahia

Valença /Pratigi – Bahia

Trancoso – Bahia

Sao Mateus/Ilha Barra de Aranhem – Espirito Santo

Santa Teresa – Espirito Santo

Farol de Sao Tomè – Rio de Janeiro

Buzios – Rio de Janeiro

Rio

 

Amore libero

Amore libero

Un viaggio e un racconto onirici

(Estratto del più ampio racconto che pubblicherò nel libro)

I paesaggi e le persone incredibili, le lunghe ore passate in auto con la propria colonna sonora, rendono questo viaggio come un sogno. Ma anche un vero e proprio spaccato sociopolitico di un mondo che, nella sua meraviglia, è spietato con chi ha meno capacità o voglia di affondare gli artigli.

I pascoli sembrano infiniti. Servono per gli armenti di un popolo di cavalieri, ma soprattutto di gente abituata, come negli Stati Uniti e in Argentina, a mangiare molta carne. Questo significa costi enormi in termini di territorio che così non può essere destinato all’agricoltura. Ma non basta. La maggior parte dei pascoli è di proprietà di pochi latifondisti. Proprietari terrieri ricchissimi che non sono altro che ministri, sottosegretari, assessori e personaggi pubblici o privati che detengono le redini del potere nel paese. In larga misura corrotti. Sono anni che il Brasile aspetta una riforma agraria che non avviene mai. Chi dovrebbe farla sono gli stessi padroni che guadagnano dallo status quo che si protrae da decenni. Tale situazione contribuisce a mantenere nella povertà e nel disagio milioni di persone che non possono coltivare la terra, con conseguenti altri problemi di approvvigionamento di cibo per tutto il paese. Tra questi milioni di persone si trovano i “sem terra”, poveri servi della gleba che non avrebbero altra possibilità che coltivare, mentre non possono fare nemmeno quello. Anch’essi, con le loro baracche di paglia, legno, lamiera e plastica, sono una delle caratteristiche del paesaggio, e non è infrequente incontrarli ai cigli delle strade o all’interno delle foreste, dove vivono in accampamenti di fortuna. Coltivano la canna da zucchero, spesso anch’essa di proprietà di latifondisti, o piccoli orti, oppure il cacao. Spesso si ribellano, organizzando manifestazioni che bloccano il traffico, e spesso sono uccisi dai proprietari terrieri o dalla polizia, come accade per lo più in Amazzonia. La situazione è molto tesa, ma sono amichevoli con chi si avvicina loro con rispetto. Il seguente è il racconto di un mio incontro con due di loro.

 

Incontri nel Maranhao

Incontri nel Maranhao

La Laguna Incantata

La realtà territoriale brasiliana non è ben conosciuta da tutti al di fuori del paese. Si tratta di uno dei territori più ricchi del mondo. Da quando venne “scoperto” (qualsiasi archeologo può spiegare come fosse già abitato 10.000 anni fa) nel 1500 fino all’inizio del secolo scorso è stato saccheggiato senza pietà dagli europei. Oggi non c’è più nulla da predare, se non forse ancora sesso dalle ragazzine, ma il territorio è ancora ricchissimo di minerali, petrolio, coltivazioni e legname. Si tratta però, rispetto agli inizi, di rimasugli. La foresta atlantica è ridotta dell’85%. Le immense foreste lungo la lunghissima costa sono niente in confronto a ciò che vi si trovava all’inizio. Oggi, pur in paesaggi magnifici, si trovano coltivazioni di legnami, caucciù, cacao, caffè, ma soprattutto pascoli a perdita d’occhio. Si tratta dello sfruttamento industriale del passato, inizialmente proprietà di ricchissimi latifondisti e oggi…proprietà di altri latifondisti. Non è cambiato nulla: i ricchi padroni dell’epoca coloniale nel XX secolo hanno lasciato il passo ai colonnelli, i quali, quando crepano, sono sostituiti dai politici corrotti di oggi, proprietari di quasi la totalità del territorio a pascolo del paese. I ricchi, si sa, amano mangiare carne. Si tratta di una produzione antiecologica poiché per produrre lo stesso quantitativo di proteine animali e vegetali le prime richiedono molto più spazio e più energia. Se i pascoli devono lasciare il passo a qualcosa d’altro lo faranno nei confronti delle biomasse destinate alla produzione di biocarburanti, come canna da zucchero e soia. In sostanza lo sfruttamento intensivo del territorio, che gli indigeni chiamano Madre Terra, non viene meno. E mentre i ricchi e grassi politici corrotti si fanno venire il cancro rimpinzandosi di carne, i poveracci “sem terra” devono accamparsi dove capita con baracche di fortuna, coltivare appezzamenti dimenticati, essere usati come servi o aspettare che il governo federale, bontà sua, dia prima o poi loro un appezzamento che avrà dovuto espropriare ai latifondisti, politici di quello stesso governo. La sostanza è che i sem terra si trovano seriamente nei pasticci, dovendo fare fronte agli attacchi, talvolta letali dei proprietari terrieri, spalleggiati dalla polizia. Sembra inventato, ma è la verità e la gente crepa. Può capitare di incontrarli in baraccopoli ai cigli delle strade del nordeste o nelle foreste. Altre volte può succedere, per la strada, in villaggi o paesi che manifestano per i loro diritti. Sono molto sul chi vive, rischiano seriamente.

Risalendo verso nord nello stato di Bahia, dopo Ilheus, sulla strada che attraversa quella che è conosciuta come la Costa del Cacao, si incontra a un certo punto, un grande cartello che indica a sinistra, nella foresta, la Laguna Incantata. Non resistetti. Pensavo si trattasse di un laghetto a pochi chilometri. Solo dopo molto tempo su sterrato accidentato nella boscaglia mi resi conto che mi trovavo di fronte a qualcosa di diverso. Ogni tanto mi imbattevo in qualche baracca, fino a quando, otto chilometri prima di arrivare alla laguna, mi sono fermato di fianco a una sorta di accampamento di baracche di fortuna di legno e paglia, ricoperte di teloni di plastica, all’interno di un recinto. Sul grande cancello all’entrata sventolava una bandiera: “Movimento sem Terra”. Presi la macchina fotografica, scesi ed entrai nel recinto. All’interno c’erano due persone che vi lavoravano. Chiesi se potevo fare alcune foto. “Perché?” – fu la risposta di uno dei due. L’altro invece, che non vedevo poiché dietro una delle baracche disse: “Fallo entrare, fallo entrare. Accomodati amigo, come se fossi a casa tua”. Capii subito che si trattava del capo del gruppo. Dal volto interessante e lo sguardo intelligente, zoppicava un po’, aiutandosi con un bastone. Mi raggiunse e mi strinse la mano. “Questo pezzo di terra ci è stato dato dal governo. Raccogliamo il cacao nella foresta, lo lavoriamo e lo vendiamo – mi disse – ma è durissima. L’ideale sarebbe riuscire a produrre qui il cioccolato, come fanno altrove. Qui ci vivono quasi settanta persone, uomini, donne, bambini e anziani. Per noi è pericoloso poiché è accaduto altrove che i fazenderos (i proprietari terrieri – n.d.a.) hanno ucciso alcuni di noi. Anche se il territorio ci è stato affidato dal governo non c’è alcun controllo e dobbiamo tenere alta la guardia per difenderlo e per difendere la nostra incolumità. Vai alla laguna amigo, penso ti piacerà molto”.

La laguna è in realtà un lago, davvero incantato, incastonato tra bassi rilievi ricoperti di foresta. Accompagnato in barca da gente del luogo si possono raggiungere delle cateratte spettacolari. Il lago è pulito e molto pescoso. Intorno ci vive una comunità che sembra essere totalmente fuori dal tempo. Un posto dove ci si potrebbero tranquillamente passare alcuni mesi in meditazione. Si trova nello stato di Bahia, forse in un’altra dimensione.

 

Antonio. Un leader del movimento sem terra

Antonio. Un leader del movimento sem terra

Bahia

Lo stato di Bahia è uno dei più produttivi, floridi, evoluti, pittoreschi e ricchi di storia del Brasile. Dovessi consigliare una meta preferenziale in Brasile sarebbe questa. Salvador, la capitale dello stato, che fu la prima capitale del Brasile, è ormai una metropoli, con gli annessi pericoli di tutte le metropoli del mondo. D’altra parte il Pelourinho, il centro storico, sebbene certamente non abbia più l’atmosfera afrocoloniale di un tempo, è straordinario e ancora magico. Ma il meglio di Bahia si trova nei piccoli villaggi, nelle fazendas del cacao e del tabacco, soprattutto nelle persone. Moltissime comunità hanno conservato a tutt’oggi usanze e tradizioni antiche che qui, proprio grazie alla tecnologia e al conseguente miglioramento della comunicazione, si sono rinnovate e rivitalizzate.

Nel nostro percorso, dopo un’immersione totale in paesaggi mozzafiato, fatti di decine di chilometri di spiagge deserte, capanne di sem terra, pascoli e foreste, raggiungemmo, dopo una lunga deviazione su sterrato accidentati, il villaggio di Piracanga.

 

Un tuffo nella laguna incantata

Un tuffo nella laguna incantata

Piracanga

Un villaggio sperimentale ecologico-spirituale sulla incredibile costa di Bahia, Brasile

Ho scoperto l’esistenza di Piracanga grazie a una conoscente di Rio de Janeiro che era stata lì tempo fa. Come molte altre interessanti iniziative culturali creative si trova nello stato di Bahia, in Brasile. Dopo un brevissimo soggiorno e alcune letture (esiste un libro al riguardo) mi permetto di dare una descrizione il più possibile sintetica del posto, senza certamente la pretesa di essere esauriente.

Piracanga è un villaggio che, come forse molte altre cose nella vita, è nato prima in un sogno e poi si è concretizzato nella realtà. Il luogo si presentò in sogno ad Angelina, una operatrice olistica portoghese, dieci anni fa. In un viaggio in Brasile, passando con suo marito olandese dove ora sorge il villaggio, riconobbe il luogo del sogno, un paradiso tropicale difficilmente accessibile. Non ho potuto fare a meno di notare l’origine dei primi protagonisti di questa strana storia, una portoghese e l’altro olandese. Discendenti di coloro che, proprio in questi luoghi, centinaia di anni fa, massacrarono centinaia di migliaia di indios.

L’idea era la seguente. Angelina e suo marito si erano resi conto che, nella civiltà occidentale, il loro lavoro olistico non aveva continuità, poiché dopo le terapie la gente non aveva possibilità di sperimentare più a fondo certi stili comportamentali e di vita. Decisero così di realizzare, nel luogo del sogno, un villaggio sperimentale che desse la possibilità di vivere con continuità i principi della meditazione, dell’alimentazione naturale, del contatto con la natura, della vita creativa. Costruirono così le prime “ocas”, così si chiamano le capanne indie circolari. Oggi, dopo nove anni, ocas e casette sono numerosissime. Alcune sono abitate da chi vive ormai perennemente al villaggio, altre sono affittate a viaggiatori, altre a chi partecipa ai corsi e ai laboratori in loco o a volontari. Altre ocas, tutte sparse nella foresta di palme in un territorio abbastanza vasto prospiciente l’oceano, servono per la cucina comunitaria, per riunioni e laboratori. Alcune di esse sono di notevoli dimensioni e sono allestite per corsi vari e per le sedute plenarie di meditazione. Una delle attività fondamentali è la lettura dell’aura, la quale si apprende con una serie di stage molto approfonditi e molto profondi, che rivoltano come un calzino i partecipanti. Ma le attività sono molto numerose e letteralmente chiunque può proporne una, la quale verrà vagliata da una commissione interna che, se la reputerà consona agli obbiettivi del progetto, la ospiterà, insieme al proponente, al villaggio.

Molta attenzione è posta anche nella salvaguardia del territorio con riciclo di materiali sia organici che inorganici e coltivazioni in permacultura.

A Piracanga ci sono anche diverse famiglie, bambini e ragazzi. Quindi c’è anche una scuola e persino una università olistica, che è in attesa di un riconoscimento ufficiale da parte del governo. Durante il giorno, in settimana, si sentono volare le mosche, poiché tutti sono impegnati nelle attività, molto serie, che vengono portate avanti. Solo nel tardo pomeriggio e nei fine settimana tutti si divertono nel paradiso tropicale che si trova di fronte all’Atlantico, nel palmeto con il fiume e la spiaggia.

Sebbene io non abbia certo troppa inclinazione a organizzazioni e comunità, non ho avuto la sensazione di settarismo e di eccessiva rigidità organizzativa. Ognuno a Piracanga può farsi anche i sacrosanti affari suoi. Tant’è vero che ci sono singoli, gruppi, coppie e famiglie che vivono nel territorio del villaggio, partecipando ad alcune delle attività comunitarie, ma vivendo sostanzialmente la propria vita per conto loro. Tra questi una interessante coppia di milanesi che da decenni lavorano anch’essi nel settore olistico. Vanno e vengono dal villaggio per tutto il mondo per tenere corsi, terapie, laboratori e conferenze.

Il luogo è esageratamente bello, con uno spazio comunitario tra le palme che digrada verso la spiaggia oceanica. La comunità locale di indios è coinvolta nel progetto con collaborazioni varie e con la vendita di loro prodotti in un mercatino che ha luogo una volta la settimana. Ma rimando al sito e al libro per chi avesse voglia di approfondire tutte le attività proposte e la loro filosofia. Con tutto ciò non voglio certo dire che si tratta del paradiso hippy soluzione di tutti i mali, anzi, problemi ce ne sono eccome, come in tutte le organizzazioni e dove ci sia condivisione di intenti e quotidianità.

I villaggi sul mare poi non sono certo una novità. Lo stesso Club Méditerranée aveva cominciato con i tucul sulla spiaggia negli anni ’60 e oggi è quotato in borsa. La differenza sta nel fatto che in questo caso non si tratta certo di un’iniziativa superficiale votata solo al divertimento, bensì orientata alla ricerca dell’illuminazione e alla rivoluzione umana o comunque a uno stile di vita più consono alle necessitò profonde dell’essere umano. Piracanga è un posto dove la gente si sveglia alle quattro del mattino per fare meditazione e poi lavora fino a sera, anche fin troppo per i miei gusti.

Potrebbe anche essere visto come una buona idea di marketing radical-chic, su questo non c’è dubbio. Soggiornare lì non è caro, ma nemmeno troppo a buon mercato, e anche i corsi non sono certo regalati, anche se d’altra parte è pieno di studenti e adulti ospitati per pochi soldi che propongono proprie idee, servizi e attività. Ci si può vivere anche in autonomia, costruendosi una casa secondo certi crismi ovviamente, acquistando un terreno, oppure affittandone una per lunghi periodi.

Si tratta insomma di un esperimento tutto da verificare, ma che a me pare estremamente interessante sul piano educativo, culturale, sociale e di qualità della vita. Di tentativi ben riusciti simili ce ne sono diversi in tutto il mondo. Nell’ultima edizione del nostro Turin Photo Festival avevamo anche proposto, in una delle ultime edizioni, l’interessante lavoro di un collettivo fotografico italiano, sulle comunità alternative nel mondo. Una risposta interessante, come altre, al disastro sociale che si sta verificando in Brasile e in tutto il resto del pianeta.

La sera in cui sono arrivato a Piracanga era quella della luna piena del Wesak, la più importante dell’anno per molte culture. Avevano organizzato una “danza circolare” intorno al fuoco, alla quale partecipavano brasiliani, portoghesi, spagnoli, indios, argentini, uruguaiani, italiani, olandesi e molti altri. Dopo un’ora di danze selvagge la luna ci si è presentata così, come nella foto. Si tratta di un fenomeno conosciuto come “aura lunare”.

Piracanga è per lo meno un esperimento interessante, senza dubbio molto profondo, se non fosse per le relazioni umane che vi si stabiliscono.

Per chi volesse approfondire: http://www.piracanga.com

 

La luna del Wesak a PIracanga

La luna del Wesak a PIracanga

Più a nord

Dopo due notti nel sorprendente villaggio raggiungiamo il ferry che attraversa la Baia de Todos os Santos per arrivare a Salvador, che utilizzammo solo come scalo tecnico, per arrivare, dopo un trasferimento lungo e impegnativo, a Laranjeras, città coloniale spettacolare e molto ben conservata, sia nelle architetture che nello stile di vita. Pernottammo poi, nel Sergipe, a Pirambù, uno di quei posti dove il turismo estero non ha ancora messo piede, nemmeno di striscio. Un villaggio assolutamente autentico, pochi chilometri a nord della enorme città, ormai industriale, di Aracajù. Spiagge lunghissime popolate di tartarughe a rischio di estinzione, le quali vengono seguite con estrema attenzione da un centro di biologia marina e dalla popolazione del luogo. Il giorno successivo passammo da Penedo, una città coloniale tra le più belle del Brasile, addirittura spettacolare. Dalla BR-101 meglio raggiungere prima Neopolis, coloniale anch’essa e vagamente decadente, tanto da farci sembrare di entrare in uno strano sogno ottocentesco. Da qui si prende il ferry che attraversa il mitico Rio Sao Francisco per arrivare a Penedo. La cultura fluviale delle cittadine dell’interno brasiliane è molto antica e profonda e conserva ancora molte caratteristiche del passato. Le vie fluviali, oltre che fonte di sostentamento, sono sempre state importanti vie di comunicazione, sulle quali si sono sviluppate un’economia e una cultura peculiari.

Da Penedo abbiamo raggiunto Marechal Teodoro, una bella cittadina coloniale fluviale anch’essa, dove ero già stato una quindicina di anni fa e che ho trovato in profonda trasformazione. Il Brasile dello “sviluppo” sta crescendo molto male, come non manco di sottolineare in numerosi miei scritti e, anziché dare cultura e opportunità di lavoro creativo, si impegna nel devastare con il cemento antiche architetture e dare opportunità di schiavitù, garantita dal credito al consumo. Qui abbiamo avuto modo di sperimentare la nostra razione quotidiana di sincronismo. Appena entrati in una cartoleria qualsiasi, poco dopo essere scesi dall’auto, ci è venuta incontro una ragazza brasiliana parlando in italiano, con la quale, come sempre, facemmo subito amicizia. Parlammo parlato a lungo con lei e il suo ragazzo argentino, mezzo indio, (io sono argentino per cittadinanza poiché parte della mia famiglia viene da lì). Avevano avuto esperienze simili alle mie. Parlammo di meditazione, Yogananda, villaggi sperimentali, Armageddon, resistenza culturale. Loro hanno un’attività turistica i Bahia e probabilmente creeremo una partnership col nostro centro a Rio de Janeiro. Per la seconda volta nel viaggio fummo invitati a sperimentare l’Ayahuasca, l’allucinogeno sacro della cultura indigena. Cosa che, tra l’altro, accadde due mesi dopo il nostro ritorno a Rio insieme a sciamani indios dello stato dell’Acre, in viaggio a Rio de Janeiro.

Tappa successiva Japaratinga. Si tratta di uno dei villaggi su un tratto di costa meraviglioso. Nell’entroterra sopravvivono alcuni artigiani-designer, capaci di realizzare suppellettili per architetture di interni con diversi materiali vegetali, mentre sulla costa, oltre ai chilometri di spiagge tra palmeti, è possibile effettuare escursioni in barca alle straordinarie piscine naturali della barriera corallina. L’unica sera trascorsa a Japaratinga è stata interessantissima per la presenza sul luogo di una di quelle cose che si vanno purtroppo lentamente perdendo: un Circo acrobatico molto semplice e povero. Di proprietà di un anziano signore il circo passerà presto in mano a una singolare famiglia allargata di giovanissimi acrobati brasiliani che si esibiscono negli spettacoli e girano tutto il nord del Brasile per guadagnarsi da vivere. Gente straordinaria che ha scelto la libertà. Ragazzi giovanissimi, uomini e donne di bell’aspetto, alcuni dei quali già genitori e con i pargoli al seguito. Il circo era seriamente allestito e con spettacoli non cruenti e acrobatici con tori e altri animali. Ma lo straordinario era l’atmosfera fuori dal tempo di tutto il gruppo, dell’accampamento, del tendone, delle luci e degli stessi circensi. Di incontri al di fuori del tempo in queste contrade del Brasile, per fortuna, se ne possono ancora fare parecchi, non tutto è perduto amici.

 

La spiaggia delle tartarughe

La spiaggia delle tartarughe

Baia da Traiçao

Uno dei tanti angoli dimenticati (per fortuna) della costa brasiliana. Il nome, che significa baia del tradimento, deriva tanto per cambiare da uno degli innumerevoli eventi storici nei quali portoghesi e olandesi non persero occasione di massacrare indigeni. Le spiagge e la foresta retrostante sono magnifiche. Ancora più interessante l’essersi imbattuti in un artista indigeno che vive nella foresta e realizza pezzi d’arte straordinari con materiali che gli vengono regalati dalla natura, come cocco, legno, foglie, rami. Ma di sicuro non mancano molte altre attrattive, come l’artigianato, la vita locale ancora tradizionale, escursioni incredibili nella natura, incontri straordinari con indigeni e artigiani. Sapessi cosa fare per salvare questi paradisi lo farei. Purtroppo temo che siano altamente a rischio, a meno che non si verifichi a breve una totale inversione di tendenza.

Da qui a Natal il passo è breve. Si fa per dire, visto che sono ancora decine di chilometri lungo una costa, bellissima, ma che, avvicinandosi alla metropoli, è sempre più devastata da una crescita edilizia selvaggia e totalmente insensibile alla Terra.

La zona di Natal è conosciuta per avere, a nord e a sud della città, un litorale magnifico, sempre più a rischio, caratterizzato da dune di sabbia enormi. A sud di Natal è molto nota la località balneare di Pipa, invasa da turisti spesso inconsapevoli, ma fondata a suo tempo da un gruppo di intellettuali e ancora oggi centro di incontro per attività artistiche e culturali. Da qui a Natal si può percorrere (se dotati di 4X4), come abbiamo fatto noi, un lungo tratto di litorale su sabbia.

Da Natal ci si può dirigere verso nord e nordovest. Di qui iniziano a diradarsi gli insediamenti turistici. Si ritroverà il turismo di basso profilo e di puttanieri solo molti chilometri più a nordovest, a Fortaleza. Nel mezzo, centinaia e centinaia di chilometri di costa selvaggia e di villaggi addormentati nel sogno caldo ed equatoriale di un paesaggio di una bellezza impossibile. Unico problema l’avanzamento del progresso il quale, come sempre, anziché portare cultura e servizi, distrugge costumi e tradizioni, ma soprattutto porta violenza e crack negli angoli più nascosti.

Uno dei più grossi problemi del Brasile (e di tutto il mondo) è la diffusione sempre più capillare (e velocissima), anche in comunità rurali, di droghe devastanti e di violenza, che si radicano nei vuoti lasciati dalla perdita delle tradizioni e della trasmissione di valori antichi.

 

Lavorazione della manioca nel Maranhao

Lavorazione della manioca nel Maranhao

São Bento

Estremo nord del Rio Grande do Norte

Sull’immenso litorale a nord di Natal noi abbiamo scelto, dopo molti chilometri di sterrato e di dune di sabbia, di fermarci a São Bento, straordinario paesino di pescatori sul mare. Qui le sterminate coste selvagge sono rese ancora più pazzesche proprio dalle barche in legno dei pescatori, costruite ancora con i metodi tradizionali. Nel retroterra, con un fuoristrada, si possono percorrere chilometri di dune di sabbia dorata. Il paesaggio, spesso desertico, in alcuni punti è deturpato dalle gigantesche pale rotanti di interi parchi eolici che contribuiscono a lenire in parte l’ossessione del governo brasiliano per l’energia.

In questi villaggi si può ancora respirare comunque l’atmosfera di un Brasile molto antico. Nell’entroterra non è infrequente imbattersi in corse di cavalli di cowboy brasiliani, che vivono ancora di una florida economia rurale, legata alla terra e agli animali. Un mondo che si va trasformando rapidamente, ma che mantiene intatte alcune usanze. A São Bento, come in moltissimi altri villaggi si può ancora vivere in pace. La speranza è quella che il turismo, in avanzata lentissima, rimanga discreto e consapevole, rispettando l’antico e portando consapevolezze nuove.

Olinda

Olinda

IL RITORNO

Sulla via del ritorno abbandonammo l’idea di seguire un percorso nell’entroterra più profondo per diverse ragioni. La prima in assoluto è l’incremento, grazie alla penetrazione della droga, delle possibilità di assalto sulle strade. Inoltre senza dubbio la costa permette di visitare posti più ameni. Abbiamo rimandato ad altra occasione un viaggio nell’interno che si presenterebbe estremamente interessante. Tra le altre cose è possibile visitare un sito archeologico, scoperto di recente, che ha retrodatato a 10.000 anni fa la presenza di Homo Sapiens in Sudamrecica, ma percorrere il profondo Brasile può essere pericoloso e massacrante ed è necessario organizzare al meglio il viaggio con un progetto dedicato. Optammo così per il ritorno sempre sulla BR-101, fermandoci in località trascurate nel tragitto di andata e con frequenti deviazioni. È così che finimmo a Baia Formosa, non distantissima da Pipa, ma molto meno turistica. Il villaggio si trova su un terrazzo geografico con vista sulla magnifica baia. Da qui, in fuoristrada, sono numerosi i percorsi su sabbia a dune, che si inoltrano in aree selvagge per chilometri e chilometri.

Seconda tappa: la straordinaria città coloniale di Olinda, magnificamente conservata, patrimonio dell’UNESCO. Ci si perde nelle stradine antiche tra case coloniali multicolori. Moltissimi gli atelier di artisti e di artigiani. Una città culturale che perpetra la sapienza antica.

Anche qui, come tutti i giorni, un incredibile incontro “sincronico”. In uno degli store di artigianato incontrammo una commessa che incredibilmente era una ragazza proveniente dal Sertão e non solo dallo stesso paese, ma della stessa strada a poche case di distanza, dove vive Lourdinha, l’artigiana che per moltissimi anni, realizzò i pizzi a mano per Lidia, la mia compagna, e sua mamma Giuliana. Conosceva benissimo Lourdinha e rimase molto impressionata dalla singolarità dell’incontro. La rincontreremo nel prossimo viaggio, nel quale abbiamo in programma di raggiungere, tra le altre località, proprio il Sertão, per rivedere Lourdinha.

A Olinda, tra molte sistemazioni interessanti, abbiamo scegliemmo  una splendida magione coloniale riadattata a pousada. Straordinaria.

Tappa successiva Maragogi, uno dei tanti paesi sulla costa, ma con la caratteristica di trovarsi in una zona dove sopravvivono alcuni artigiani di grande valore.

Ma è a Proprià che ritornammo in contatto con l’antica cultura fluviale del mitico Rio São Francisco. La cittadina è ancora vivace, nonostante la perdita della presenza di molti prodotti artigianali, via via sostituiti dalla plastica e da quanto prodotto a bassissimo costo dallo schiavismo cinese. Sono però rimasti il lungo fiume e molti negozi ed esercizi autenticamente brasiliani.

Ma la sorpresa più grande fu Cachoeira, cittadina coloniale del Reconcavo, zona dell’interno di Bahia, alle spalle della Baia de Todos os Santos. Il Reconcavo è un’area fertile e verde, che da secoli è stata utilizzata per la produzione del tabacco, un’altra delle risorse di Bahia. Tale attività, che impiegò nel passato moltissimi schiavi, fu la causa del sorgere di importanti comunità afrobrasiliane molto legate alla misteriosa religione del Candomblé. Cachoeira è, insieme ad altre cittadine della zona, un centro culturale ancora di grande rilievo per questo tipo di tradizioni e per il samba di Bahia. Sempre grazie allo scorrere del nostro viaggio su linee sincroniche qui incontrammo ………… una signora di 86 anni afrobrasiliana, cantante, ballerina e compositrice di Samba. Dirige un centro culturale nel quale ci imbattemmo l’unica sera trascorsa sul posto. Assistemmo e partecipammo a danze tradizionali in costume, legate al samba locale. Un incontro straordinario che forse produrrà altri frutti. Il centro di Cachoeira, barocco coloniale, è patrimonio dell’UNESCO.

Abitata in massima parte da discendenti degli schiavi, portati forzatamente qui dai fazenderos per produrre il tabacco per i ricchi di tutto il mondo del XVIII e XIX secolo. La cultura africana qui è penetrata in profondità. Qui la musica africana ha influenzato profondamente la formazione del Samba, ma ha mantenuto forti connotazioni originali. Musica e danze sono autonome, ma comunque profondamente legate al Candomblé, religione antichissima di matrice afro, e ad altri culti africani, sincretizzati anche con il cristianesimo.

Gli abitanti di Cachoeira praticano, per lo più il venerdì e il sabato sera, cerimonie di Candomblè. Eravamo arrivati nel tardo pomeriggio di venerdì, si pensava dunque di poter potenzialmente partecipare a una cerimonia, anche se sarebbe stato molto difficile così su due piedi.

Pioveva e giravamo in auto per la cittadina alla ricerca, non semplicissima, di un posto dove mangiare. Il luogo non è ancora, per fortuna, troppo turistico, e forse non lo sarà mai. Vedemmo un locale pittoresco con le luci accese e gente davanti. Campeggiava la scritta “Casa de Roda de Samba”. Ci fermammo, scendemmo dall’auto e ci avvicinammo, chiedendo a un tizio sulla porta se quello fosse un ristorante. “No, non lo è” – fu la risposta – “aspetta però, io non sono di qui, ti chiamo un responsabile”. Arrivò un giovane signore, dalla carnagione molto scura, con il solito, inutile dirlo, atteggiamento estremamente cordiale e accogliente di tutti i brasiliani. Ci spiegò che si trattava di un’iniziativa culturale locale da lui organizzata e ci invitò a partecipare. “Quanto costa?”. “È gratuito”. Alle 21 e trenta eravamo lì. Nemmeno un altro viaggiatore oltre a noi. Non era certo la prima volta che ci capitava. Come ho già spiegato il 90% delle volte che arrivo in un posto durante un viaggio, incontro quasi subito qualcuno che non conosco (e che mi sembra di avere già visto) il quale mi introduce in situazioni locali spesso inaccessibili. In luoghi dove non sono mai stato prima in vita mia e dove non conosco nessuno, ma dove dopo dieci minuti mi sento letteralmente come a casa.

Un folto gruppo di persone in costume stavano danzando appassionatamente un samba, di matrice profondamente africana, ipnotico e ritmato. Le donne, da giovanissime a molto anziane, nel tipico costume bahiano, con le ampie gonne bianche e il turbante in testa. Dopo un bel po’ iniziarono a ballare in cerchio, coinvolgendoci. Una signora molto, molto anziana, bella e dalla carnagione scurissima, continuava a guardarmi con insistenza. Mi venne un forte groppo alla gola. Aveva un’aria familiare, pur non avendola mai vista, dal momento che ero arrivato sul posto tre ore prima.

Le danze durarono a lungo, alla musica del samba. Solo dopo il rituale cominciammo a parlare con loro. Pensavamo che la signora fosse una Mãe do Santo, ovvero una leader del Candomblé, mentre invece apprendemmo che era una leader del gruppo di danza, che conta quasi cinquanta persone. Mentre il tipo che ci aveva invitati a partecipare continuava a ripetere di essere stato a Registro. Tanto per intenderci un agglomerato di poche case, nello Stato di São Paulo, molte migliaia di chilometri più a sud. Un posto nemmeno segnato sulle carche stradali, tipo le case sparse delle nostre campagne. Ebbene si trattava esattamente del luogo sperduto dove la famiglia della mia compagna aveva avuto, anni orsono per un breve periodo, una fazenda.

La signora si chiama Dalva Damiana. Dalva per i brasiliani è il nome della stella del mattino, Venere. Dalva non è una Mãe do Santo, ma si definì Irmã da Boa Morte, Sorella della Buona Morte, celebrata da queste parti il 15 agosto. Il giorno, nella cultura cristiana, dedicato alla Madonna, nel quale la nonna materna (devota alla Madonna) della mia compagna morì. Poche ore prima in auto, durante il lungo tragitto, senza sapere cosa ci stava aspettando, avevamo curiosamente parlato proprio della sua antenata e della tradizione della Boa Morte. Inoltre, mentre visitavamo con uno dei responsabili del luogo la Casa da Roda do Samba, dove vivono in comunità come una famiglia, ci imbattemmo in una statua di Sant’Antonio, a cui mio padre è devoto per tradizione familiare, così come la nonna paterna della mia compagna. Nel giorno dedicato a Sant’Antonio, data di nascita di mio padre, il 13 giugno (perché così desiderava accadesse mia nonna), il gruppo di Dalva celebra un rituale speciale. Ma non finisce qui. L’ultima danza che celebrarono era guidata da un brano musicale molto poco noto, che i genitori della mia compagna cantavano in continuazione e che parla di un viaggio nel Minas Gerais, stato del Brasile che confina con quello di Rio de Janeiro. E dove il padre della mia compagna lavorò per molti anni.

Coincidenze curiose o forse, io credo, segnali di un qualche tipo, anche se non ho né la minima idea di cosa possano significare e nemmeno a cosa possano servire. Coincidenze che, sommate a tutte le altre mi danno continuamente l’impressione di muovermi come in una rete che crea relazioni insospettate tra persone, cose, animali, luoghi, su tutto il pianeta e, probabilmente, anche oltre. O perlomeno, questa è la mia sensazione. Il mio atteggiamento è quello di grande apertura e di profondo abbandono alle linee sincroniche. Non saprei spiegare cosa questo significhi, ma in generale, ormai da anni, vengo portato in posti e situazioni per me in qualche modo importanti, utili soprattutto a produrre espansione di coscienza sul tessuto misterioso e imperscrutabile nel quale siamo avvolti.

La sensazione generale, alla luce di quanto hanno rilevato di recente Fritjof Capra, un grande fisico teorico e altri come lui, è esattamente quella di sentirsi come immersi in un agglomerato di energia (che quando si addensa si manifesta come materia) non casuale, bensì prodotto (o sognato come ritengono aborigeni australiani, indiani e di altre culture) da un’intelligenza cosmica inimmaginabile.

Le mie piccole, ma frequenti esperienze, le quali si presentano davvero in continuazione, mi fanno pensare che il lungo lavoro che ho fatto per riuscire ad abbandonarmi con fiducia all’inspiegabile e infinita danza di onde dell’universo sia servito. Con il risultato di vivere, non senza difficoltà senza dubbio (anzi), non come una banderuola al vento, bensì come un’onda armonica che senza dubbio produrrà in qualche modo, alla fine, la sua assonanza con milioni di altre.

Dopo una notte qui, passata in uno straordinario monastero antico trasformato in hotel, ripartimmo per un’altra cittadina fluviale: Valença, sulla foce del Rio Preto. Non troppo distante, verso sud, ci fermammo tre giorni in un resort immerso nella natura, a pochi chilometri dalla spiaggia incontaminata di Pratigi, un paradiso sopravvissuto che permette lunghe escursioni in fuoristrada su spiagge deserte. È possibile con questo sistema raggiungere villaggi sperduti dentro scenari che hanno dell’incredibile.

Sulla via del ritorno ripassammo da Trancoso, per fermarci solo una notte. Decidemmo poi di tirare per molte centinaia di chilometri fino allo stato di Espirito Santo. È difficile strappare cuore e anima da Bahia, ma le sorprese erano tutt’altro che terminate.

La tappa a São Mateus, sul Rio omonimo è sorprendente. Pochi chilometri a est della cittadina si trova, su un’isola collegata alla terraferma, la spiaggia di Gurirì, meta di surfisti e vacanzieri d’estate, a deserta in inverno. Ma la sorpresa più grande è a una quarantina di chilometri di sterrato a sud, dove incontrammo una spiaggia selvaggia, poco prima di una vasta area paludosa, periodicamente bonificata. Un paesaggio tanto bello da mozzare il fiato.

All’andata avevamo saltato gli stati di Espirito Santo e Rio de Janeiro, ritenendo che, cresciuti sul piano industriale e demografico fossero ormai devastati, invece non è così. Infatti, dopo Gurirì e moltissimi chilometri raggiungiemmo un posto defilato, sulla costa, a diverse decine di chilometri dalla direttrice principale: Farol de Sao Tomé. Una località retrò, caratterizzata da un Faro e da un assembramento di grosse imbarcazioni da pesca in legno e variopinte. Scoprimmo essere il più grande porto da pesca al mondo su sabbia. I barconi enormi vengono spinti in acqua, dalla spiaggia, da due pesanti trattori 6.000 di cilindrata. È qui che incontrammo uno dei proprietari del porto, un imprenditore avventuriero, con una sfilza di denti d’oro, coinvolto anche in attività di ricerca petrolifera. Ma non fu lui l’incontro più interessante. Bensì due pescatori che ci raccontarono storie inverosimili e intriganti. Non le riporto per la semplice ragione che sono talmente inverosimili che non vorrei denigrarli involontariamente, visto che invece io credo siano vere.

Da São Tomè lungo una costa sempre straordinariamente pittoresca, nonostante la città industriale e petrolifera di Macaé, raggiungemmo Buzios, splendida località di villeggiatura, resa famosa da Brigitte Bardot negli anni sessanta e oggi spietatamente turistica, ma ancora straordinaria. Da qui il tragitto per Rio de Janeiro è agevole, anche se non brevissimo, grazie a una ottima superstrada che collega le due località.

Il lungo viaggio in auto è molto impegnativo, ma le frequenti soste per osservare, fotografare, sgranchirsi, rifocillarsi rendono l’avventura straordinaria e

Sono stati molti di più gli incontri e le avventure. Li racconterò in seguito e/o sul libro che ho in mente di realizzare.

 

On the road Foto: Lidia Urani

On the road
Foto: Lidia Urani

Scheda tecnica

Km 10.720

Di cui km 950 su sterrato e sabbia

Tempo richiesto: 45/50 gg

Tappe: 15 ANDATA; 11 RITORNO

Tempo di percorrenza giornaliero medio: 250 km

Massima percorrenza giornaliera consigliata: circa 600 km

Velocità di crociera sulla BR-101: 120 kmh, con punte di 140/150

Mezzo consigliato; 4×4, senza dubbio, ma qualsiasi buona auto può andare bene, se si rinuncia a lunghe percorrenze su sterrato. Senza 4×4 impossibile affrontare dune di sabbia e spiagge.

Carburanti. Gasolina Comum e Aditivada. Meglio aditivada, costa poco di più. I mezzi brasiliani hanno inoltre possibilità di utilizzo di etanolo, bio-carburante, con un certo risparmio, ma prestazioni inferiori.

Avvertenze specifiche

La rete stradale brasiliana non è una meraviglia e il territorio è ancora in gran parte selvaggio. I brasiliani al volante sono tutt’altro che Senna e Barrichello.

1. Le lombadas, i dossi artificiali: occorre fare molta attenzione poiché spesso non sono ben segnalati e arrivarci sopra a 100 all’ora può essere devastante per il mezzo. Si trovano all’ingresso e all’uscita di qualsiasi centro abitato, anche minuscolo.

2. Evitare il più possibile di condurre al buio, ovvero prima delle 6 del mattino e dopo le 18.

3. Attenzione agli animali che possono attraversare dalla foresta.

4. Occhio a camion e altri mezzi, i brasiliani non brillano per correttezza stradale.

5. Può capitare di non incontrare assolutamente nessuno per decine di chilometri, ma qualsiasi difficoltà dovesse sopravvenire è impossibile che in Brasile non si riceva aiuto da qualcuno.

6. Nessun problema di rifornimento carburante o generi di conforto per il viaggio. Richiesta solo un po’ di attenzione ad essere riforniti nell’affrontare spostamenti su sterrato di una certa lunghezza.

7. Le strade sono in parte buone, ma per lunghi tragitti occorre attenzione poiché spesso d’improvviso si presentano buche e dissesti.

8. Il mezzo di trasporto deve disporre di un buon impianto stereo per stemperare le lunghe ore trascorse a bordo, ma anche per dare ai paesaggi incontrati la meritata colonna sonora con musica come Dio comanda.

Accessori consigliati

Oltre al vestiario e al normale necessario per un viaggio che tocca molte località di mare, con temperature medio-alte ed elevate, occorre portare alcune cose in più. Una amaca per ogni passeggero: può capitare di doversi arrangiare per dormire e comunque serve per riposare. Torce elettriche e candele di cera. Machete, in Brasile ce l’hanno tutti per molti usi, quindi meglio averne uno anche noi. Ombrellone. Attrezzi di ferramenta. Tanica per l’acqua. Borsa frigo. Coltelli multiuso.

Pernottamenti: in pousadas molto semplici, ma confortevoli. Può capitare di utilizzare qualche modesto hotel nei centri maggiori, ma anche pousadas per camionisti nei pontos de gasolina (le stazioni di rifornimento) o nelle stazioni dei bus di snodi importanti. Fondamentale portarsi l’amaca. Può capitare talvolta, per chi se la sente, di dormire tra due piante su una spiaggia o sotto una tettoia concessa da qualcuno. Affascinante e a costo zero. Basta farlo molto lontano dai grossi centri, che sono da evitare il più possibile poiché a rischio elevato di assalti, furti e violenza. Le città brasiliane sono ormai preda della delinquenza, del narcotraffico e della prostituzione. Nessun problema nei villaggi, anche isolati, (a parte alcune zone, di solito specificate sulle carte) e nelle piccole cittadine.

Il motivo per cui pubblico questo estratto e il libro che ne seguirà è anche perché sono interessato ad accompagnare nel viaggio, o anche solo in parti di esso, chi volesse conoscere davvero il territorio brasiliano.

In tal caso per info chi lo desidera può scrivere a: mauro.villone@gmail.com

Sul Rio Sao Francisco

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