Amazzonia. Resoconto di una prima immersione.

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Dire Amazzonia vuol dire molto sul piano geografico e culturale, ma pochissimo su quello pratico. L’Amazzonia è un territorio grande 22 volte l’Italia, quindi immenso. Il suo nome evoca epopee di colonialismo, esplorazioni, contatti con culture sconosciute, il più grande assembramento di alberi al mondo. Oggi, ahimè, porta anche alla mente il disboscamento selvaggio, tuttora in corso.

Il territorio è così grande da presentare situazioni di tuti i tipi. Si può andare da Manaus, la capitale, con due università, alberghi e locali di lusso, fino ai villaggi più sconosciuti nel folto della foresta. Vi si trovano zone disboscate, con fazende di allevamento del bestiame e fiumi giganti come il Rio delle Amazzoni, che si può percorrere anche in comode navi da crociera di lusso. Vi si trovano ancora moltissime aree sconosciute con piccoli fiumi che conducono a territori in parte inesplorati, in parte abitati da tribù che conservano al 90% antiche tradizioni, ma che hanno acquisito un minimo di tecnologia e di costumi dei bianchi. Quest’ultima situazione è quella in cui noi ci siamo immersi per 14 giorni. Un periodo volutamente limitato per un primo esperimento. Si è rivelata un’ottima scelta, visto che l’impatto con il mondo della foresta quasi del tutto incontaminata non è il più semplice da assorbire. Rimandando a prossime occasioni una descrizione più umanistica e poetica della straordinaria esperienza vissuta, qui mi limito a dare un resoconto più tecnico dei problemi logistici affrontati, in modo da dare un’idea delle difficoltà che si possono incontrare.

Acclimatamento

Per un europeo o un americano che arrivano dalle loro terre è consigliabile passare almeno 15 gg in città come Rio de Janeiro. L’impatto col clima amazzonico è troppo forte. Lo è anche per chi, come noi, arriva da Rio.

Le temperature sono elevatissime sotto il sole, con un altissimo tasso di umidità, mentre di notte può fare anche piuttosto freddo e umido.

L’aria è infestata da ogni tipo di insetti. L’alimentazione presenta difficoltà.

Trasporti

Il viaggio è lunghissimo. 15 ore dall’Europa al Brasile, con uno scalo. Da Rio a Brasilia 2 ore, da Brasilia a Rio Branco 3 ore e mezza. Da Rio Branco a Jordao, ultima frontiera con la foresta, 1-2 ore di aerotaxi. Da Jordao barca in legno o lancia in alluminio (ambedue a motore) senza nessun comfort. Il viaggio di risalita del fiume fino all’ultima aldeia può durare da 8 ore a 5 giorni, dipendendo fortemente dal livello di acqua del fiume. Se l’acqua non c’è in pratica si fa a piedi trasportando a spalle la barca.

Noi ci abbiamo impiegato 1 giorno e mezzo per risalire e 5 ore per ridiscendere (in condizioni particolarmente fortunate). Le tappe si fanno ospitati in aldeias lungo il fiume. Del tutto fuori discussione fermarsi nella foresta senza protezione. Assolutamente impossibile navigare al buio o farsi sorprendere dalla notte. Per dormire è necessaria amaca sollevata da terra, con zanzariera, sistemata su palafitta in legno. A causa degli animali.

Il fiume non è solo acqua. L’alveo è pieno di enormi tronchi trasportati dalla corrente. Il fiume si trasforma in continuazione. I barcaioli devono avere grande perizia ed esperienza. Un qualsiasi errore che ti blocchi nella foresta lontano da qualsiasi aldeia può essere fatale. Alcuni tratti di rapide o secca vanno percorsi a piedi.

Attrezzatura

Partendo dal contatto col suolo. Havaianas, stivali in gomma, croque (gli zoccoli di plastica traforati), scarpe da ginnastica. Il problema è, se piove, il fango onnipresente. Si scivola al punto che, oltre un certo limite conviene il piede nudo, più prensile. Inutili i calzini. Utile un bastone in legno.

Pantaloni bermuda, ma meglio lunghi per via degli insetti. Magliette, anche con maniche lunghe. Il corpo dipinto da Genipapu (pianta i cui semi producono un pigmento nero). È necessario come protezione sia psichica che pratica (non ne conosco le ragioni) e da Urucum (pigmento rosso).

Cappello. Cappa impermeabile per le frequenti piogge.

Per dormire amaca con zanzariera, collocata su palafitta in legno, come normalmente sono fatte le case nelle aldeias. Sacco a pelo leggero ma a mummia.

Per l’illuminazione candele, torce, lampada frontale (quest’ultima fondamentale). Accendino.

Coltello multiuso, coltello grande, machete. Un cucchiaio e una forchetta.

Sacchetti di plastica per proteggere tutto dalla pioggia. Anche sacchi per spazzatura. Uno o due teli 3 metri per quattro per ricoprire tutto quando piove. Sacchetti speciali per porre indumenti sottovuoto in modo da occupare poco spazio e mantenerli asciutti. Sacchi ermetici per attrezzature fotografiche e varie. Carta igienica e salviette inumidite.

Molte batterie fotografiche e altre batterie di lunga durata per ricarica.

Alimentazione

È il problema più grosso. Nella foresta c’è anche povertà, non miseria, ma povertà e si vive alla giornata. Gli indios mangiano praticamente tutti i giorni banana, manioca e qualche frutto. Talvolta un po’ di carne o pesce se caccia e pesca sono state fortunate.

Per un bianco è difficile. D’altra parte trasportare molte derrate è impossibile. In ogni caso ci si può portare pasta e riso, legumi secchi, un po’ di scatolame con sughi e pesce conservato. Magari un complesso vitaminico, cioccolata e barrette proteiche.

L’acqua è un problema grosso. Per brevi permanenze ci si può portare taniche o bottiglie. Per permanenze lunghe (oltre 10 gg) è necessario disporre di filtri. Noi abbiamo portato una bottiglia speciale che filtra persino l’acqua di pozzanghere infette, prodotta in Inghilterra e in uso presso l’esercito britannico.

Utilizzare acqua non filtrata anche solo per lavarsi i denti può causare diarrea o altre patologie.

Medicinali

La foresta offre molti rimedi. Ma meglio munirsi di antiinfiammatori, antibiotici, cerotti, vitamine, pomate, cortisonici. Necessari repellenti per insetti.

L’essenziale è non farsi male e non beccarsi nulla. Un problema serio può essere fatale a 2 giorni di barca più 2 ore di aerotaxi dal primo ospedale un minimo attrezzato raggiungibile.

La vita quotidiana

Gli indios lavorano parecchio. Gli uomini si occupano di costruzioni, fare legna, raccogliere piante, cacciare, pescare, condurre barche. Si occupano anche dei bambini. Le donne cucinano, tessono, raccolgono piante, preparano le piante per usi medicinali o per la pittura del corpo, si occupano della casa e dei bambini.

Stare nell’aldeia significa partecipare a queste attività con loro.

Viene dato anche largo spazio a riposo e relazioni sociali.

Si mangia tutti insieme in una delle palafitte preposta alla riunione alimentare. Quando il cibo è pronto tutti vengono chiamati con il suono di un corno ricavato fa un bambù o dalla corazza di un animale. Tutto viene condiviso. Mangiare da soli cose proprie semplicemente non esiste. La comunità è un unico organismo.

Si va a dormire presto e ci si alza prestissimo, anche alle 5 del mattino. A meno che non ci siano cerimonie serali o notturne, che sono l’aspetto più importante della vita in comunità nella foresta. In questo gli indios sono veri maestri, capaci di entrare e uscire a piacimento dal mondo degli spiriti. Sono profondamente spirituali e capaci di amare profondamente.

La vita spirituale

È il punto cruciale e il perno di tutta la comunità. Non solo, è anche il perno della sempre più intensa collaborazione tra indios e bianchi. Gli indios sono grandi e profondi conoscitori degli spiriti, della foresta, delle piante sacre, dei canti divini. L’argomento è così importante che non lo tratto qui, ma gli dedicherò largo spazio in altre occasioni dedicate. Gli indios e la foresta sono Amore.

Conclusione

Un’esperienza straordinaria, profonda e commovente. Ma soprattutto un cammino incantato di carattere spirituale. Al di là di ciò un’esperienza utile per uscire dalla maledetta “Zona di conforto” che uccide l’uomo tecnologico e di cui parlerò a breve in questo blog.

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