Chi sono io?

L’origine dell’uomo

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La storia della nostra era, quella degli ultimi 2.500 anni, come ci viene trasmessa è probabilmente in buona parte attendibile, essa raggiunge le pagine dei libri dopo un lungo cammino che parte dalla ricerca e l’analisi di dati archeologici e di documenti storici provenienti da transazioni commerciali, accordi politici, trattati e cronache di storici delle diverse epoche. Esiste però una parte della storia che è oscura poiché i reperti archeologici e i documenti non sono sufficienti per realizzare ricostruzioni attendibili. In questa parte di storia si trovano accadimenti che gli storici stessi riconoscono oscuri, come per esempio l’epopea degli Etruschi, mentre altri vengono furbescamente passati sotto silenzio, come per esempio quelli dell’origine delle popolazioni cosiddette barbariche che invasero quello che oggi è il territorio europeo dopo la caduta dell’impero romano, che si dice “provengano dalle steppe eurasiatiche” e della cui origine si sa molto poco. Come se “provenire dalle steppe eurasiatiche” fosse una spiegazione esauriente, e queste genti fossero spuntate a un certo punto sotto i cavoli tutte insieme.

La verità, molto semplicemente, è che delle vere origini del genere umano si sa ben poco a causa del fatto che i reperti più antichi sono relativamente pochi. La storia di popolazioni nuragiche, megalitiche, egiziane antiche e molte altre sono avvolte nel mistero. Un mistero che va da 3.000 a 10.000 anni fa e oltre, perdendosi nella notte dei tempi. Un periodo lungo cinque volte quello dell’era attuale, probabilmente ricchissimo e articolato, erroneamente etichettato come preistoria del quale di fatto si sa poco o nulla.

La nostra cultura, specie in quella che è l’educazione scolastica, da un grande rilievo alla storia più recente a partire dai greci e poi gli antichi romani, fino ad arrivare ai giorni nostri. Questo accade naturalmente, poiché, si tratta delle prime cosiddette civiltà che hanno avuto la cura di produrre documenti e formalizzare con diversi metodi il pensiero e l’analisi razionale, oltre ad aver lasciato numerose vestigia. Si chiamano civiltà poiché hanno concentrato in buona percentuale le proprie energie nello sviluppo delle città e dei centri urbani e hanno prodotto architetture, conoscenze e regolamentazioni sociopolitiche straordinarie e fondamentali. Ma già in quella che è l’educazione scolastica europea possiamo notare come, tanto per fare solo un paio di esempi, le incredibili civiltà del subcontinente indiano e della Cina non vengano nemmeno prese in considerazione. Potrebbe sembrare un dettaglio, ma la dice lunga su come il pensiero di giovani menti venga plasmato soltanto su un unico punto di vista, per gli europei, come abbiamo visto, quello greco-romano, seguito poi dalla storia della cristianità e in seguito della formazione e dello sviluppo degli stati nazionali.

In estrema sintesi, se uno non è un curiosone, come per esempio lo sono io, difficilmente andrà a scrutare cosa si trova in altre vicende e come vengono viste le cose da altri punti di vista. Sembra un dettaglio da appassionati, ma in realtà si tratta di un punto profondamente fondamentale, che può cambiare e di molto la vita di una persona e di interi gruppi e comunità.

Ma non basta. Sempre la nostra cultura, nella smania di evolversi e migliorare secondo il proprio punto di vista ha sempre guardato a popolazioni diverse come a qualcosa di più basso nella scala dell’evoluzione. I cosiddetti “barbari” erano visti e, soprattutto, dipinti, come esseri involuti, paragonabili a poco di più che scimmioni, i quali andavano prima civilizzati e, successivamente, cristianizzati, per permettere paternalisticamente e bonariamente anche a loro di eliminare il diavolo dalle loro tristi esistenze e, finalmente, accedere alle meraviglie della civiltà. Tutto sommato solo in tempi recenti ci si è resi conto che i “barbari” erano popolazioni di altissimo livello sociale e spirituale, come i Celti, i Toltechi e i Sami, per citare solo alcuni esempi di popoli sterminati e repressi senza pietà.

Ma non basta ancora. Questa smania di pulizia mentale e fisica, sempre secondo il punto di vista eurocentrico, ha portato nei secoli a sviluppare enormemente la razionalità, di cui i “barbari” secondo loro erano scarsamente dotati, a detrimento di tutta una serie di altre caratteristiche tipiche dell’universo e degli esseri viventi, come l’irrazionale, l’istinto, le emozioni. Ma questo lo vedremo più avanti. In ogni caso tale smania portò nel XVII e XVIII secolo prima alla istituzionalizzazione del pensiero razionale, realizzata ad opera di Cartesio e poi alla nascita dell’illuminismo il quale, finalmente, dava formalmente status di regina delle facoltà umane alla ragione, che ancora fino ad oggi è considerata l’unico mezzo per vagliare le osservazioni e l’analisi di qualsiasi cosa nell’universo, dalla vita quotidiana fino alle galassie e al nucleo dell’atomo. Nel corso degli ultimi secoli la “ragione” siccome è effettivamente una facoltà straordinaria e fondamentale è stata celebrata sempre di più, fino a diventare una vera e propria ossessione. Tutte le altre facoltà, come l’intuito, l’istinto, le percezioni extrasensoriali, le emozioni di ogni tipo, sebbene riconosciute, sono diventati i fratelli e le sorelle minori di questa regina incontrastata.

Mi verrebbe da dire: i risultati si vedono, ma troverei subito non qualcuno, bensì una pletora di sostenitori della razionalità che mi attaccherebbero dicendo, tra gli insulti, che non è certo a causa sua se il mondo si trova nella situazione di crisi attuale. E tutto sommato non potrei che essere d’accordo, poiché non è certo a causa della ragione che il mondo va a rotoli, bensì a causa dell’ossessione dell’uomo civilizzato per essa e del disequilibrio dovuto alla mancanza di sviluppo e valorizzazione di tutte le altre facoltà.

Xowá Tapuya Fulni-ô, nostro fratello nello Spirito.

Xowá Tapuya Fulni-ô, nostro fratello nello Spirito.

Ora spostiamo l’attenzione su un altro punto. La questione razziale. Nella sua ossessione per la ragione l’uomo bianco e civilizzato ha sempre considerato le popolazioni diverse da quella dominante come “barbare” e “primitive”. Nel corso degli ultimi secoli, a partire soprattutto dallo sviluppo dell’epopea coloniale, questa visione non ha fatto altro che rafforzarsi, non solo per bieche ragioni utilitaristiche, politiche ed economiche, ma anche perché effettivamente le popolazioni non europee con le quali gli europei venivano a contatto non avevano sviluppato così ossessivamente la ragione, per diversi motivi. Per esempio perché non era utile alla sopravvivenza nell’ambiente dove vivevano oppure perché queste popolazioni, al di là del necessario per sopravvivere, erano interessate molto di più ad aspetti dell’universo che potevano essere esplorati e vissuti con altre facoltà, delle quali magari la ragione faceva parte, ma era solo una di esse.

La cosa curiosa è che qualsiasi individuo realmente dotato di ragione e non solo ossessionato da essa può vedere come la ragione stessa, la mente, il razionale, tutto ciò che può essere visto e analizzato, debbano avere come contraltare la follia, il cuore, l’irrazionale, tutto quello che non può essere visto e magari si può solo sentire. Mentre tutto questo, grazie anche all’aiuto della religione imperante, è stato relegato in una posizione di inferiorità e, talvolta, addirittura negli inferi e i suoi sostenitori adoratori del diavolo.

Questo punto di vista imperante, tipico di una società razionalista, capitalista, maschilista, è tutt’altro che fuori uso, anzi si trova ancora in posizione dominante, anche se le sue fondamenta, per una serie di ragioni precise, stanno vacillando.

Di recente mi è capitato tra le mani un libro dal titolo molto interessante, La Grande Madre, scritto da Erich Neumann, filosofo, medico e psicologo ebreo allievo e collaboratore di C.G. Jung. A dispetto dell’interesse risvegliato dal titolo e dagli argomenti trattati che si riferiscono a un archetipo importantissimo, il linguaggio usato nel volume l’ho trovato astruso e supponente, ma al di là di questo è saltato alla mia attenzione come vi si parli dei “primitivi” come di esseri a un livello più basso dell’evoluzione, dotati di una coscienza meno sviluppata e meno consapevole rispetto a quella dei “civilizzati”, con un universo “inconscio” più ampio rispetto a quello di questi ultimi. L’ho citato solo a titolo di esempio, essendo tipico questo atteggiamento mentale nella letteratura di questo tipo, specie di quell’epoca, ovvero la prima metà del XX secolo. La prima pubblicazione del libro risale al 1956 ed è una pietra miliare nel settore. Larga parte di questo tipo di letteratura di quel periodo, sia essa di matrice psicologica, sociologica o antropologica, aveva un atteggiamento di questo tipo.

Non condivido per niente questo punto di vista palesemente razzista e culturalista ed ora andrò a spiegare perché. Se siete arrivati fin qua vi chiedo di avere pazienza e di arrivare fino in fondo, poiché qui viene il bello.

A partire dall’inizio degli anni ’60 del XX secolo, prima con la beat generation, poi con il movimento hippy, seguito dalla new-age, e infine dallo sviluppo del pensiero olistico, con lo sviluppo dell’interesse per l’India, le religioni orientali e la larga diffusione di scrittori come Aldous Huxley, Jack Kerouac,  Allen Ginsberg, William Burroughs, seguiti poi da Carlos Castaneda, Joan Halifax e molti altri, si è risvegliato l’interesse per “culture altre”, quelle dove la ragione occupa un posto sicuramente di rispetto, ma non prioritario rispetto ad altre facoltà umane. La meditazione prima, poi lo sciamanismo, seguiti da tutta una serie di altre attività come per esempio la danza afro, la musica etnica, la world music e infine la cultura olistica hanno cominciato ad assumere un posto sempre più importante nella cosiddetta “cultura alternativa”. In particolare l’interesse per lo sciamanismo, di cui il grande storico delle religioni Mircea Eliade fu un antesignano nella diffusione già dagli anni ’50, ha avuto sempre maggiore incremento, fino a diventare oggi una vera e propria moda, con i suoi risvolti sia positivi che negativi.

Curandero Indio (@lidiaurani)

Curandero Indio (@lidiaurani)

Il ritorno dei primitivi

Attualmente in tutto il mondo sta vivendo un momento di larghissima diffusione l’interesse per le culture native sciamaniche, spesso legate all’utilizzo di “enteogeni”, ovvero piante che possono indurre “aperture” di qualche tipo nella coscienza umana. Ma non solo. Ha avuto un grande incremento l’interesse, sempre esistito, per gli indiani americani con i loro canti e tamburi, e oggi, specie in paesi come il Brasile, da una dozzina di anni si assiste a un fortissimo movimento culturale nel quale artisti, ricercatori, studenti, intellettuali, esploratori spirituali, si stanno avvicinando fortemente a diverse culture indigene dell’Amazzonia e di altri territori del paese. Si sono strutturati veri e propri gruppi di aiuto logistico agli indigeni i quali a loro volta condividono con i non indios le loro tradizioni spirituali. A tratti quasi una moda, esportata ultimamente anche in altri paesi e continenti.

(Tenete duro poiché sto per arrivare al punto, ma era necessaria la precedente dettagliata introduzione).

Il fenomeno del “diventare di moda” è inevitabile proprio nella cultura capitalista-consumistica per ragioni molto ben illustrate nel libro “No Logo” di Naomi Klein, uscito oltre 15 anni fa e considerato allora il “vangelo” del movimento no-global. In particolare, ad esempio, i motivi per cui l’Ayahuasca (miscela di piante che possono “aprire” la coscienza su altri mondi) è diventata di moda in Europa, anziché essere considerata nella sua giusta ed equilibrata dimensione di medicina sacra, sono i seguenti:

  1. O una cosa non viene considerata o sfonda e diventa di moda.
  2. Esiste storicamente una morbosa ricerca dello stato modificato di coscienza indotto dall’esterno, forse legata alla noia endemica.
  3. La disperazione per la mancanza di senso della vita è arrivata al punto che ci si attacca a qualsiasi cosa si ritenga che possa in qualche modo sfondare quella tremenda corazza di ego che tiene imprigionati tutti.

Naturalmente, con tali premesse, inghiottire qualsiasi cosa servirà veramente a poco, d’altra parte l’interesse, diciamo così, serio e ragionevole, per le culture sciamaniche, enteogeni inclusi, c’è ed è dovuto a motivi precisi.

Quelle che, come abbiamo visto in precedenza, sono state considerate per secoli culture “primitive” e inferiori si sta scoprendo che non solo non sono affatto così arretrate, ma anzi sono dotate di una, mi si passi il termine, tecnologia spirituale decisamente ineguagliabile. Ötzi, l’uomo di Similaun, oggi esposto in una magnifica esposizione permanente in un museo di Bolzano, fu una scoperta sorprendente e importantissima alla fine del secolo scorso. Diede ai ricercatori una ulteriore possibilità di rendersi conto di come i “primitivi” non fossero affatto tali. Ötzi, probabilmente uno sciamano di alto lignaggio di oltre 5.000 anni fa aveva una dotazione di livello “tecnologico” di tutto rispetto. Si copriva con abiti fatti di tessuti di squisita fattura, indossava calzari finemente lavorati, portava con sé arco e frecce splendidamente equilibrati, numerose specie e qualità di funghi ed erbe, probabilmente destinate a utilizzi diversi per la cura fisica e spirituale. Era un rappresentante di popolazioni nient’affatto “primitive” che per migliaia di anni erano vissute, in maniera che a noi sfugge completamente, in un’armonia profonda con la terra e il cosmo. Altro che barbari.

Diverse popolazioni, come per esempio gli Huni Kuin dell’Acre/Amazzonia hanno una conoscenza del mondo spirituale, della psiche e dell’inconscio, che uno psicanalista occidentale nemmeno si sogna. Conoscono inoltre erbe, piante e cristalli a un livello tale da indurre docenti e ricercatori di alcune università a chiamarli “professori della foresta”. Altri popoli, come per esempio i Fulni-o del Pernambuco (Brasile) sono in grado di accedere a grandi profondità spirituali con l’uso sapiente di canti e danze. Molti di loro interagiscono e a volte letteralmente comunicano con gli animali, cosa che in occidente riuscivano a fare solo San Francesco e qualcun altro forse. Ma c’è di più. Sebbene questi popoli abbiano in effetti un approccio con la ragione del tutto differente da quello dell’uomo occidentale, questo non impedisce loro di essere uomini e donne di una qualità eccelsa, capaci, per esempio, di curare con i loro metodi anche patologie psichiche, fisiche e spirituali gravi. Non solo. Tutto il loro modo di vivere anziché essere improntato sul pragmatismo, il consumo, il profitto, lo sviluppo materiale è orientato all’armonia, all’amore, al rispetto, alla comprensione, alla compassione, ma soprattutto all’equilibrio, specie nel vivere con serenità il mescolarsi di vita e morte, luce e oscurità, apertura e chiusura, meraviglia e orrore, ora ed eternità. Tutto questo sono in grado di farlo di certo non con la “ragione”, bensì con la capacità di “sentire nel corpo, nello spirito e nella mente” gli elementi naturali, il fuoco e il vento, le foglie e le piante, l’acqua, i pesci e i fiumi, il calore del sole e gli animali, le stelle e il buio della notte, i suoni e il silenzio più profondo. Sono, in altre parole, molto più “adatti” a vivere “veramente”, nella dolcezza, nella delicatezza e nell’amore di quanto non lo sia l’uomo bianco, alle prese quotidianamente con la guerra, la violenza, la crisi economica, il possesso, la mancanza di senso, la depressione, il cancro e con un generale e diffuso totale fallimento di un intero mondo che, sempre più palesemente, sta crollando su sé stesso.

È così utile e importante la ragione? Probabilmente sì, ma così tanto da essere assurta al ruolo di regina delle facoltà umane? È più importante sapere a quali formule matematiche ubbidisce una supernova o vivere a grande profondità l’armonia della natura e di un gruppo di persone che si amano?

È più importante avere la capacità di costruire cacciabombardieri a decollo verticale o quella di scendere, con la meditazione, a una profondità tale da entrare in comunione con la natura, gli uccelli e gli animali?

È più importante possedere un i-phone di ultima generazione e sapersi vestire bene alla moda o riuscire a vedersi nell’universo come in uno specchio e sapersi rispondere alla domanda “chi sono io”? Chi sono io veramente?

Questo è l’interrogativo fondamentale.

Siamo esseri divini in un universo inconoscibile.

Il punto fondamentale è gettare la ridicola sicumera dell’uomo bianco alle ortiche, quell’arroganza e quella supponenza che l’hanno portato a rimanere solo, seppellito dai propri rifiuti liquidi, solidi, psichici e gassosi, riportare la sacrosanta ragione alla sua giusta dimensione e avere l’umiltà di vedere veramente come quella roba che chiamiamo “essere umano” in occidente non sia altro che una serie di maschere, un ego che non è altro che una corazza dentro la quale tutti si sono abituati a vivere soli dimenticandosi chi si è veramente.

I “primitivi” possono seriamente aiutarci in questo delicato, difficile, meraviglioso processo, attraverso il quale, se avremo coraggio, ci potremo ritrovare finalmente in paesaggi e cammini incantati che non avremmo mai immaginato. Dove la guerra, la violenza, il potere, la prevaricazione, il denaro non sono affatto la logica e normale conseguenza dello sviluppo delle società, ma semplicemente una delle possibilità e di certo né l’unica né la migliore. Così come ci renderemo conto che di sicuro non sono né il caso né la necessità che sono stati in grado di creare la vita (che la scienza non ha ancora capito come abbia potuto nascere) né di creare esseri viventi complessi come l’uomo. Tutte le manifestazioni naturali e persino l’arte umana più eccelsa sembrano suggerire la presenza di una coscienza cosmica che parrebbe sapere esattamente cosa stia facendo. Un qualsiasi cuore umano è in grado di pompare ogni giorno settemila litri di sangue, come può una simile meraviglia essere venuta fuori per caso. Come può il caso aver creato una sostanza incredibile come l’acqua, la quale sembra avere una coscienza e una memoria essa stessa, così come accade per altre sostanze, come sempre più ricerche stanno dimostrando, a partire da quella del premio Nobel Ilya Prigogine sugli orologi chimici.

Tutte queste cose ce le dice di sicuro la ragione, mentre i “primitivi” le “Sentono” sulla pelle, nel corpo, nella sostanza invisibile che circonda il nostro corpo.

Il punto è avere il coraggio di gettare quella maledetta corazza, costituita dall’ego e affidarsi davvero all’Amore per vivere veramente ed essere davvero Sé stessi.

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@FOTO – Mauro Villone e Lidia Urani

 

One thought on “Chi sono io?

  1. Magnifico!!!… Analisi straordinaria che si è servita sì della ragione, senza però scartare presuntuosamente l’altissimo valore della capacità di guardare dentro se stessi e dentro la natura!!!… Grazie Mauro!!!

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