La diffusione dello sciamanismo

Con sabino, sciamano Huni Kuin, Amazzonia.

Con sabino, sciamano Huni Kuin, Amazzonia.

Testi: Mauro Villone – Foto: M. Villone e Lidia Urani

Lo sciamanismo esiste dalla notte dei tempi ed è sopravvissuto fino ad oggi in diverse parti del mondo (vedi link a questo stesso blog). Cominciò ad essere oggetto di interesse e di studio da parte degli occidentali già dal XIX secolo con le prime esplorazioni del pianeta realizzate non a scopi solo commerciali. Gli sciamani, è ovvio, erano già stati incontrati dagli europei in tempi più remoti, come accadde a Marco Polo in Asia e ai primi esploratori delle americhe, ma fu nel XIX secolo che iniziarono studi oggettivi e sistematici, con l’avvento di quelle che al tempo venivano chiamate etnologia e etnografia.

Ma è nel XX secolo che gli studi sul tema cominciano ad avere un peso importante. In particolare nella seconda metà del secolo cominciò a uscire molto materiale, incluso il fondamentale “Lo Sciamanismo e le tecniche arcaiche dell’estasi” del grande storico delle religioni Mircea Eliade. La grande messe di testi pubblicati iniziò a gettare luce su questo fenomeno misterioso, spesso confuso con la stregoneria, con la quale peraltro ha punti di contatto, e a interessare un pubblico non solo accademico. Era già chiaro che lo sciamanismo aveva a che fare profondamente con la modificazione della coscienza. Nel frattempo, con la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60 la beat generation manifestò la propria ribellione alla cultura istituzionale anche avvicinandosi agli stati modificati di coscienza, perlopiù indotti da sostanze psicoattive, in particolare LSD, appena scoperto da Albert Hoffman nei laboratori della Sandoz di Basilea. Tutti conoscono la rivoluzione che ne seguì, che coinvolse intellettuali, studenti, artisti, musicisti e letterati come Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Si cominciò a parlare di “porte della percezione”, concetto ripreso sul finire degli anni ’60 dal gruppo rock dei Doors che aveva nel suo frontman Jim Morrison il suo sciamano personale, personaggio straordinario, controverso e istrionico, poeta e cantore eccezionale, che non avrebbe potuto che disincarnarsi giovanissimo, oltretutto in circostanze mai del tutto chiarite.

Tra gli anni ’60 e ’70 dilagò la cultura psichedelica e, nel frattempo, sul finire dei ’60, comparve sulla scena un oscuro scrittore dai contorni poco chiari, nato in Perù e cresciuto in California a Los Angeles, dove si laureò in antropologia all’UCLA con una tesi sullo sciamanismo e le droghe psicoattive utilizzate dagli sciamani messicani. Anche se egli stesso non amava affatto identificarsi con la cultura psichedelica, Carlos Castañeda, deceduto nel 1998, oggi è un mostro sacro, ma la sua storia rimane misteriosa e mai del tutto chiarita. Considerato da molti antropologi istituzionali un impostore, ma osannato da altri, come per esempio Elémire Zolla, produsse una serie di libri interessantissimi dove racconta dei suoi incontri e del suo apprendistato con uno stregone o sciamano Yaqui messicano, certo Don Juan Matus. Fu una ulteriore rivoluzione culturale vera e propria che influenzò intere generazioni, portando ancora di più alla ribalta il misterioso fenomeno dello sciamanismo. Molti americani ed europei cominciarono a seguire le orme del maestro tentando di entrare in contatto con sciamani e stregoni un po’ ovunque, ma soprattutto in Messico e Nordamerica.

Carlos Sauer durante una cerimonia

Carlos Sauer durante una cerimonia

In poche parole quello che poteva sembrare un fatto di carattere etnologico, nel giro di alcuni decenni, da Mircea Eliade, attraverso la beat generation e le droghe, fino a Castañeda, divenne una questione cruciale riguardante la formazione stessa della cultura umana, così viva da interessare decine di milioni di giovani e meno giovani in tutto il mondo.

Di sicuro non furono solo questi gli autori che contribuirono allo sviluppo dell’interesse sul tema. Se ne potrebbero citare a decine, tra i quali Joan Halifax, Terence McKenna, Richard Evans Shultes, Robert Gordon Wasson e molti altri. Il punto fondamentale è che la modificazione dello stato di coscienza, il viaggio sciamanico e altri fenomeni, già dagli anni ’80 non erano più faccende da addetti ai lavori, ma manifestazioni culturali e di costume diffuse.

Documentaristi di diversi paesi si cimentarono sull’argomento e venne prodotta una quantità di materiale scritto e visuale che si mescolò a un rinnovato interesse anche per gli indiani nordamericani, visti non più come nei vecchi western, ma sotto una luce diversa e osservati con maggiore profondità.

Dopo un periodo di relativa stasi l’inizio del XXI secolo vide una ripresa dell’interesse a questi temi e lo sciamanismo cominciò a diventare oggetto non solo di studio e di osservazione, ma anche di esperienza pratica, con stage, corsi, festival.

Questi avvenimenti più recenti hanno portato da una parte al nascere di una quantità di cialtroni, praticoni e impostori che per il semplice fatto di battere su un tamburo o di farsi di peyote riescono a spacciarsi per sciamani, d’altra parte hanno fatto sì che lo sciamanismo diventasse seriamente un fatto inserito nel costume odierno dando la possibilità a un vasto pubblico di avvicinarsi a una filosofia di vita arcaica e profonda. Questo fatto presenta buone opportunità e anche problemi dai quali lo sciamanismo stesso deve difendersi, per la semplice ragione che, come per qualsiasi altra cosa nel mondo occidentale, si è creato un mercato con annessi e connessi, domande e offerte, leggi economiche, azioni di marketing e operazioni commerciali e di immagine.

La reazione a questo stato di cose è duplice. Da una parte c’è chi vorrebbe fermare tutto e tornare ai vecchi tempi dove c’era la civiltà occidentale e tecnologica contrapposta e più o meno distante da quella rurale e selvaggia, dall’altra c’è chi vede in tutto questo un’opportunità, che presenta mille rischi per ambedue le parti, ma da cogliere.

 

Cpn Xowà Tapuyà, guerriero Fulni-o

Cpn Xowà Tapuyà, guerriero Fulni-o

Cosa succede oggi

La profonda crisi che il mondo occidentale sta attraversando ha risvegliato un grande interesse per il mondo spirituale. Di fatto nelle ultime tre decadi si è sviluppata un’offerta che propone di tutto tra cui ovviamente anche lo sciamanismo. In particolare ha avuto larga diffusione l’utilizzo dell’Ayahuasca come enteogeno spirituale in tutto il mondo.

Le pareti tra il mondo tecnologico e quello selvatico sono sempre più sottili e i due mondi si vanno dissolvendo uno nell’altro. Chi corre i rischi maggiori sono chiaramente gli indigeni, se non altro perché finora relativamente poco contaminati. Ma in realtà esistono anche molti aspetti positivi. Vediamo quali.

 

La situazione brasiliana

Sebbene il fenomeno sia diffuso in tutto il mondo è per me più agevole parlare della situazione in Brasile poiché qui risiedo e qui faccio esperienza concreta di relazione con il mondo dello sciamanismo da molti anni.

Una dozzina di anni fa un serissimo operatore olistico di un rinomato centro di salute di Rio de Janeiro ricevette la visita inaspettata di due giovani sciamani provenienti dall’Amazzonia. Si trattava di due giovani di alto lignaggio del popolo Huni Kuin dell’Acre, discendenti da stirpi di capi e pajé, come vengono chiamati qui gli sciamani, grandi maestri nell’utilizzo delle piante e in particolare della miscela sacra dell’Ayahuasca.

Da quell’incontro nacque una lunga storia che si prolunga fino a i giorni attuali. Una storia di amore, fratellanza, ricerca spirituale.

Nacque una collaborazione tra un gruppo di ricercatori spirituali carioca e i pajé Huni Kuin. Vennero organizzate le prime cerimonie sacre Ayahuasca a cui ne seguirono numerose altre fino ad arrivare all’intensa attività odierna con almeno una cerimonia al mese nello stato di Rio de Janeiro e un continuo scambio spirituale e culturale nei territori di provenienza degli Huni Kuin, nel Rio Jordão, stato del Acre, Amazzonia meridionale. Oggi i non indios coinvolti in questa vicenda si sono organizzati in una associazione chiamata “Guardiões da Floresta”, i “Guardiani della Foresta”, dei quali anch’io faccio parte. Negli ultimi quattro anni sono state realizzate pubblicazioni con un importante editrice di Rio, si è aperto un canale di scambio informazioni con il Giardino Botanico di Rio e altre istituzioni universitarie. Il famoso artista plastico brasiliano Ernesto Neto ha già presentato più volte suoi lavori che hanno come tema centrale gli Huni Kuin, come accaduto nella Biennale di Venezia 2017.

L’uso dell’Ayahuasca è esteso storicamente a tutta la fascia amazzonica dove, a seconda delle aree, è conosciuta con nomi diversi come Yajé o Caapì. Da alcuni anni il suo uso si è rapidamente espanso in tutto il mondo diventando anche una moda, un fenomeno commerciale e di costume, uno strumento di ricerca spirituale e psicologica, nonché di cura. Naturalmente la sua rapida diffusione presenta anche risvolti negativi come lo scarso controllo, l’uso smodato e non rituale, con la perdita delle sue caratteristiche di sacralità.

Ma ci sono anche aspetti positivi, poiché in generale non solo l’uso di Ayahuasca, ma anche di altre piante e dello sciamanismo in genere sta comunque contribuendo alla diffusione di un certo tipo di coscienza relativamente soprattutto al rapporto dell’uomo con se stesso, con le sue origini, con la natura e il cosmo.

I popoli coinvolti in questa vicenda non sono solo gli Huni Kuin, ma numerosi altri, come gli Yawanawà dell’Acre, gli Shipibo del Perù e diversi altri del bacino amazzonico. Ve ne sono anche alcuni che con l’Ayahuasca non hanno nulla a che fare, come per esempio i Fulni-o del Pernambuco, peraltro comunque grandi conoscitori della farmacopea naturale e di rituali antichissimi che includono danze e canti e altre piante sacre, come per esempio la Jurema.

Brasile e Sudamerica sono particolarmente coinvolti in questo processo di diffusione dello sciamanismo, ma il fenomeno riguarda anche il Messico, gli USA e anche altre aree nel mondo popolate da gruppi indigeni, come per esempio la Siberia, l’Africa Occidentale e l’Australia.

In poche parole il fenomeno di avvicinamento di fasce di popolazione occidentale alle culture indigene è in rapido sviluppo. Spesso legato, come accade con l’Ayahuasca, ad altre piante con effetto psicoattivo, come l’Iboga, il Peyote, l’erba di San Pedro, l’Amanita Muscaria e numerose altre.

In buona sostanza uno degli elementi importanti in tale processo è proprio la modificazione dello stato di coscienza indotto dall’uso di enteogeni. Tale modificazione è in uso da decenni nell’indagine psicospirituale in occidente con l’utilizzo anche di altre tecniche, come per esempio la respirazione olotropica. Uno dei pionieri nel settore è lo psicologo Stanislav Grof.

Come avviene in altri settori, tradizioni e tecniche di diversa provenienza col tempo e anche grazie alla globalizzazione, si stanno incrociando, influenzando e integrando a vicenda. Ne sta nascendo una nuova forma di indagine psicologica e spirituale che sta cambiando sensibilmente il modo stesso di vedere il mondo e il ruolo dell’uomo in esso.

Nel complesso il fenomeno, pur presentando come abbiamo visto, aspetti sia negativi che positivi, è stimolante e produttivo sul piano culturale e spirituale e senza dubbio mentre da una parte contribuisce a muovere l’uomo occidentale dall’impasse culturale e spirituale nel quale si trova, dall’altra offre concrete possibilità agli indigeni, che versano spesso in condizioni difficili sul piano pratico e materiale, di riscattarsi operando su diversi fronti, diffondendo il proprio sapere millenario, la propria conoscenza erboristica e farmacologica, il proprio artigianato sacro sopraffino.

Nell’insieme sta avvenendo un cambiamento che potremmo tranquillamente definire epocale.

C’è chi ritiene che quanto sta accadendo potrebbe essere profondamente significativo per gli sviluppi futuri di tutta la cultura planetaria e per affrontare la profonda crisi in atto e le altre che seguiranno.

Sul piano pratico possiamo osservare che gli indios sono generalmente molto ben radicati nelle loro tradizioni e conoscenze e difficilmente si fanno contaminare a fondo dalla cultura occidentale. Anzi, molti di loro hanno sensibilmente migliorato la qualità della loro vita, avendo più opportunità di scambio ed essendo di fatto più liberi, dopo un periodo di schiavitù durato decenni, sfruttati come seringeiros per l’estrazione della gomma dalle piante di caucciù. Di fatto i non indios sembrano trarre beneficio da pratiche e cerimonie, soprattutto nel modo di sentire se stessi, la natura, il cosmo, le relazioni con gli altri. Potremmo dire che si assiste a una generale più profonda inclinazione all’amore e al sentire il Tutto come Uno. Fermo restando, come ho già sottolineato in altri scritti, che diventare sciamani è estremamente difficile per un occidentale, poiché occorre nascere all’interno di una stirpe, dedicarvi la vita intera e sottoporsi a processi durissimi e di profondissima trasformazione che richiedono diete ferree, purghe, pratiche varie che possono durare anni o decenni.

Gli sviluppi futuri potranno essere molteplici, ma di fatto, se si riuscirà da ambedue le parti a mantenere un atteggiamento responsabile, privo di qualsiasi prevaricazione e orientato al reciproco sviluppo armonico, non potranno che essere positivi. Si assisterà anche a una leggera compenetrazione delle due culture, basata anche sulla recente formazione di famiglie miste.

Sono inoltre in via di sviluppo nelle aree indigene progetti di carattere culturale, agricolo, energetico e di salvaguardia del territorio. Noi stessi, abbiamo messo a disposizione la nostra sede di Para Ti ONG a Rio (www.parationg.org) per periodica ospitalità di gruppi indigeni, per la realizzazione di attività rituali e culturali. (Per info scrivere a unaltrosguardo@libero.it).

La diffusione dello sciamanismo oggi potrebbe essere una delle reazioni positive al profondo impasse e alla profonda crisi che sta soffrendo il mondo occidentale.

Sarà responsabilità di ogni individuo essere sincero con se stesso e non accontentarsi di “sembrare”, come spesso accade in occidente, ma di sentire a fondo realmente cosa significhi “Tutto è Uno”.

Huni Kuin dell'Acre (Amazzonia)

Huni Kuin dell’Acre (Amazzonia)

 

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