Ritorno alla natura

Brasil

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Siamo comunemente portati a pensare che il mondo stia andando a rotoli e non ci sia stato nessun periodo peggiore di questo in precedenza. In realtà un’attenta lettura della storia, sia macro che micro, ci potrebbe portare a vedere che non è affatto vero, non è proprio così. Ci sono stati periodi ben peggiori di questo con i loro orrori e i loro mostri. Basti pensare alle guerre mondiali, al fascismo e al nazismo, alle torture medioevali, all’inquisizione, alle crocefissioni romane, tanto per citare alcuni tra gli esempi più eclatanti. Ma, molto più semplicemente, i precedenti secoli di storia sono stati un susseguirsi di schiavitù, oscurantismi e privazioni senza fine.

Detto questo sicuramente occorre essere coscienti del fatto che oggi siamo di fronte a una profonda crisi di valori, economica, politica, spirituale e sociale. Oltre a ciò ci stiamo avvicinando a grandi passi verso una crisi energetica e idrica senza precedenti, senza contare che le disuguaglianze sono sempre più marcate e oltre un miliardo di persone sul pianeta soffre la fame mentre, in generale, i diritti umani non sono affatto rispettati per larghe fasce della popolazione mondiale.

Ma ci sono anche aspetti positivi. In generale il livello di coscienza globale si sta alzando, sebbene la quantità percentuale di mostri all’interno dell’umanità sia senza dubbio troppo elevata. Si sono però incarnati sul pianeta nuovi esseri, quelli che vengono chiamati “indaco” e “cristallo”. Moltissima gente cerca pace e amore e moltissimi si sono attivati concretamente per creare nuove opportunità di vita alternativa, per esplorare nuovi orizzonti, per affrancarsi dalla schiavitù che i sistemi capitalisti e collettivisti impongono, senza differenza alcuna tra l’uno e l’altro.

È in atto un generale risveglio nel quale moltissima gente si è resa conto che “così non si può andare avanti”. Mai come oggi è stata presente a livello globale la consapevolezza che occorre rivalutare il feminino, la sacralità, la natura, le relazioni umane, la bellezza della quotidianità.

In pratica sta crescendo un diffuso sentimento di amore per una vita diversa e una diversa concezione del proprio Sé, meno egoica e più profonda.

Tutto questo è difficile da sintetizzare, ma possiamo riassumerlo, con buona approssimazione, nel desiderio di riavvicinarsi alla natura, sebbene in parte compromessa, e a ritmi di vita ben più naturali.

In questo le culture e le società naturali ancora esistenti possono venirci in aiuto. Di certo anch’esse sono tutt’altro che scevre da problemi e presentano senza dubbio le loro lacune, ma hanno il pregio di poter trasmettere ad altri un profondo amore per la natura e per una vita comunitaria e di relazione basata su profonde radici comuni con altri esseri, umani e non.

L'autore con Ari-tan, capo di un gruppo di Fulni-o. Mio pittore corporale, artista e danzatore al quale offro la mia più profonda gratitudine per avermi fatto scoprire il mio grido di combattimento.

L’autore con Ari-tan, capo di un gruppo di Fulni-o. Mio pittore corporale, artista e danzatore al quale offro la mia più profonda gratitudine per avermi fatto scoprire il mio grido di combattimento.

Di società naturali sul pianeta se ne trovano tutto sommato ancora parecchie, un po’ in ogni dove. Australia, India, Africa, Stati Uniti, Canada, Messico, Sudamerica, Asia. Se ne trovano in ogni angolo del mondo. Avvicinarle non è semplice e oltretutto può essere molto pericoloso soprattutto per loro. Ma senza dubbio può aiutare molto i poveri occidentali del tutto disorientati e che non ne possono più delle meraviglie del consumismo, del capitalismo e del comunismo.

La mia esperienza personale non si limita al Brasile poiché ho avuto a che fare con culture naturali in Africa e Asia prima di finire in questo paese, ma è in Brasile che ho approfondito maggiormente le relazioni con alcuni di loro.

In linea generale nel corso del ‘900 le culture naturali sono state considerate dalla maggior parte di studiosi e intellettuali come “primitive” e “selvagge”, portatrici di conoscenze antiche di grande valore sul piano tecnico per lo studio dell’evoluzione umana, osservata da un punto di vista darwiniano. Solo alcuni, come per esempio il grande studioso di storia delle religioni Mircea Eliade, la pensavano diversamente. All’inizio della seconda metà del XX secolo egli sosteneva, tra le altre cose, che non bastava più osservare le arti africana e oceaniana come qualcosa di curioso e interessante, ma occorreva cominciare a riscoprire le radici di quelle arti.

Molti antropologi e psicologi del ‘900 hanno considerato i popoli che vivevano a stretto contatto con la natura un ottimo laboratorio per scoprire cose che avessero a che fare perlopiù con il passato dell’umanità, ora evolutasi nella meravigliosa cultura tecnologica.

In generale la cultura accademica vede ancora oggi le cose in questo modo, ma è in sensibile aumento la quantità di persone, intellettuali, studiosi, ricercatori, gente comune che si è resa conto di come in realtà le conoscenze dei popoli naturali siano non solo profonde, vaste e antichissime, ma anche di grande utilità sul piano pratico.

Tali conoscenze sono relative all’uso alimentare e farmacologico di erbe, piante e frutti, al rapporto con la natura e all’interazione con il mondo delle energie sottili, che hanno a che vedere con gli spiriti, gli antenati, la psicologia del profondo, e tutto quello che costituisce l’essenza della vita e che non si può “vedere” direttamente né “misurare” in alcun modo.

Queste conoscenze hanno risvolti pratici incommensurabili per ragioni semplicissime, nemmeno troppo magiche. Erbe e piante, banalmente, contengono principi attivi che la stessa chimica e farmacologia riconoscono avere effetti tangibili sul corpo umano. Unica differenza, fondamentale, tra la farmacopea indigena e quella tecnologica, il fatto che quest’ultima utilizza sostanze o combinazioni di sostanze sintetizzate in laboratorio, attentamente calibrate, mentre la prima utilizza composti naturali formati da decine e centinaia di componenti, mescolati alchemicamente dalla natura insieme a energie sottili impossibili da misurare e isolare.

Gli indigeni inoltre sono “capaci” di aver a che fare con la natura in maniera armonica e sono le persone più indicate per la gestione e la salvaguardia del traballante patrimonio naturale del pianeta.

Mentre si trova inoltre nel loro ambiente culturale una quantità di conoscenze artistiche, psicologiche, comportamentali, spirituali, che va a costituire un “corpus” di informazioni articolate, utile, o forse addirittura imprescindibile, per l’indagine e la cura di corpo, mente, spirito e relazioni. Si tratta di un insieme di conoscenze profondo, antico, articolato e complesso, legato a una visione del cosmo fondamentalmente diversa da quella suggerita dall’utilizzo della ragione da sola.

In particolare gli indios hanno la capacità di “sentire” profondamente la materia, l’essere, le cose, senza limitarsi a “osservarle” e “analizzarle”, bensì “sentendole” nel corpo, sulla pelle, nella mente e nell’anima. Nella visione indigena non esiste separazione tra spirito e materia, razionale e irrazionale, veglia e sogno, io e gli altri, vita e morte. Tutto è Uno e tutto è un insieme che non può essere scansionato e analizzato, ma può solo essere vissuto. L’osservare indigeno si manifesta in un mix di osservazione e abbandono. E ciò che si osserva non ha tre dimensioni più il tempo, bensì sembrerebbe essere quello che la fisica quantistica oggi ipotizza: un ologramma atemporale dove i fenomeni e i noumeni sono indivisibili e non-locali.

Tutto questo non li rende necessariamente migliori, sono afflitti anch’essi, ovviamente, da tanti problemi. Ma la loro “strategia”, se così possiamo chiamarla, li ha fatti sopravvivere per 10.000 anni, e in una condizione generalmente di maggiore armonia con l’ambiente esterno, che sia la foresta o che sia il cosmo intero, inclusa l’energia e tutto quanto possa esserci e non si possa vedere. Molto spesso la loro visione scarseggia o è totalmente priva di razionalità, il che non li rende adatti all’analisi e alla pianificazione strategica e nemmeno alla formalizzazione di un pensiero lineare. D’altra parte sono in qualche modo più “capaci” di “esistere” felicemente e di “sentire” di essere in relazione con tutto indipendentemente dal tempo. Più facile per loro “ritualizzare” anziché scansionare e ordinare. Mentre l’osservatore razionale occidentale sa analizzare, scansionare, creare relazioni dialettiche che, spesso, portano a scrivere fiumi di parole, libri interi, addirittura creare scuole accademiche secolari, mentre fatica semplicemente a “vivere”, come fa un indigeno, godendo profondamente, nell’attimo, di ciò di cui si sente parte, che magari non “capisce”, ma che in qualche modo “conosce”.

Molto spesso gli scritti di noi occidentali possono sembrare dotti e interessanti, ma visti con un altro sguardo, a volte, francamente delle seghe mentali senza fine.

L’uomo comune occidentale ha sviluppato una coscienza basata sull’osservazione oggettiva e sulla ragione. Per gli indigeni questi sono solo due elementi di un quadro ben più ampio, nel quale concorrono anche il sogno e la visione irrazionale, l’amore, l’abbandono, il contatto con dio, gli spiriti, gli animali e gli antenati. Non esiste una logica o perlomeno non esiste solo e soprattutto quella, bensì esiste il sentire a infinite dimensioni.

Altro che primitivi.

In tale contesto la malattia e i disagi non sono più visti come qualcosa di esterno da eliminare, bensì come segnali di un tutto da equilibrare. La medicina indigena non esclude affatto quella tecnologica, bensì la integra e, soprattutto, ha una funzione preventiva. Può inoltre operare con quello che i curanderos chiamano “esplosione d’amore” per curare patologie di ogni tipo, anche gravi.

Un curandero dice: “Non fa male la schiena, fanno male i carichi. Non hanno problemi gli occhi, fa male l’ingiustizia. Non fa male la testa, fanno male i pensieri. Non fa male la gola, fa male ciò che non si esprime o si esprime con rabbia. Non fa male lo stomaco, fa male ciò che l’anima non digerisce. Non fa male il fegato, fa male la rabbia continua. Non soffre il cuore, a soffrire è l’amore. Ed è precisamente questo, proprio l’amore, la medicina più forte”.

In pratica cosa succede? Uomini bianchi, occidentali, tecnologici, razionali, talvolta con una formazione scientifica o accademica si stanno avvicinando agli indios non più per “studiarli” come un qualsiasi antropologo, afflitto da strascichi di colonialismo, bensì per “apprendere” da loro come fare per tornare a “sentire” la vita anziché “studiarla” e cercare di capire come diavolo abbia fatto a venire fuori dal nulla e, magari, cosa possa significare.

Cosa significa “sentire” la vita? (C’è sempre qualche stronzetto che me lo chiede con una leggerissima connotazione polemica).

Ebbene ovviamente è difficile da spiegare su basi razionali, comunque ci proverò. Significa stare in qualsiasi luogo, magari immerso nella natura o magari no, in silenzio, acquisendo informazioni senza analizzarle e sospendendo qualsiasi giudizio. Significa fare cose che per un bianco occidentale possono sembrare assurde, come parlare o cantare a piante, fiumi, animali, o elementi come acqua e fuoco. Significa “sentire” una relazione misteriosa e inesplicabile con alcuni animali, alcune piante o magari altre persone. Significa non dare nulla per scontato, sacralizzare tutto, e vedere in cose che per un bianco possono sembrare automatiche o casuali, continui segnali di qualcosa che è nell’universo, ma nessuno può vedere, nonostante questa cosa pervada tutto regolando tutto in maniera mistica, giusta, amorevole e musicale. Significa dare un’importanza profonda a tutte le relazioni, sia umane che di qualsiasi altro tipo.

Il mondo è fatto solo di relazioni. Ancora una volta la visione mistica, anche indigena, e quella scientifica convergono. Per la fisica quantistica non esistono particelle subatomiche isolate, esistono solo relazioni tra particelle e flussi di energia.

Quello che sta avvenendo in Brasile, ma anche in tutto il mondo è un rinnovato interesse da parte delle persone occidentali per le culture naturali, in particolare per lo sciamanismo. Tale interesse spesso si espleta nella partecipazione a workshop o cerimonie dove vengono utilizzati canti, tamburi, danze e sostanze psicoattive. Il fenomeno è diventato una moda, ma va al di là della moda poiché le necessita psico-spirituali che spingono a questo comportamento sono concrete.

Non è così facile acquisire questo tipo di psicologia, d’altra parte non dipende, tutto sommato, da dove si è e cosa si fa, bensì dalla necessità che si ha di cambiare e di ritrovare il vero Sé. Si tratta di ricordare chi o cosa siamo veramente. Si tratta di tornare all’origine del proprio processo creativo, all’esplosione d’amore primordiale che ha creato tutto.

Il punto è che non è affatto sufficiente mettersi un cocard di piume in testa, farsi di ayahuasca, battere su un tamburo, strabuzzare gli occhi, passare un sacco di tempo nella foresta o nella natura, dire cose mirabolanti, stare con le gambe incrociate a occhi chiusi, mangiare radici, andare in India, tornare in Brasile, fare il corso di Reiki e tutta una serie di altre menate che sono diventate di moda negli ultimi dieci/venti anni.

Il punto è fare una rivoluzione interiore spaventosa, mettere tutto in discussione e finirla di prendersi in giro dal mattino alla sera, come fa la maggior parte delle persone.

Come si fa a sapere se la rivoluzione è riuscita o no? È semplicissimo. Si smette di chiacchierare e si è realmente disponibili agli altri, con amore, ma non perché si è buoni, coscienti e maturi, bensì semplicemente poiché finalmente si “sa” che non ci sono altre vie di uscita.

In sostanza “ritornare alla natura” non è avere una casa sull’albero e cibarsi di radici o assumere sostanze strane, bensì è tornare alla “propria” natura, quella di essere umano sano e creativo, orientato all’amore piuttosto che all’odio.

L’umanità si trova a un bivio. Perdere il contatto con se stessa in nome di chissà quale benessere tecnologico o materiale, oppure ritrovare le proprie radici e imboccare così una strada di rispetto per se stessa, la vita, la terra e la natura e vivere qualsiasi cosa ad essa si presenti, tecnologia inclusa, nella consapevolezza che solo l’amore può creare vero benessere profondo e sviluppo della coscienza su quello che è il significato misterioso dell’intero universo.

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