Nonno, il gaucho

Era il mio trisnonno ad essere emigrato per primo in Sudamerica, in Argentina. Proveniva dal Roero, per l’esattezza Santo Stefano Roero, dove faceva il carradore, il fabbricante di quei pittoreschi e antichi carri che servivano per trasportare fieno e grano, trainati dai buoi e che oggi si vedono solo più in qualche giardino, ricoperti di vasi di fiori.

Si era nella metà del 1800 ed erano molti i piemontesi che andavano a cercare miglior fortuna da quelle parti. Il mio trisnonno Antonio, da Buenos Aires si spostò subito a Mendoza, nelle vaste pianure a ridosso delle Ande e lì trovò un terreno adattissimo alla coltura del vino che, insieme ai carri di legno rappresentò per lui davvero non solo la fortuna, bensì una fortuna immensa. Lui e i suoi due figli Juan Bautista e Francisco, il mio bisnonno, fecero una fortuna immensa con un complesso imprenditoriale che produceva carne, pellicce, vino, prodotti agricoli di ogni tipo e servizi vari.

Mio nonno nacque, in Argentina, in una situazione florida. Ebbe la possibilità di studiare in Italia, al collegio Carlo Alberto di Torino, ma poi tornò nel paese di origine dove per venti anni fece il gaucho nelle pampas, dirigendo una hacienda con tremila capi di bestiame. Agli inizi del ventennio fascista mia nonna fuggì da Genova, imbarcandosi su un cargo con un passaporto falso, e lo raggiunse a Rio de Janeiro, dove si incontrò con lui che la portò con se prima a Buenos Aires e poi a Cordoba.

Durante il ventennio fascista il nonno fu costretto, nei primi anni ’30, a tornare i Italia per curare alcuni affari di famiglia, tra cui una piccola azienda chimica situata nell’allora zona industriale di Torino, in una traversa di via Bologna. Le cose andarono bene per un po’, ma poi il governo intimò la chiusura dell’azienda poiché mio nonno si era rifiutato di iscriversi al partito fascista. Riuscirono a salvarla grazie all’iscrizione al partito di uno dei suoi fratelli, Giulio, che si faceva meno scrupoli. Ma dopo lo scoppio della guerra, quando precipitò la situazione sua moglie e le due figlie, mia madre e mia zia, furono sfollate a Salassa, nel Canavese, mentre lui restò a Torino.

Tutte le sere e le notti che c’erano i bombardamenti sulla città, mia nonna vedeva da Salassa i bagliori sulla città di Torino a sessanta chilometri, così il mattino seguente prendeva un mix di bus, passaggi su carretti, treni e le poche auto, per recarsi a Torino a vedere se suo marito era ancora vivo. Passarono cosi mesi, fino a quando mio nonno non decise di costruire un rifugio antiaereo in sottoterra nel cortile dell’azienda, in via Monza.

Nonno Felice

Nonno Felice

Quando suonavano le sirene tutti si precipitavano nel rifugio, tranne mio nonno, che rimaneva in superficie tra i bombardamenti a controllare che le schegge delle bombe non innescassero incendi o se ci fosse stato qualcuno che avesse bisogno di aiuto.

Il giorno in cui i tedeschi occuparono la città le cose cambiarono. E mio nonno aveva scoperto che i tedeschi avvelenavano le riserve di alcuni alimenti per stremare la popolazione, come per esempio il sale, in modo che non potesse essere usato. La sua azienda riceveva rifornimenti di sale che venivano regolarmente avvelenati dai soldati per essere certi non venisse usato a scopo alimentare, ma solo chimico. Così mio nonno aveva trovato l’espediente di buttare giù dal camion più sale possibile e nasconderlo sotto il mezzo, prima dell’arrivo dei controlli. Quando se ne andavano soddisfatti per avere avvelenato tutto il sale, ne rimaneva una scorta che distribuiva a chi ne avesse bisogno.

La stessa cosa faceva quando arrivavano camion con la legna da ardere, proibita dai tedeschi alla popolazione. Era arrivato a salire sui camion in cammino e a buttare giù la legna personalmente alla gente che poi la prendeva di nascosto. Fisicamente per quei tempi era un gigante. Alto più di un metro e ottanta e pesante quasi cento chili. Ma non fu mai preso né scoperto.

Nei momenti in cui riusciva a prendersi una pausa andava a mangiare e bere nella piola di via Bologna, tra via Monza e largo Brescia, quella che adesso si chiama Trattoria Bologna e in cui vado ogni tanto. Lui stava perlopiù sul retro, nascosto insieme ad amici, a inventare espedienti per sopravvivere e far sopravvivere le famiglie. Ce la fecero, ma a molti altri, in diverse parti d’Italia andò peggio.

Dopo la guerra le cose molto lentamente e faticosamente si normalizzarono, ma non tornò più in Argentina, dove è rimasta fino a oggi una branca della nostra famiglia, citata nei libri di storia dell’800, a fare il gaucho. Si accontentò di una casa in campagna in Val di Susa.

Si chiamava Felice.

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