Ouricourì. Ancestralità per un nuovo paradigma

Rituale Fulni-o nella nostra sede a Rio de Janeiro
Rituale Fulni-o nella nostra sede a Rio de Janeiro

Questa storia è interessante, poiché potrebbe far riflettere anche dei formatori di grandi aziende occidentali, e spiegherò perché.

Ai primi di settembre inizia di solito l’Ouricourì, il misterioso ritiro spirituale di tre mesi dei guerrieri Fulni-o del Pernambuco.

Gli indigeni del Brasile, si sa, sono un’infima minoranza. Circa lo 0,5% della popolazione. C’è chi vorrebbe sterminarli del tutto, ma c’è anche chi invece apprezza l’enorme apporto culturale e umano che hanno dato e danno anche al Brasile moderno. Lo sterminio degli indios del Sudamerica per mano degli spagnoli è considerato uno dei maggiori genocidi della storia dell’umanità. Hanno ragione gli anti-migranti, gli immigrati sono senza dubbio figuri dei quali gli autoctoni non dovrebbero fidarsi troppo, possono essere letali.

I sopravvissuti all’immigrazione europea iniziata nel XVI secolo e tuttora in corso hanno in gran parte perso i loro costumi, si sono urbanizzati, sono caduti in depressione, si sono mischiati ad altre etnie, sono finiti ubriaconi nelle favelas, ma alcuni hanno resistito e resistono. Tra questi i guerrieri Fulni-ô del Pernambuco. Altre tribù che hanno mantenuto i loro costumi sono sparse tra Amazzonia, Xingù e altre terre inaccessibili. Ma nel nord-est del paese, dove si trova il Pernambuco gli unici sopravvissuti che hanno mantenuto i costumi e le tradizioni culturali sono solo loro, i Fulni-ô. Il loro nome significa “Il popolo che si raduna sulla riva del fiume”. Sono in realtà un gruppo di etnie provenienti da diverse tribù sopravvissute alla guerra del Paraguay, il più violento e sanguinoso conflitto delle Americhe e il secondo dopo la guerra di Crimea nel secolo trascorso tra il 1815 e il 1914. La guerra, violentissima e feroce, scoppiò per cause complesse che coinvolsero, oltre al Paraguay, Uruguay, Argentina e Brasile. Le enormi forze in campo, reclutate a forza anche tra schiavi e indigeni produssero una carneficina considerata dagli storici un vero e proprio genocidio. Sopravvisse mediamente nei diversi paesi il 50-60% della popolazione. Tra questi, in Brasile, alcune tribù indigene, che si riunirono per aiutarsi a vicenda e si diedero il nome di Fulni-ô. Questa unione produsse un ricchissimo patrimonio culturale, spirituale, rituale e filosofico che permise a questa tribù costituita da altre tribù di sopravvivere mantenendo numerosi costumi e una lingua singolare, la quale, pur essendo unificata, può essere parlata in modi diversi, avendo così anche alcune caratteristiche di segretezza. Poiché se i bianchi avessero imparato dei termini, gli stessi potevano essere espressi in un altro modo, sconosciuto.

Una prima cosa sorprendente è che non solo hanno mantenuto i costumi fino ad oggi, ma li hanno mantenuti fortemente, con una ricchezza incredibile di dettagli che interessano numerosi aspetti delle arti umane. Sono maestri nell’arte, nell’artigianato, nella medicina con le piante, nelle arti marziali, nella danza, nel canto, nella caccia e nella pesca, ma soprattutto nelle pratiche spirituali e sciamaniche. Sono curanderos formidabili e hanno una conoscenza della filosofia naturale sopraffina. La devastazione del loro territorio a opera dei fazenderos senza scrupoli e di governi altrettanto spregiudicati che non hanno lesinato nel prosciugare fiumi e desertificare territori grazie alle dighe per le centrali idroelettriche, li ha costretti a muoversi fuori dal Pernambuco per cercare di vendere il loro artigianato nelle grandi città. Insieme all’artigianato esportano anche le loro pratiche sciamaniche e capita con una certa frequenza che cittadini di grandi metropoli si sottopongano alle loro cure sapienti, spesso con interessantissimi risultati.

La loro aldeia, il loro villaggio, che ho visitato per diversi giorni personalmente, è in condizioni seriamente difficili, ai margini della cittadina di Aguas Belas, che di agua e di bela, porta solo più il nome, essendo diventata un polveroso centro di commercio in un territorio preda della siccità.

Come facciano non solo a resistere, ma a mantenere i propri costumi e le proprie conoscenze vivacissimi, è un mistero che non hanno nessuna intenzione di svelare, ma che in parte io conosco in virtù della nostra profonda amicizia, visto che li ospito a casa mia a Rio de Janeiro per diversi mesi l’anno, tutte le volte che vengono nella metropoli per la loro sopravvivenza finanziaria, vendendo artigianato, realizzando cure e cerimonie spirituali.

A pochi chilometri dal loro villaggio si trova l’area indigena protetta Ouricurì. Un territorio suggestivo, sebbene in parte devastato dalla siccità, nella Katinga, la tipica foresta di arbusti e piccole piante del luogo. Qui sorge un altro villaggio fatto di casette colorate, che un tempo erano capanne di paglia che però i bianchi davano regolarmente alle fiamme.

L’area è considerata profondamente sacra dai Fulni-ô. Al suo interno si trova un albero maestoso, decorato con nastrini colorati e altri oggetti, che i guerrieri considerano alla stregua dell’immaginario Vitraya Ramunong, l’albero della Anime di Pandora, che i Na’vi del film Avatar considerano la cosa più sacra del loro pianeta. Nonostante io abbia potuto visitare e fotografare l’area, poiché accompagnato da cari amici Fulni-ô, sciamani e capi tribù, questo albero non solo non mi è stato permesso fotografarlo, ma nemmeno avvicinarlo.

Ma la cosa più interessante è un’altra.

Per tre mesi l’anno, a partire da inizio settembre, tutti i 7.000 Fulni-ô si spostano dal loro villaggio all’area dell’Ouricourì, dove trascorreranno il tempo in assoluta comunione con la natura. Nudi, privi di vestiti, coperte, cellulari, orologi, qualsiasi altro elemento tecnologico. Per tre mesi, un giorno dopo l’altro, con cerimonie continue, celebrano la loro unione con la natura, specialmente onorando l’albero sacro che rappresenta per loro, come gli immaginari Na’vi di Avatar, la fonte della vita. Cosa accada esattamente nei tre mesi non ci è dato di saperlo poiché in quel periodo l’accesso all’area è tassativamente vietato ai bianchi e comunque ai non Fulni-ô Nessuno può accedervi, mentre tutti i Fulni-ô sono obbligati da un patto intertribale a partecipare a questo rito, pena l’espulsione dalla tribù. Nessuno di essi può raccontare cosa accada nel ritiro.

Questo ritiro spirituale lungo e difficile, al di là della valenza profondamente spirituale, è anche un impegnativo stage motivazionale che ha lo scopo di mantenere fortemente unita la tribù e di dare la forza e gli strumenti per sopravvivere, nonostante le condizioni proibitive imposte dall’avanzare inesorabile del mondo occidentale.

Quello che i Fulni-ô fanno nell’Ouricourì è realmente misterioso poiché le loro pratiche spirituali, composte da uso di erbe, mantra, canti, percussioni, danze, preghiere, rituali, alimentazione controllata, sono realmente ricchissime e variegate.

Di fatto i Fulni-ô riescono non solo a sopravvivere faticosamente, ma a mantenere caparbiamente le loro tradizioni, soprattutto sul piano spirituale. Soprattutto sono curanderos formidabili.

La distruzione dell’ambiente sempre più profonda li costringe oggi ad avvicinarsi ai bianchi e alle città, per vendere artigianato e offrire servizi di cura. È in atto un forte fenomeno di interazione tra essi e numerosi gruppi di cittadini brasiliani di origine europea interessati alle arti indigene, sia sul piano materiale che filosofico e spirituale.

A Rio de Janeiro e a San Paolo si stanno formando vere e proprie scuole di sciamanismo legate a tribù indigene, ma questa è un’altra storia che avrò modo di raccontare.

Ogni anno passiamo diversi mesi insieme ad alcuni di loro, ospiti a casa nostra, dove ogni sera accendono un fuoco accanto al quale meditano fumando la pipa. Spesso celebriamo insieme rituali di danza, canti e assunzione di pozioni di erbe, pitture corporali. La loro vita è un rituale continuo. La vita quotidiana per i Fulni-ô è una cura continua. La vita a stretto contatto con loro ha via via modificato la mia visione dell’esistenza. Ho definitivamente perso il senso del dovere e del costruire tipico della cultura occidentale, i quali hanno lasciato largo spazio al semplice essere e al curare, insieme al celebrare. Un modo di vivere spirituale molto più vicino al vero senso della vita come percorso di cura ed evoluzione animica.

Quello degli indios è stato il più grande genocidio della storia. Oggi i Fulni-ô continuano a resistere con i loro costumi ancestrali, sono professionisti della resistenza. Nello sfacelo della nostra cultura materiale, nell’attuale profondo cambio di paradigma e di dimensione, la loro esperienza potrebbe costituire un interessante spunto di riflessione su come fare per recuperare un vero e profondo senso di identità.

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