La via delle maschere

Ph. @mvillone - Carnevale in Perù sul lago Titicaca
Ph. @mvillone – Carnevale in Perù sul lago Titicaca

LA VIA DELLE MASCHERE

(Un estratto dal mio libro “Il Mistero della Libertà”).

“La via delle maschere” è il titolo di un noto libro del grande Levi-Strauss. L’ho preso a prestito per intitolare il paragrafo poiché suggerisce l’idea di un percorso segnato o caratterizzato da maschere. Il tema delle maschere è estremamente complesso e affascinante. Così profondo da indurre alcuni autori a sostenere che “lo studioso che fosse riuscito a comprendere pienamente questo argomento avrebbe trovato la chiave per svelare “il pensiero religioso e lo sviluppo sociale dell’uomo primitivo o non civilizzato” (William Healey Dall, 1884, p. 73) e che l’uso generale delle maschere nelle società primitive costituisse “uno dei misteri principali dell’etnografia” (Roger Caillois, 1967, p. 170).

Lévi-Strauss disse inoltre che “l’uomo sociale è per eccellenza mascherato: in quanto porta un nome, eredita uno status, detiene una posizione” (Lévi-Strauss, 1961, p. 18).

Si tratta di un tema così vasto e affascinante che vale la pena di essere approfondito. Non è mia intenzione dilungarmi troppo sull’argomento. Quello che mi interessa è partire dal concetto di maschera per analizzare brevemente e sul piano pratico cos’è del nostro vero volto, cioè del nostro vero io, che mostriamo al mondo e molto spesso anche a noi stessi.

Mi permetto di fare un passo indietro e riassumere a grandi linee storia e funzioni della maschera. Il suo utilizzo si perde letteralmente nella notte dei tempi. Potrebbe forse trattarsi di una delle più antiche forme di comunicazione e di ritualizzazione dell’uomo. La maschera è una rappresentazione: può rappresentare spiriti, demoni, divinità, animali o stati d’animo dell’uomo stesso. Può essere indossata o essere solo una scultura, come un totem o una stele, ma il suo aspetto decorativo è sempre accompagnato da quello semantico, che è preponderante.

Le maschere hanno da sempre avuto principalmente un ruolo rituale, funerario o esorcistico e vengono indossate per scacciare demoni o piuttosto chiamare dei, spiriti e antenati. Essendo legate alla rappresentazione successivamente lo sono al teatro, al teatro catartico greco, al metateatro, ma anche alle feste rituali. Nell’antica Grecia venivano usate anche nelle feste dionisiache e in altre rappresentazioni magico-rituali. In estrema sintesi il loro primo utilizzo era volto a mostrare ciò che normalmente è nascosto, ma la loro funzione era sacra. Tale funzione sacra venne meno con l’avvento di religioni monoteistiche come per esempio il Cristianesimo poiché da questo punto di vista, non riconoscendo molte divinità, esse finivano con essere soltanto rappresentazioni di demoni o del diavolo. Ma la necessità di liberare anche solo simbolicamente profondi e potenti archetipi e simboli del profondo è rimasta nell’uomo, tanto è vero che dal medioevo nell’Europa cristiana iniziò a svilupparsi la tradizione del Carnevale.

L’utilizzo delle maschere a scopo sacro e rituale è ancora presente in Africa, Asia e altri continenti, ma dove si è tentato di reprimere tali usanze esse sono risorte con forme diverse altrettanto potenti in molte parti del mondo. I Carnevali italiani di Venezia, Ivrea e Viareggio sono famosi, ma il Carnevale viene festeggiato in molte parti del mondo e il Brasile è forse patria di alcuni tra i più scatenati carnevali del pianeta, specie quello di Rio de Janeiro.

La funzione del Carnevale, come quello di altre rappresentazioni (come spiega J. Frazer nel “Ramo d’Oro”) era quella di ribaltare (ritualmente) la situazione tra servi e padroni: per un giorno (o per un certo periodo) il re e i nobili venivano derisi e umiliati, mentre i poveracci si vestivano da re e regine. Questa tradizione oggi, anche se inconsciamente, è più viva che mai, il Carnevale è il momento degli sberleffi a politici e padroni,  il momento in cui tutte le “regole” vengono sospese e “ogni scherzo vale”. Ovviamente si tratta, da sempre, di un contentino poiché dopo, con la quaresima, tutto ritorna come prima.

Ho avuto modo di conoscere il Carnevale di Rio nel quale mi sono trovato coinvolto più di una volta e che sto continuando ad approfondire poiché si tratta di un fenomeno di vastissima portata sociale e psicologica, davvero molto interessante.

Capita per forza di esserne coinvolti visto che, nei giorni fatidici, per televisione, nelle case e nei bar non si parla d’altro e per le strade è pieno di blocos de Samba spontanei o organizzati. Non partecipare, anche solo per caso, a uno di essi è impossibile, se si esce di casa. Il carnevale in Brasile e in particolare a Rio è più che una tradizione culturale, è quasi una religione. Da un anno all’altro, dopo che sono stati fatti i progetti da grandi artisti per le scuole di Samba più importanti e da semplici appassionati per tutti gli altri, partono gli artigiani volontari a darsi da fare per preparare alla perfezione carri e costumi. È un delirio. Un anno di lavoro per sfilare un’ora e venti minuti nel Sambodromo.

A differenza delle maschere non si può dire che sul significato del carnevale siano stati spesi fiumi di inchiostro, come si suole dire, poiché stranamente nonostante la portata della manifestazione non troppi ricercatori come antropologi, sociologi, psicologi vi si sono cimentati. La ragione non la so, ma posso azzardare un’ipotesi. Il Carnevale non è una festa istituzionale, ma una tradizione popolare che ingloba dentro di se credenze più antiche di varia provenienza. Inoltre è in continuo sviluppo e a Rio, tanto per fare un esempio, mentre oggi vengono utilizzate alte tecnologie con schermi al plasma e laser, continuano a sfilare le vecchie bahiane di novanta o cento anni che ruotano su se stesse con la tradizionale gonnellona ampia in un antico rituale (Evolução) che un tempo serviva per modificare lo stato di coscienza e andare in trance. Lo studio di un simile fenomeno è lungo e complesso e facilmente può portare a perdersi in mille rivoli che si perdono nella notte dei tempi e nei meandri della psiche umana. Per quanto riguarda le maschere e i costumi sontuosi e incredibilmente creativi dopo il carnevale vengono subito buttati via e si trovano per la strada o nei cassonetti della spazzatura. Questo è un altro fenomeno interessante. Nonostante i costumi possano costare migliaia di euro, dopo la sfilata di un’ora vengono abbandonati. La spiegazione potrebbe essere che di questo rituale catartico e liberatorio non debba rimanere nulla, e questo potrebbe altresì spiegare la reticenza a parlarne anche sul piano editoriale o letterario.

L’ora e mezza che si passa nel Sambodromo è devastante, folle, catartica. È una festa incredibile dove ogni scuola presenta dalle quattromila alle ottomila persone in costume più i carri e la musica assordante che sfilano sotto i riflettori e gli spalti pieni di gente in delirio. In questa massa enorme di persone c’è letteralmente di tutto ed è facilissimo incontrare dirigenti d’azienda, impiegati e droghieri che sfilano con prostitute, narcotrafficanti, avvocati, ingegneri, commesse, miliardari e poveracci di ogni sorta. Spariscono le regole e mentre il ricco signore per una notte si lascia andare il poveraccio si prende la sua piccola grande rivincita. Forse proprio questo è uno dei significati più palesi che, come si diceva, risale fino al medioevo europeo e ancora più indietro alle antiche feste dionisiache. Il rituale è molto profondo e io stesso dopo una faticosa e catartica sfilata in un simile scenario, pregno di questi significati, al cadere della tensione ho pianto. In occidente si conosce molto poco sulla realtà delle feste e dei rituali in genere e la maggior parte delle foto del carnevale di Rio sono ragazze dai fisici statuari, in gran parte rifatte, visto che in Brasile ci sono i migliori chirurghi plastici al mondo. In Italia arrivano solo notizie volgari su tette e culi e gli eventuali morti e tafferugli, peraltro rarissimi. C’è molto di più. Cultura, psicologia del profondo, tradizione, impegno, politica, denuncia, creatività, arte, amore e pace. Anche i Carnevali italiani ed europei sono molto floridi, ma probabilmente a molti sfugge il loro profondo significato simbolico. Si tratta di un rituale di liberazione.

Si tratta del poetico momento di gloria di persone che non hanno niente e diventano Re e Regine per una notte.

Questa simbologia molto interessante mi serve anche per sottolineare un altro aspetto, che è l’altra faccia della medaglia. L’utilizzo delle maschere e di questi rituali catartici, serve per esorcizzare e portare a galla simboli e stati d’animo profondi. Come si è visto il processo può avvenire più o meno consciamente o inconsciamente.

Ebbene il contraltare di questo rituale è l’abitudine (anche in questo caso più o meno conscia o inconscia) dell’uomo (odierno, occidentale, urbano e di classe media in particolare) a indossare maschere di ogni tipo. Si tratta di atteggiamenti, modi di fare, ma anche di veri e propri costumi e vestiti i quali contribuiscono a fare entrare in un particolare ruolo. I cosmetici utilizzati dalle donne (e dall’uomo anche se in minor misura), insieme ad abbigliamento e accessori sono probabilmente un fatto positivo, ma solo fino a quando vengono vissuti appunto come cosmetici, vestiti e accessori. Poiché quando invece iniziano ad assumere un ruolo “semantico” come le maschere e diventano portatori di una quantità di significati, non sono più “accessori” ma diventano maschere che, a differenza di quelle rituali “liberatorie” ci imprigionano in ruoli definiti, anche perché sfuggono alla sfera della coscienza. Sono maschere che, al contrario di quelle rituali utilizzate per un tempo definito (quello appunto del rituale) e consapevole, sono quasi sempre presenti addosso o intorno al nostro corpo, senza che ce ne rendiamo conto. Sono maschere che ci fanno perdere la nostra vera identità e ci rendono ancora una volta schiavi di una rappresentazione. Quella a beneficio di come ci desiderano (o come crediamo che ci desiderino) gli altri o il sistema. Per cui in pratica alla fine dei conti invece di vivere, semplicemente vivere per noi stessi, passiamo (spesso inconsciamente) da un costume e da una maschera all’altra, nella necessità (oggettiva o presunta) di vivere per gli altri o per uno schema predefinito da onorare.

Così oggi siamo vestiti da dirigenti e domani da giardinieri, oggi da idraulici e domani da seduttori del sabato sera, la mattina siamo presidenti e la sera papà. È chiaro che un minimo di ruoli sono indispensabili, ma anzitutto occorrerebbe essere consapevoli che di ruoli si tratta. Oltretutto molti di questi ruoli spesso non sono affatto necessari.

La liberazione da queste costrizioni ancora una volta passa, in primo luogo, attraverso una presa di coscienza. Dopo che ci siamo resi conto che stiamo indossando maschere occorrerebbe capire che di molte di esse si potrebbe tranquillamente fare a meno. Nella maggior parte dei casi non sono affatto necessarie per vivere né per sopravvivere. Sono solo un trucco nel quale siamo cascati, ormai per inerzia, poiché il trucco viene perpetuato da secoli. In realtà potremmo vivere mostrandoci per quello che veramente siamo per due ragioni. Abbiamo il diritto di essere ciò che veramente siamo, questo diritto è inalienabile e contrariamente a quanto si teme non ci può essere assolutamente nulla che ci danneggia se lo facciamo. E poi vivere liberi e senza maschere conviene, è meno dispendioso, più salutare e più allegro. Lo dimostra il fatto, tra altre cose, che molti poveri sopravvivono benissimo, vivono anche meglio e sembrano mediamente più felici e spensierati dei ricchi che hanno più mezzi per procurarsi più maschere. I poveri che vivono peggio sono quelli più contaminati dal mondo dei ricchi e dal sistema dei consumi. Cominciano anch’essi a credere di avere bisogni, ma non bisogni di base o profondi, bensì bisogni consumistici e fittizi.

Quindi, lo sottolineo nuovamente, ciò che Lévi-Strauss disse “l’uomo sociale è per eccellenza mascherato in quanto porta un nome, eredita uno status, detiene una posizione” è qualcosa che, senza essere grandi antropologi, possiamo oggettivamente osservare tutti. Questo non significa che essa sia la situazione corretta o che comunque siamo tenuti, da qualcuno o qualcosa, ad accettare. Per lo meno se qualche maschera dovrà essere indossata meglio esserne coscienti e godere del travestimento fino in fondo, vivendolo senza remore, ma sapendo che è solo una parte del nostro vero io.