Ritorno alla natura

Brasil

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Siamo comunemente portati a pensare che il mondo stia andando a rotoli e non ci sia stato nessun periodo peggiore di questo in precedenza. In realtà un’attenta lettura della storia, sia macro che micro, ci potrebbe portare a vedere che non è affatto vero, non è proprio così. Ci sono stati periodi ben peggiori di questo con i loro orrori e i loro mostri. Basti pensare alle guerre mondiali, al fascismo e al nazismo, alle torture medioevali, all’inquisizione, alle crocefissioni romane, tanto per citare alcuni tra gli esempi più eclatanti. Ma, molto più semplicemente, i precedenti secoli di storia sono stati un susseguirsi di schiavitù, oscurantismi e privazioni senza fine.

Detto questo sicuramente occorre essere coscienti del fatto che oggi siamo di fronte a una profonda crisi di valori, economica, politica, spirituale e sociale. Oltre a ciò ci stiamo avvicinando a grandi passi verso una crisi energetica e idrica senza precedenti, senza contare che le disuguaglianze sono sempre più marcate e oltre un miliardo di persone sul pianeta soffre la fame mentre, in generale, i diritti umani non sono affatto rispettati per larghe fasce della popolazione mondiale.

Ma ci sono anche aspetti positivi. In generale il livello di coscienza globale si sta alzando, sebbene la quantità percentuale di mostri all’interno dell’umanità sia senza dubbio troppo elevata. Si sono però incarnati sul pianeta nuovi esseri, quelli che vengono chiamati “indaco” e “cristallo”. Moltissima gente cerca pace e amore e moltissimi si sono attivati concretamente per creare nuove opportunità di vita alternativa, per esplorare nuovi orizzonti, per affrancarsi dalla schiavitù che i sistemi capitalisti e collettivisti impongono, senza differenza alcuna tra l’uno e l’altro.

È in atto un generale risveglio nel quale moltissima gente si è resa conto che “così non si può andare avanti”. Mai come oggi è stata presente a livello globale la consapevolezza che occorre rivalutare il feminino, la sacralità, la natura, le relazioni umane, la bellezza della quotidianità.

In pratica sta crescendo un diffuso sentimento di amore per una vita diversa e una diversa concezione del proprio Sé, meno egoica e più profonda.

Tutto questo è difficile da sintetizzare, ma possiamo riassumerlo, con buona approssimazione, nel desiderio di riavvicinarsi alla natura, sebbene in parte compromessa, e a ritmi di vita ben più naturali.

In questo le culture e le società naturali ancora esistenti possono venirci in aiuto. Di certo anch’esse sono tutt’altro che scevre da problemi e presentano senza dubbio le loro lacune, ma hanno il pregio di poter trasmettere ad altri un profondo amore per la natura e per una vita comunitaria e di relazione basata su profonde radici comuni con altri esseri, umani e non.

L'autore con Ari-tan, capo di un gruppo di Fulni-o. Mio pittore corporale, artista e danzatore al quale offro la mia più profonda gratitudine per avermi fatto scoprire il mio grido di combattimento.

L’autore con Ari-tan, capo di un gruppo di Fulni-o. Mio pittore corporale, artista e danzatore al quale offro la mia più profonda gratitudine per avermi fatto scoprire il mio grido di combattimento.

Di società naturali sul pianeta se ne trovano tutto sommato ancora parecchie, un po’ in ogni dove. Australia, India, Africa, Stati Uniti, Canada, Messico, Sudamerica, Asia. Se ne trovano in ogni angolo del mondo. Avvicinarle non è semplice e oltretutto può essere molto pericoloso soprattutto per loro. Ma senza dubbio può aiutare molto i poveri occidentali del tutto disorientati e che non ne possono più delle meraviglie del consumismo, del capitalismo e del comunismo.

La mia esperienza personale non si limita al Brasile poiché ho avuto a che fare con culture naturali in Africa e Asia prima di finire in questo paese, ma è in Brasile che ho approfondito maggiormente le relazioni con alcuni di loro.

In linea generale nel corso del ‘900 le culture naturali sono state considerate dalla maggior parte di studiosi e intellettuali come “primitive” e “selvagge”, portatrici di conoscenze antiche di grande valore sul piano tecnico per lo studio dell’evoluzione umana, osservata da un punto di vista darwiniano. Solo alcuni, come per esempio il grande studioso di storia delle religioni Mircea Eliade, la pensavano diversamente. All’inizio della seconda metà del XX secolo egli sosteneva, tra le altre cose, che non bastava più osservare le arti africana e oceaniana come qualcosa di curioso e interessante, ma occorreva cominciare a riscoprire le radici di quelle arti.

Molti antropologi e psicologi del ‘900 hanno considerato i popoli che vivevano a stretto contatto con la natura un ottimo laboratorio per scoprire cose che avessero a che fare perlopiù con il passato dell’umanità, ora evolutasi nella meravigliosa cultura tecnologica.

In generale la cultura accademica vede ancora oggi le cose in questo modo, ma è in sensibile aumento la quantità di persone, intellettuali, studiosi, ricercatori, gente comune che si è resa conto di come in realtà le conoscenze dei popoli naturali siano non solo profonde, vaste e antichissime, ma anche di grande utilità sul piano pratico.

Tali conoscenze sono relative all’uso alimentare e farmacologico di erbe, piante e frutti, al rapporto con la natura e all’interazione con il mondo delle energie sottili, che hanno a che vedere con gli spiriti, gli antenati, la psicologia del profondo, e tutto quello che costituisce l’essenza della vita e che non si può “vedere” direttamente né “misurare” in alcun modo.

Queste conoscenze hanno risvolti pratici incommensurabili per ragioni semplicissime, nemmeno troppo magiche. Erbe e piante, banalmente, contengono principi attivi che la stessa chimica e farmacologia riconoscono avere effetti tangibili sul corpo umano. Unica differenza, fondamentale, tra la farmacopea indigena e quella tecnologica, il fatto che quest’ultima utilizza sostanze o combinazioni di sostanze sintetizzate in laboratorio, attentamente calibrate, mentre la prima utilizza composti naturali formati da decine e centinaia di componenti, mescolati alchemicamente dalla natura insieme a energie sottili impossibili da misurare e isolare.

Gli indigeni inoltre sono “capaci” di aver a che fare con la natura in maniera armonica e sono le persone più indicate per la gestione e la salvaguardia del traballante patrimonio naturale del pianeta.

Mentre si trova inoltre nel loro ambiente culturale una quantità di conoscenze artistiche, psicologiche, comportamentali, spirituali, che va a costituire un “corpus” di informazioni articolate, utile, o forse addirittura imprescindibile, per l’indagine e la cura di corpo, mente, spirito e relazioni. Si tratta di un insieme di conoscenze profondo, antico, articolato e complesso, legato a una visione del cosmo fondamentalmente diversa da quella suggerita dall’utilizzo della ragione da sola.

In particolare gli indios hanno la capacità di “sentire” profondamente la materia, l’essere, le cose, senza limitarsi a “osservarle” e “analizzarle”, bensì “sentendole” nel corpo, sulla pelle, nella mente e nell’anima. Nella visione indigena non esiste separazione tra spirito e materia, razionale e irrazionale, veglia e sogno, io e gli altri, vita e morte. Tutto è Uno e tutto è un insieme che non può essere scansionato e analizzato, ma può solo essere vissuto. L’osservare indigeno si manifesta in un mix di osservazione e abbandono. E ciò che si osserva non ha tre dimensioni più il tempo, bensì sembrerebbe essere quello che la fisica quantistica oggi ipotizza: un ologramma atemporale dove i fenomeni e i noumeni sono indivisibili e non-locali.

Tutto questo non li rende necessariamente migliori, sono afflitti anch’essi, ovviamente, da tanti problemi. Ma la loro “strategia”, se così possiamo chiamarla, li ha fatti sopravvivere per 10.000 anni, e in una condizione generalmente di maggiore armonia con l’ambiente esterno, che sia la foresta o che sia il cosmo intero, inclusa l’energia e tutto quanto possa esserci e non si possa vedere. Molto spesso la loro visione scarseggia o è totalmente priva di razionalità, il che non li rende adatti all’analisi e alla pianificazione strategica e nemmeno alla formalizzazione di un pensiero lineare. D’altra parte sono in qualche modo più “capaci” di “esistere” felicemente e di “sentire” di essere in relazione con tutto indipendentemente dal tempo. Più facile per loro “ritualizzare” anziché scansionare e ordinare. Mentre l’osservatore razionale occidentale sa analizzare, scansionare, creare relazioni dialettiche che, spesso, portano a scrivere fiumi di parole, libri interi, addirittura creare scuole accademiche secolari, mentre fatica semplicemente a “vivere”, come fa un indigeno, godendo profondamente, nell’attimo, di ciò di cui si sente parte, che magari non “capisce”, ma che in qualche modo “conosce”.

Molto spesso gli scritti di noi occidentali possono sembrare dotti e interessanti, ma visti con un altro sguardo, a volte, francamente delle seghe mentali senza fine.

L’uomo comune occidentale ha sviluppato una coscienza basata sull’osservazione oggettiva e sulla ragione. Per gli indigeni questi sono solo due elementi di un quadro ben più ampio, nel quale concorrono anche il sogno e la visione irrazionale, l’amore, l’abbandono, il contatto con dio, gli spiriti, gli animali e gli antenati. Non esiste una logica o perlomeno non esiste solo e soprattutto quella, bensì esiste il sentire a infinite dimensioni.

Altro che primitivi.

In tale contesto la malattia e i disagi non sono più visti come qualcosa di esterno da eliminare, bensì come segnali di un tutto da equilibrare. La medicina indigena non esclude affatto quella tecnologica, bensì la integra e, soprattutto, ha una funzione preventiva. Può inoltre operare con quello che i curanderos chiamano “esplosione d’amore” per curare patologie di ogni tipo, anche gravi.

Un curandero dice: “Non fa male la schiena, fanno male i carichi. Non hanno problemi gli occhi, fa male l’ingiustizia. Non fa male la testa, fanno male i pensieri. Non fa male la gola, fa male ciò che non si esprime o si esprime con rabbia. Non fa male lo stomaco, fa male ciò che l’anima non digerisce. Non fa male il fegato, fa male la rabbia continua. Non soffre il cuore, a soffrire è l’amore. Ed è precisamente questo, proprio l’amore, la medicina più forte”.

In pratica cosa succede? Uomini bianchi, occidentali, tecnologici, razionali, talvolta con una formazione scientifica o accademica si stanno avvicinando agli indios non più per “studiarli” come un qualsiasi antropologo, afflitto da strascichi di colonialismo, bensì per “apprendere” da loro come fare per tornare a “sentire” la vita anziché “studiarla” e cercare di capire come diavolo abbia fatto a venire fuori dal nulla e, magari, cosa possa significare.

Cosa significa “sentire” la vita? (C’è sempre qualche stronzetto che me lo chiede con una leggerissima connotazione polemica).

Ebbene ovviamente è difficile da spiegare su basi razionali, comunque ci proverò. Significa stare in qualsiasi luogo, magari immerso nella natura o magari no, in silenzio, acquisendo informazioni senza analizzarle e sospendendo qualsiasi giudizio. Significa fare cose che per un bianco occidentale possono sembrare assurde, come parlare o cantare a piante, fiumi, animali, o elementi come acqua e fuoco. Significa “sentire” una relazione misteriosa e inesplicabile con alcuni animali, alcune piante o magari altre persone. Significa non dare nulla per scontato, sacralizzare tutto, e vedere in cose che per un bianco possono sembrare automatiche o casuali, continui segnali di qualcosa che è nell’universo, ma nessuno può vedere, nonostante questa cosa pervada tutto regolando tutto in maniera mistica, giusta, amorevole e musicale. Significa dare un’importanza profonda a tutte le relazioni, sia umane che di qualsiasi altro tipo.

Il mondo è fatto solo di relazioni. Ancora una volta la visione mistica, anche indigena, e quella scientifica convergono. Per la fisica quantistica non esistono particelle subatomiche isolate, esistono solo relazioni tra particelle e flussi di energia.

Quello che sta avvenendo in Brasile, ma anche in tutto il mondo è un rinnovato interesse da parte delle persone occidentali per le culture naturali, in particolare per lo sciamanismo. Tale interesse spesso si espleta nella partecipazione a workshop o cerimonie dove vengono utilizzati canti, tamburi, danze e sostanze psicoattive. Il fenomeno è diventato una moda, ma va al di là della moda poiché le necessita psico-spirituali che spingono a questo comportamento sono concrete.

Non è così facile acquisire questo tipo di psicologia, d’altra parte non dipende, tutto sommato, da dove si è e cosa si fa, bensì dalla necessità che si ha di cambiare e di ritrovare il vero Sé. Si tratta di ricordare chi o cosa siamo veramente. Si tratta di tornare all’origine del proprio processo creativo, all’esplosione d’amore primordiale che ha creato tutto.

Il punto è che non è affatto sufficiente mettersi un cocard di piume in testa, farsi di ayahuasca, battere su un tamburo, strabuzzare gli occhi, passare un sacco di tempo nella foresta o nella natura, dire cose mirabolanti, stare con le gambe incrociate a occhi chiusi, mangiare radici, andare in India, tornare in Brasile, fare il corso di Reiki e tutta una serie di altre menate che sono diventate di moda negli ultimi dieci/venti anni.

Il punto è fare una rivoluzione interiore spaventosa, mettere tutto in discussione e finirla di prendersi in giro dal mattino alla sera, come fa la maggior parte delle persone.

Come si fa a sapere se la rivoluzione è riuscita o no? È semplicissimo. Si smette di chiacchierare e si è realmente disponibili agli altri, con amore, ma non perché si è buoni, coscienti e maturi, bensì semplicemente poiché finalmente si “sa” che non ci sono altre vie di uscita.

In sostanza “ritornare alla natura” non è avere una casa sull’albero e cibarsi di radici o assumere sostanze strane, bensì è tornare alla “propria” natura, quella di essere umano sano e creativo, orientato all’amore piuttosto che all’odio.

L’umanità si trova a un bivio. Perdere il contatto con se stessa in nome di chissà quale benessere tecnologico o materiale, oppure ritrovare le proprie radici e imboccare così una strada di rispetto per se stessa, la vita, la terra e la natura e vivere qualsiasi cosa ad essa si presenti, tecnologia inclusa, nella consapevolezza che solo l’amore può creare vero benessere profondo e sviluppo della coscienza su quello che è il significato misterioso dell’intero universo.

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Le Ruote di Cura

Juliana Ramos - Casa dell'Aquila, Rio

Juliana Ramos – Casa dell’Aquila, Rio

Tutti i martedì sera a Rio de Janeiro in una delle costruzioni di quella che era un’antica fazenda del quartiere di São Conrado vengono celebrate “Ruote di Cura”, “Rodas de Cura” in portoghese. L’antica fazenda si chiamava Villa Riso e vi si coltivava prevalentemente caffè, come in tutta l’area circostante. Fino a circa 35 anni fa il luogo era ancora relativamente selvaggio e rurale, oggi è uno dei quartieri trafficati della città come diversi altri.

Villa Riso era stata fondata dal signor Riso, un italiano facoltoso che aveva sposato una donna indigena dalla quale aveva avuto due figlie, Bebeta e Cesarina. Oggi la proprietà e divisa tra le due sorelle e Bebeta si occupa proprio della parte di proprietà dove si svolgono attività sciamaniche e spirituali in genere. Il luogo oggi è stato battezzato “Casa dell’Aquila” ed è piuttosto conosciuto a Rio tra la gente interessata a questi temi. La “casa” è immersa in una natura lussureggiante, lontano dal ruomore cittadino, tra rocce, piante, cascate e piscine d’acqua di fonte.

Il martedì dunque vi si svolgono le ruote di cura, dalle 20 alle 22,30 circa. Sono guidate da Carlos Sauer, di cui parlo diffusamente in altri post di questo stesso blog, un curandero brasiliano, oggi cinquantottenne, che dai venti ai cinquanta anni visse con il popolo dei Cheyenne in California, dove era stato adottato da un vecchio sciamano, Nelson Turtle. Qui Carlos aveva appreso tutti i segreti dello sciamanismo di questa tribù e di altre, come per esempio i Sioux Lakota.

A queste “ruote” partecipano diversi praticanti dello sciamanismo, numerosi altri medium e Juliana Ramos, compagna di Carlos e psicologa reichiana.

Nelle suggestive luci soffuse della sala, davanti a una candela accesa Carlos inizia a battere sommessamente sul suo tamburo sciamanico, seguito da tutti gli altri (me compreso) e poco dopo inizia a intonare i canti Lakota e Cheyenne. Sono canti che parlano d’amore, del sole e della luna, della terra, della vita e della morte, degli antenati, degli animali totem, di dio e dell’acqua, delle dee e del fuoco. All’inizio sono tutti seduti, poi man mano l’atmosfera si scalda e l’energia cresce, fino a quando Carlos si alza in piedi e invita anche altri a farlo. Dopo circa un’ora di ritmo con i tamburi e di canti a gran voce tutti insieme il livello di energia è altissimo, si sente l’energia palpabile nella sala. Spesso, quanto sono presenti a Rio, a un certo punto entrano, ornati dei loro diademi, a partecipare gli indios Fulni-o del Pernambuco, grandi amici e fratelli spirituali, con i loro potenti canti di guarigione. Poi tutto tace e, nel silenzio, iniziano le cure a tutto il gruppo e a specifiche persone che lo richiedono e che soffrono di particolari patologie acute o croniche in quel momento.

I medium iniziano nella semioscurità i loro massaggi spirituali e l’estrazione dei mali. Nel frattempo due voci femminili intonano dolcissimi canti arcaici matriarcali, accompagnandosi dal lento ritmo dei tamburi sciamanici. Di solito si tratta della compagna e della sorella di Carlos, medium anche loro.

In quella fase, dopo aver sperimentato la fortissima energia dei canti, dove non risparmio nemmeno la mia voce, cado in una trance profondissima nella quale, seduto, percepisco a malapena l’avvicinarsi di uno dei medium e il suo massaggio spirituale. Spesso lascio sgorgare le lacrime e perdo la nozione del tempo, lasciandomi trasportare dalla dolcezza dei canti matriarcali.

Quando tutto finisce ci metto parecchio a riprendermi e di solito torno rapidamente a casa dove mi accingo subito a un sonno profondo.

Le ruote di cura sono una delle attività più straordinarie della Casa. Magia pura nella quale tutto il gruppo cura una singola persona e, nel farlo, cura tutto se stesso, mentre le malattie di ogni singola persona investono tutto il gruppo e ogni singola cura coinvolge tutti gli altri.

Un’esperienza profonda.

Il balconcino visto da lontano

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Neanche mi avessero invitato a nozze. Lo dico in veste autocritica poiché non perdo occasione, tutto sommato, per sparare a zero sulla mia città, dove sono stato fino a dodici anni fa, alternando fortunatamente la residenza con numerosi viaggi. Poi ho colto l’occasione per passare sempre più tempo in Brasile, in particolare a Rio, dove ora vivo.

Una vicenda come quella del balconcino proprio ai Carioca sarebbe difficile da spiegare visto che qui fanno casino dal mattino alla sera, ma andiamo per ordine. Da alcuni anni da un balconcino del centro città a Torino due artisti, Maksim Cristian e Daria Spada, con alcuni loro amici, si esibiscono tutte le domeniche. Incredibile ma vero, ora sono perseguiti penalmente dalla Procura della Repubblica.

Torino è una città stupenda, ricca non solo sul piano paesaggistico e architettonico, ma anche culturale e umano. Il problema è il provincialismo profondo che la attanaglia, come tutte le altre città italiane, ma forse ancora di più. Un’iniziativa come quella andrebbe non solo sostenuta, appoggiata e incoraggiata, ma addirittura insegnata. Ovvero sarebbe interessante che l’eventuale appoggio a idee simili fosse sostenuto anche sul piano culturale spiegando, magari anche attraverso le pagine di un giornale, che non c’è niente di strano se si sente un po’ di musica nel quartiere nel tardo pomeriggio di domenica. Spiegare che nel mondo esiste anche l’espressione artistica popolare e che questa può anche coinvolgere un intero quartiere o persino un’intera cittadinanza. Negli ultimi anni si moltiplicano in tutto il mondo eventi dedicati alla pacifica condivisione di arte e musica, proprio per reagire al generale senso di crisi e di smarrimento di tutta la società di fronte ai terribili accadimenti degli ultimi tempi. Questa poteva essere una ulteriore occasione di questo tipo, oltre che una proposta che poteva caratterizzare ulteriormente la città. Purtroppo Torino è una città di vecchi, non necessariamente in senso anagrafico (per esempio mio padre ha 90 anni sta benissimo e fa il burattinaio), bensì in senso cerebrale. Tantissimi si accontentano di essere morti che camminano senza altre prospettive che le loro settimane fatte di lamentele, di piccole cose, della spesa per riempire quel maledetto tubo digerente che sembra la cosa più importante di tutte e poi la TV, quella sì, quella va benissimo. Qualche decibel in più la domenica pomeriggio NO, farsi vomitare la melma dal tubo catodico tutte le sere con la pancia piena della roba transgenica del supermercato SI.

Mi rendo perfettamente conto che finisco per scrivere banalmente cose condivisibili da molti e che sappiamo in tanti. Ma allora come è possibile che si verifichino ancora situazioni di questo tipo? Voglio dire, passi l’amministratore un po’ frastornato dalla melma televisiva, insieme a tutti i condomini zombie, occupati probabilmente perlopiù a fare gli schiavi per il sistema. Ma come può intervenire la Procura della Repubblica con tutti i problemi enormi che la società deve affrontare oggi? Non solo. Ma come è possibile che un attacco del genere non venga fatto ai danni di tutto sommato un oggettivo disturbatore dell’armonia sociale bensì contro artisti di livello che si sforzano di creare qualcosa di bello che possa aiutare a vivere diversamente i tempi molto difficili che tutti stiamo affrontando?

La Procura è sicura davvero di fare il bene della popolazione con una simile operazione? Se lo saranno chiesto oppure svolgono solo freddamente il loro lavoro senza assumersi la benché minima responsabilità, come farebbe qualsiasi impiegato di medio rango, di capire realmente cosa hanno di fronte?

Che tristezza. Ma non mi stupisco più di tanto. È proprio questa generale tristezza italiana fatta di gente piccola piccola, che conoscevo già benissimo, che mi ha indotto ad andare a esprimermi altrove.

Quello che posso dire è che sarebbe bello che chi ha potere, chi ha influenza a palazzo, avesse la dignità, la forza, la competenza per spiegare a tutti come questa idea sia nata da un atto di amore di un gruppo di artisti di diversa provenienza culturale e geografica. Forse nessuno lo fa perché gli zombie silenziosi sono comunque un bacino di voti e di consenso del quale occorre tenere conto.

Purtroppo occorre anche prendere atto del fatto che viviamo ancora in un mondo dove è più facile che vengano sostenuti morti che camminano impegnati solo a inscenare farse grottesche che non idealisti pieni d’amore.

La diffusione dello sciamanismo

Con sabino, sciamano Huni Kuin, Amazzonia.

Con sabino, sciamano Huni Kuin, Amazzonia.

Testi: Mauro Villone – Foto: M. Villone e Lidia Urani

Lo sciamanismo esiste dalla notte dei tempi ed è sopravvissuto fino ad oggi in diverse parti del mondo (vedi link a questo stesso blog). Cominciò ad essere oggetto di interesse e di studio da parte degli occidentali già dal XIX secolo con le prime esplorazioni del pianeta realizzate non a scopi solo commerciali. Gli sciamani, è ovvio, erano già stati incontrati dagli europei in tempi più remoti, come accadde a Marco Polo in Asia e ai primi esploratori delle americhe, ma fu nel XIX secolo che iniziarono studi oggettivi e sistematici, con l’avvento di quelle che al tempo venivano chiamate etnologia e etnografia.

Ma è nel XX secolo che gli studi sul tema cominciano ad avere un peso importante. In particolare nella seconda metà del secolo cominciò a uscire molto materiale, incluso il fondamentale “Lo Sciamanismo e le tecniche arcaiche dell’estasi” del grande storico delle religioni Mircea Eliade. La grande messe di testi pubblicati iniziò a gettare luce su questo fenomeno misterioso, spesso confuso con la stregoneria, con la quale peraltro ha punti di contatto, e a interessare un pubblico non solo accademico. Era già chiaro che lo sciamanismo aveva a che fare profondamente con la modificazione della coscienza. Nel frattempo, con la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60 la beat generation manifestò la propria ribellione alla cultura istituzionale anche avvicinandosi agli stati modificati di coscienza, perlopiù indotti da sostanze psicoattive, in particolare LSD, appena scoperto da Albert Hoffman nei laboratori della Sandoz di Basilea. Tutti conoscono la rivoluzione che ne seguì, che coinvolse intellettuali, studenti, artisti, musicisti e letterati come Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Si cominciò a parlare di “porte della percezione”, concetto ripreso sul finire degli anni ’60 dal gruppo rock dei Doors che aveva nel suo frontman Jim Morrison il suo sciamano personale, personaggio straordinario, controverso e istrionico, poeta e cantore eccezionale, che non avrebbe potuto che disincarnarsi giovanissimo, oltretutto in circostanze mai del tutto chiarite.

Tra gli anni ’60 e ’70 dilagò la cultura psichedelica e, nel frattempo, sul finire dei ’60, comparve sulla scena un oscuro scrittore dai contorni poco chiari, nato in Perù e cresciuto in California a Los Angeles, dove si laureò in antropologia all’UCLA con una tesi sullo sciamanismo e le droghe psicoattive utilizzate dagli sciamani messicani. Anche se egli stesso non amava affatto identificarsi con la cultura psichedelica, Carlos Castañeda, deceduto nel 1998, oggi è un mostro sacro, ma la sua storia rimane misteriosa e mai del tutto chiarita. Considerato da molti antropologi istituzionali un impostore, ma osannato da altri, come per esempio Elémire Zolla, produsse una serie di libri interessantissimi dove racconta dei suoi incontri e del suo apprendistato con uno stregone o sciamano Yaqui messicano, certo Don Juan Matus. Fu una ulteriore rivoluzione culturale vera e propria che influenzò intere generazioni, portando ancora di più alla ribalta il misterioso fenomeno dello sciamanismo. Molti americani ed europei cominciarono a seguire le orme del maestro tentando di entrare in contatto con sciamani e stregoni un po’ ovunque, ma soprattutto in Messico e Nordamerica.

Carlos Sauer durante una cerimonia

Carlos Sauer durante una cerimonia

In poche parole quello che poteva sembrare un fatto di carattere etnologico, nel giro di alcuni decenni, da Mircea Eliade, attraverso la beat generation e le droghe, fino a Castañeda, divenne una questione cruciale riguardante la formazione stessa della cultura umana, così viva da interessare decine di milioni di giovani e meno giovani in tutto il mondo.

Di sicuro non furono solo questi gli autori che contribuirono allo sviluppo dell’interesse sul tema. Se ne potrebbero citare a decine, tra i quali Joan Halifax, Terence McKenna, Richard Evans Shultes, Robert Gordon Wasson e molti altri. Il punto fondamentale è che la modificazione dello stato di coscienza, il viaggio sciamanico e altri fenomeni, già dagli anni ’80 non erano più faccende da addetti ai lavori, ma manifestazioni culturali e di costume diffuse.

Documentaristi di diversi paesi si cimentarono sull’argomento e venne prodotta una quantità di materiale scritto e visuale che si mescolò a un rinnovato interesse anche per gli indiani nordamericani, visti non più come nei vecchi western, ma sotto una luce diversa e osservati con maggiore profondità.

Dopo un periodo di relativa stasi l’inizio del XXI secolo vide una ripresa dell’interesse a questi temi e lo sciamanismo cominciò a diventare oggetto non solo di studio e di osservazione, ma anche di esperienza pratica, con stage, corsi, festival.

Questi avvenimenti più recenti hanno portato da una parte al nascere di una quantità di cialtroni, praticoni e impostori che per il semplice fatto di battere su un tamburo o di farsi di peyote riescono a spacciarsi per sciamani, d’altra parte hanno fatto sì che lo sciamanismo diventasse seriamente un fatto inserito nel costume odierno dando la possibilità a un vasto pubblico di avvicinarsi a una filosofia di vita arcaica e profonda. Questo fatto presenta buone opportunità e anche problemi dai quali lo sciamanismo stesso deve difendersi, per la semplice ragione che, come per qualsiasi altra cosa nel mondo occidentale, si è creato un mercato con annessi e connessi, domande e offerte, leggi economiche, azioni di marketing e operazioni commerciali e di immagine.

La reazione a questo stato di cose è duplice. Da una parte c’è chi vorrebbe fermare tutto e tornare ai vecchi tempi dove c’era la civiltà occidentale e tecnologica contrapposta e più o meno distante da quella rurale e selvaggia, dall’altra c’è chi vede in tutto questo un’opportunità, che presenta mille rischi per ambedue le parti, ma da cogliere.

 

Cpn Xowà Tapuyà, guerriero Fulni-o

Cpn Xowà Tapuyà, guerriero Fulni-o

Cosa succede oggi

La profonda crisi che il mondo occidentale sta attraversando ha risvegliato un grande interesse per il mondo spirituale. Di fatto nelle ultime tre decadi si è sviluppata un’offerta che propone di tutto tra cui ovviamente anche lo sciamanismo. In particolare ha avuto larga diffusione l’utilizzo dell’Ayahuasca come enteogeno spirituale in tutto il mondo.

Le pareti tra il mondo tecnologico e quello selvatico sono sempre più sottili e i due mondi si vanno dissolvendo uno nell’altro. Chi corre i rischi maggiori sono chiaramente gli indigeni, se non altro perché finora relativamente poco contaminati. Ma in realtà esistono anche molti aspetti positivi. Vediamo quali.

 

La situazione brasiliana

Sebbene il fenomeno sia diffuso in tutto il mondo è per me più agevole parlare della situazione in Brasile poiché qui risiedo e qui faccio esperienza concreta di relazione con il mondo dello sciamanismo da molti anni.

Una dozzina di anni fa un serissimo operatore olistico di un rinomato centro di salute di Rio de Janeiro ricevette la visita inaspettata di due giovani sciamani provenienti dall’Amazzonia. Si trattava di due giovani di alto lignaggio del popolo Huni Kuin dell’Acre, discendenti da stirpi di capi e pajé, come vengono chiamati qui gli sciamani, grandi maestri nell’utilizzo delle piante e in particolare della miscela sacra dell’Ayahuasca.

Da quell’incontro nacque una lunga storia che si prolunga fino a i giorni attuali. Una storia di amore, fratellanza, ricerca spirituale.

Nacque una collaborazione tra un gruppo di ricercatori spirituali carioca e i pajé Huni Kuin. Vennero organizzate le prime cerimonie sacre Ayahuasca a cui ne seguirono numerose altre fino ad arrivare all’intensa attività odierna con almeno una cerimonia al mese nello stato di Rio de Janeiro e un continuo scambio spirituale e culturale nei territori di provenienza degli Huni Kuin, nel Rio Jordão, stato del Acre, Amazzonia meridionale. Oggi i non indios coinvolti in questa vicenda si sono organizzati in una associazione chiamata “Guardiões da Floresta”, i “Guardiani della Foresta”, dei quali anch’io faccio parte. Negli ultimi quattro anni sono state realizzate pubblicazioni con un importante editrice di Rio, si è aperto un canale di scambio informazioni con il Giardino Botanico di Rio e altre istituzioni universitarie. Il famoso artista plastico brasiliano Ernesto Neto ha già presentato più volte suoi lavori che hanno come tema centrale gli Huni Kuin, come accaduto nella Biennale di Venezia 2017.

L’uso dell’Ayahuasca è esteso storicamente a tutta la fascia amazzonica dove, a seconda delle aree, è conosciuta con nomi diversi come Yajé o Caapì. Da alcuni anni il suo uso si è rapidamente espanso in tutto il mondo diventando anche una moda, un fenomeno commerciale e di costume, uno strumento di ricerca spirituale e psicologica, nonché di cura. Naturalmente la sua rapida diffusione presenta anche risvolti negativi come lo scarso controllo, l’uso smodato e non rituale, con la perdita delle sue caratteristiche di sacralità.

Ma ci sono anche aspetti positivi, poiché in generale non solo l’uso di Ayahuasca, ma anche di altre piante e dello sciamanismo in genere sta comunque contribuendo alla diffusione di un certo tipo di coscienza relativamente soprattutto al rapporto dell’uomo con se stesso, con le sue origini, con la natura e il cosmo.

I popoli coinvolti in questa vicenda non sono solo gli Huni Kuin, ma numerosi altri, come gli Yawanawà dell’Acre, gli Shipibo del Perù e diversi altri del bacino amazzonico. Ve ne sono anche alcuni che con l’Ayahuasca non hanno nulla a che fare, come per esempio i Fulni-o del Pernambuco, peraltro comunque grandi conoscitori della farmacopea naturale e di rituali antichissimi che includono danze e canti e altre piante sacre, come per esempio la Jurema.

Brasile e Sudamerica sono particolarmente coinvolti in questo processo di diffusione dello sciamanismo, ma il fenomeno riguarda anche il Messico, gli USA e anche altre aree nel mondo popolate da gruppi indigeni, come per esempio la Siberia, l’Africa Occidentale e l’Australia.

In poche parole il fenomeno di avvicinamento di fasce di popolazione occidentale alle culture indigene è in rapido sviluppo. Spesso legato, come accade con l’Ayahuasca, ad altre piante con effetto psicoattivo, come l’Iboga, il Peyote, l’erba di San Pedro, l’Amanita Muscaria e numerose altre.

In buona sostanza uno degli elementi importanti in tale processo è proprio la modificazione dello stato di coscienza indotto dall’uso di enteogeni. Tale modificazione è in uso da decenni nell’indagine psicospirituale in occidente con l’utilizzo anche di altre tecniche, come per esempio la respirazione olotropica. Uno dei pionieri nel settore è lo psicologo Stanislav Grof.

Come avviene in altri settori, tradizioni e tecniche di diversa provenienza col tempo e anche grazie alla globalizzazione, si stanno incrociando, influenzando e integrando a vicenda. Ne sta nascendo una nuova forma di indagine psicologica e spirituale che sta cambiando sensibilmente il modo stesso di vedere il mondo e il ruolo dell’uomo in esso.

Nel complesso il fenomeno, pur presentando come abbiamo visto, aspetti sia negativi che positivi, è stimolante e produttivo sul piano culturale e spirituale e senza dubbio mentre da una parte contribuisce a muovere l’uomo occidentale dall’impasse culturale e spirituale nel quale si trova, dall’altra offre concrete possibilità agli indigeni, che versano spesso in condizioni difficili sul piano pratico e materiale, di riscattarsi operando su diversi fronti, diffondendo il proprio sapere millenario, la propria conoscenza erboristica e farmacologica, il proprio artigianato sacro sopraffino.

Nell’insieme sta avvenendo un cambiamento che potremmo tranquillamente definire epocale.

C’è chi ritiene che quanto sta accadendo potrebbe essere profondamente significativo per gli sviluppi futuri di tutta la cultura planetaria e per affrontare la profonda crisi in atto e le altre che seguiranno.

Sul piano pratico possiamo osservare che gli indios sono generalmente molto ben radicati nelle loro tradizioni e conoscenze e difficilmente si fanno contaminare a fondo dalla cultura occidentale. Anzi, molti di loro hanno sensibilmente migliorato la qualità della loro vita, avendo più opportunità di scambio ed essendo di fatto più liberi, dopo un periodo di schiavitù durato decenni, sfruttati come seringeiros per l’estrazione della gomma dalle piante di caucciù. Di fatto i non indios sembrano trarre beneficio da pratiche e cerimonie, soprattutto nel modo di sentire se stessi, la natura, il cosmo, le relazioni con gli altri. Potremmo dire che si assiste a una generale più profonda inclinazione all’amore e al sentire il Tutto come Uno. Fermo restando, come ho già sottolineato in altri scritti, che diventare sciamani è estremamente difficile per un occidentale, poiché occorre nascere all’interno di una stirpe, dedicarvi la vita intera e sottoporsi a processi durissimi e di profondissima trasformazione che richiedono diete ferree, purghe, pratiche varie che possono durare anni o decenni.

Gli sviluppi futuri potranno essere molteplici, ma di fatto, se si riuscirà da ambedue le parti a mantenere un atteggiamento responsabile, privo di qualsiasi prevaricazione e orientato al reciproco sviluppo armonico, non potranno che essere positivi. Si assisterà anche a una leggera compenetrazione delle due culture, basata anche sulla recente formazione di famiglie miste.

Sono inoltre in via di sviluppo nelle aree indigene progetti di carattere culturale, agricolo, energetico e di salvaguardia del territorio. Noi stessi, abbiamo messo a disposizione la nostra sede di Para Ti ONG a Rio (www.parationg.org) per periodica ospitalità di gruppi indigeni, per la realizzazione di attività rituali e culturali. (Per info scrivere a unaltrosguardo@libero.it).

La diffusione dello sciamanismo oggi potrebbe essere una delle reazioni positive al profondo impasse e alla profonda crisi che sta soffrendo il mondo occidentale.

Sarà responsabilità di ogni individuo essere sincero con se stesso e non accontentarsi di “sembrare”, come spesso accade in occidente, ma di sentire a fondo realmente cosa significhi “Tutto è Uno”.

Huni Kuin dell'Acre (Amazzonia)

Huni Kuin dell’Acre (Amazzonia)

 

Scienza e trascendenza

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Alla base dell’antica diatriba scienza-trascendenza c’è un grosso equivoco. Un equivoco che paradossalmente solo una mente razionale e analitica può cogliere, mentre non può farlo una mente dogmatica e arrogante.

Cartesio, che aveva gettato le basi del razionalismo, cercava certezze che solo prove analitiche e matematiche potevano dare e diede un grandissimo contributo alla scienza. Naturalmente il sistema scientifico funziona eccome e ha potuto realizzare cose strabilianti, sia sul piano della conoscenza teorica, sia su quello delle applicazioni pratiche. Nella società odierna, che da secoli sopravvive grazie a un sistema oramai collaudato e consolidato, il potere della scienza è enorme, alla pari di quello dei sistemi religiosi che si occupano di tutto ciò che non è possibile spiegare sul piano scientifico. Una persona qualsiasi, dotata sia di raziocinio che di sensibilità emotiva e anelito spirituale, ha due strade davanti a se. La prima, seguita dai più, spesso anche inconsapevolmente, è quella di adattarsi al sistema e viverci più o meno bene. È una strada che raccoglie un vastissimo pubblico trasversale. Vi si possono trovare grandi eruditi come persone piuttosto ignoranti. I primi saranno soddisfattissimi del loro “essere razionali”, i secondi, meno consapevoli, si accontenteranno di partite, Belen varie, telefonini di ultima generazione e via dicendo.

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C’è poi un altro gruppo di minoranza, ma sempre più folto, di persone che anziché cercare patologicamente e ad ogni costo certezze, si fanno moltissime domande e non tardano a mettere in discussione il sistema di pensiero imperante che ritiene che i giochi ormai siano fatti.

Nel momento in cui si incomincia a farsi domande ci si accorge che ci sono una enorme quantità di cose e di dati che non quadrano affatto. Di questo parlo ampiamente nel mio libro “Il Mistero della Libertà” a questo link.

I sostenitori della razionalità insistono nel dire che il sistema scientifico è assolutamente certo, al 100%, e solo affidandosi ad esso si possono trovare risposte esaurienti. Mentre altri, come me, lo mettono in dubbio, proprio su basi razionali per quattro semplici ragioni precise. La prima che, come già rilevato, ci sono dati che non quadrano affatto e che la scienza non riesce a spiegare. La seconda che la scienza stessa ammette di non riuscire a dare una spiegazione certa, tanto per fare un esempio, sulle origini del cosmo e della vita. La terza che la scienza stessa, nello studio della materia, si è trovata di fronte a paradossi anch’essi difficili da spiegare, come l’inesistenza di un mattone base della materia per esempio. La quarta, per me la più importante, che ci sono territori immensi nell’universo che la scienza non ha proprio gli strumenti per indagare.

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Soffermiamoci su quest’ultima. Il sistema scientifico, assolutamente efficacie su una grande quantità di temi, non può muoversi all’interno di territori nemmeno troppo trascendentali, come per esempio le emozioni, le intuizioni, gli istinti, i desideri. Può valutarli su basi statistiche certamente, ma non è in grado di catalogarli con il suo sistema valido per, diciamo, la meccanica dei corpi o il funzionamento di una cellula. A questo aggiungiamo tutto quello che nell’universo si trova e che non può essere visto, come spiriti, entità, altri mondi. In questi ultimi casi la scienza se la cava con un sorrisetto affermando semplicemente che queste cose non esistono, come per esempio fa regolarmente il CICAP. Il problema è che esiste invece tutta una casistica sterminata di manifestazioni al di là del consueto come medium che incarnano entità, persone che possono entrare in contatto con spiriti disincarnati, manifestazioni inspiegabili di ogni tipo vissute da moltissimi testimoni. È facilissimo per la scienza ignorarle o osservarle con sufficienza e raccontare che non esistono. E il bello è che non c’è atteggiamento meno scientifico di questo. Se la scienza, fin dai primordi avesse avuto un tale approccio con la realtà, non avrebbe fatto un passo in avanti che sia uno.

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Per fortuna le cose stanno lentamente cambiando e sia in Brasile che in altre parti del mondo ci sono istituti e università che si stanno avvicinando a questi temi con un atteggiamento meno retrogrado, dogmatico e oscurantista di quello del CICAP.

In particolare, vivendo io in Brasile, una terra dove fenomeni di questo tipo sono all’ordine del giorno, e dove ci sono istituti che li studiano, mi trovo quotidianamente ad avere a che fare con cose simili. Sono una realtà ben radicata che solo in minima parte deriva da superstizioni popolari, mentre ha copiosamente a che fare con la psicologia del profondo, la spiritualità, la vita quotidiana e culture antichissime.

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In particolare lo sciamanismo, legato a culture indigene che hanno radici molto antiche presenta caratteristiche che non possono di sicuro essere studiate da un punto di vista scientifico. Qualsiasi tentativo di analisi è destinato a fallire. Gli antropologi che da quasi due secoli studiano questo fenomeno si ritrovano regolarmente nella posizione di colonialisti che osservano analiticamente qualcosa dall’esterno e lo sezionano nei minimi particolari perdendo così l’opportunità di vivere quel fenomeno sulla propria pelle. La scienza occidentale, con la sua mania di analizzare tutto ha perso l’occasione di vivere le cose dall’interno, perdendone l’essenza globale. A Rio per esempio si trovano serissimi scienziati che studiano gli effetti psicotropi dell’ayahuasca (una miscela di piante sacre utilizzata da millenni dagli indios) su campioni di volontari, osservando tomografie del cervello, mentre il soggetto è sotto l’effetto della sostanza. Questi stessi scienziati sostengono che, al di là dell’interesse accademico, questi studi potrebbero portare a sintetizzare una miscela di alcaloidi in laboratorio, la quale sarebbe utilizzabile per curare certe malattie soprattutto di ordine psichico. Magnifico e interessante. Ma occorrerà solo ricordarsi che l’ayahuasca non è affatto solo chimica. Il suo utilizzo come medicina sacra della foresta è antico di millenni, legato a concezioni complesse di sacralità della natura, e la miscela viene somministrata in cerimonie sacre complesse dove intervengono decine di fattori, oltre alla complessa composizione chimica delle diverse piante, come canti, danze, rituali, relazioni umane e l’amore di tutto il gruppo. In tutto questo la scienza non può entrare, non perché sia vietato, bensì perché semplicemente i suoi strumenti servono ad altro. La scienza deve fare il suo egregio lavoro, utile e imprescindibile e chi crede in essa dovrebbe avere la capacità e l’umiltà di capire che esistono cose che con essa hanno poco a che fare. Cose che non possono essere analizzate solo sul piano razionale.

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Potrebbe anche esistere una scienza, che non conosciamo ancora, che utilizzi altri strumenti oltre a quello fondamentale della ragione, ma se fosse così si ritornerebbe al punto iniziale, ovvero si tratterebbe di una scienza diversa da quella cartesiana, limitata, che viene utilizzata oggi come se fosse la verità assoluta.

In sostanza ciò che sostengo è che le meraviglie della scienza che ovviamente nessuno nega devono essere inserite in un contesto ben più ampio che prevede che il mondo o il cosmo siano qualcosa di ben più complesso e articolato di come la stessa scienza ammetta e di come non sia possibile dare spiegazione di tutto solo su basi razionali, cartesiane, e che si conformino, come appunto la scienza vorrebbe, su criteri di osservazione asettica e ripetibilità. Non tutto può essere osservato analiticamente ed essere ripetuto freddamente in laboratorio o descritto con formule matematiche.

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Queste considerazioni anziché togliere valore al razionale e alla scienza la avvalorano ancora di più poiché la rendono addirittura più sacra come se fosse una delle ali di un’aquila immaginaria che esplora l’infinito. La seconda ala è costituita dall’immaginazione, dall’intuizione e dal sentire, con tutte le implicazioni che quest’ultimo verbo può coinvolgere.

Le fotografie di questo servizio del mio amico e fotografo Ernesto Cosenza, facenti parte della sua collezione “Naturarte” sono un suo lavoro di ricerca che porta avanti da anni. I soggetti che Ernesto fotografa sono sotto gli occhi di tutti, ma lui ha la dote innata di vederli prima di altri e di registrarli. Gli ho chiesto se gentilmente le concedeva per questo mio articolo poiché dimostrano come ogni osservazione possa essere fatta da innumerevoli punti di vista. Secondo un osservatore razionale queste figure antropomorfe o teriomorfe sono frutto della fantasia che si aggancia a casuali morfologie. Secondo indigeni di diverse parti del mondo invece animali, piante, fuoco, aria, fiumi, rocce, montagne e altri elementi naturali sono sacri e ospitano nella loro materia innumerevoli spiriti. Dire chi ha ragione dei due è impossibile poiché per farlo occorrerebbe un ulteriore osservatore esterno del quale per ora non disponiamo. Ed è del tutto inutile, oltre che irrazionale, che un osservatore che utilizzi uno dei due punti di vista precedenti sostenga la superiorità o la maggiore validità del proprio.

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Ritengo che l’ideale sia un sereno equilibrio che utilizzi ambedue i punti di vista per avere una visione più stereoscopica della realtà, la quale comunque rimane ancora del tutto misteriosa. Ogni tentativo di mettere un limite all’infinito è destinato a fallire in partenza. Forse è questa la ragione dell’accanirsi sulla validità della razionalità e della scienza (come la conosciamo oggi) di individui televisivi come­­­­­­ per esempio Piero Angela o Cecchi Paone e di gruppi come il CICAP, la paura di dover abbandonare certezze e di dover fare ciò che diversi cammini spirituali suggeriscono da millenni, abbandonarsi senza nessuna paura all’ignoto, all’inconoscibile, all’insondabile. Ci vuole molto coraggio insieme a una profonda umiltà. Non è certo da tutti.

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Foto: Gentile concessione Ernesto Cosenza. Copyright – ©Ernesto Cosenza

Ernesto Cosenza lavora con la fotografia su diversi fronti. Da anni si dedica, tra le altre cose, all’indagine fotografica sulla natura rilevando figure simboliche, antropomorfe, teriomorfe sorprendenti. Le sue foto, recensite da diversi giornali, sono state esposte in numerose esposizioni. Ebbi il piacere di esporlo anch’io nel Turin Photo Festival da me organizzato a Torino fino a cinque anni fa.

La collezione qui presentata fa parte di “Naturarte”. Le immagini vanno molto al di là della documentazione che rileva curiose immagini su elementi naturali come tronchi e rocce, trasportando l’osservatore in un mondo magico che sembra essere molto più reale e concreto di quanto non si possa immaginare. Una visione quasi “sciamanica”, decisamente fuori del comune. Gli indios brasiliani con i quali faccio ricerca in Brasile non hanno alcun dubbio riguardo la presenza di spiriti ovunque, nell’etere, nel vento, nelle piante, nel fuoco e in qualsiasi elemento naturale.

Le immagini di Ernesto Cosenza sono pubblicate nel libro Natur Art.

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La causa delle malattie e dei disagi

Foto: @mvillone - Portale egizio. Tempio di Hatsepshut, Valle dei Re.

Foto: @mvillone – Portale egizio. Tempio di Hatsepshut, Valle dei Re.

La causa di tutte le nostre malattie, di tutti i nostri disagi, non solo è molto profonda come spiegano la psicosomatica o la medicina psicospirituale, non solo le diverse malattie sono legate a fattori psicologici specifici come spiega la nuova medicina germanica di Hamer e gli studi di medici francesi sui legami tra le diverse patologie e specifiche situazioni emotive e familiari, bensì sono legati all’intera situazione di tutta la nostra specie e alla storia di tutta l’umanità.

Ogni malattia o disagio di altro tipo, gravi o lievi che siano, non sono che i nodi di una rete gigantesca nella quale non solo siamo presi, ma della quale siamo anche i tessitori e parte integrante. Il detto degli sciamani “Tutto e Uno” è vero sia nel bene che nel male. Ogni nostra anche più piccola e apparentemente insignificante manifestazione non è che la proiezione olografica di un tutto che ci pervade e che noi stessi contribuiamo a costituire.

È per tale ragione che la “vera cura” non può altro che essere legata all’illuminazione. Perché finché non si riesce a vedere tutta la realtà nel suo insieme non si riesce affatto a capire quale sia il disegno totale nel quale ci troviamo immersi.

Sempre per tale ragione spesso la preghiera e la meditazione hanno effetti benefici sul nostro sistema psicofisico e spirituale. Perché hanno la possibilità concreta di gettare un raggio di luce su una porzione di situazione che, essendo olografica, non può che essere totale. Sempre per la stessa ragione le cure chimiche o fisiche di qualsiasi tipo non sono altro, sempre e solo, che dei palliativi. Anche se sortiscono un qualche effetto non fanno che rimandare il problema magari anche di anni, addirittura di vite intere. Un problema fisico che venga apparentemente guarito da una cura per esempio chemioterapica, non è altro che rimandato a un dopo che potrà essere dopo anni, decenni o in una delle prossime incarnazioni.

Quando un medico o un chirurgo inoltre ottengono risultati positivi è solo in parte dovuto all’abilità tecnica, professionale e manuale, il più delle volte quello che cura è l’amore del terapeuta, anche se apparentemente si tratta di un tecnico che opera sul piano razionale e scientifico.

Le nostre vite così come l’esistenza dell’intero cosmo non hanno palesemente alcun senso sul piano razionale e scientifico. La scienza può solo spiegare porzioni di concatenamenti di cause ed effetti, ma non ha la benché minima possibilità di spiegare l’intero sistema. Né perché esista e nemmeno come, visto che né l’origine della vita né quella del cosmo sono affatto chiare alla scienza. Senza contare che qualsiasi spiegazione razionale del “senso dell’esistenza” sia destinata a fallire visto che non esistono “punti di riferimento” all’esterno di tutto il sistema che ci è dato di conoscere.

L’unica cosa che può fare una povera coscienza umana è quella di collocare a un certo punto un “dio” che metta un limite alla devastante infinità del concatenarsi di cause ed effetti, di domande e di risposte, sempre più impressionanti, di particelle sempre più piccole di una materia che sembra sempre più non essere per niente quello che sembra.

L’altra alternativa, forse l’unica mi verrebbe da dire (se fossi io a scrivere, poiché ho come la netta sensazione che qui le parole stiano uscendo come se fosse qualcun altro dentro di me a dettarle) è quella di abbandonarsi totalmente, nella più assoluta umiltà, senza la benché minima riserva, al flusso dell’infinito spaziotemporale. Uscire totalmente dalle descrizioni della mente, razionali, scientifiche o popolari che siano. Un’esperienza che, nella sua totalità, è talmente sconvolgente da averne così paura da ancorarsi disperatamente alla descrizione che la mente e la ragione fanno del cosmo, dalle supernove alla tazza di tè che abbiamo in un certo momento davanti a noi sul tavolino.

Ritornando alle nostre malattie esse non sono altro che innumerevoli e fantasmagorici segnali di un disagio profondissimo, che può assumere le forme più svariate, i quali manifestano la necessità che abbiamo di intendere davvero cosa stiamo facendo, anche se non fossimo affatto dei mistici né speculatori filosofici. È come se le malattie ci “obbligassero” a mettere una certa “attenzione” su “qualcosa” che non sappiamo affatto cosa sia.

Sempre per questi stessi motivi spesso la meditazione, le preghiere, le cure di santoni e curanderos “funzionano”. Avviene perché in un certo modo ci mettono per una frazione di secondo o per periodi più o meno lunghi, a contatto con l’inspiegabile, il “trascendentale”. Ci aprono un varco attraverso il quale per un attimo riusciamo a vedere la realtà “vera” senza capirla, ma, sempre per un attimo, abbandonandoci ad essa con un amore assoluto, il quale non ci è affatto estraneo, anzi è l’unica cosa seriamente reale dell’inconcepibile casino nel quale ci troviamo tutti quanti. Ecco perché a volte, seppur trovandosi (almeno apparentemente) a un livello di coscienza inferiore, gli animali, le piante e persino “cose” come i fiumi e le montagne sembra che “sappiano” anche senza capire. Sembra che sappiano come la “verità” possa nascondersi tra le pieghe di un istante che in esso raccoglie tutta l’eternità. Quello che i mistici giapponesi chiamano “ichinen”, l’unità infinitesimale di tempo dentro la quale può manifestarsi TUTTO. Il Tutto è Uno degli sciamani sudamericani.

In sostanza quando avete una qualsiasi situazione di squilibrio o di sofferenza, che sia il cancro, un raffreddore, il dolore per una perdita o per un amore finito, qualsiasi cosa, curatevi pure con farmaci, radiazioni, aria buona, un bravo psicologo o una tisana, ma sappiate che la cosa fondamentale è ascoltare quel segnale, qualsiasi esso sia, e “sentire” quello che esso ci vuole dire. Quasi sempre ci vorrà raccontare di un percorso, una storia, magari lunga millenni, ma la cui origine è sempre la stessa per tutti. Ed è di fronte a quell’origine che dobbiamo abbandonarci gettando senza riserve qualsiasi maschera, qualsiasi ruolo, qualsiasi “rappresentazione” ed essere una volta per tutte noi stessi senza “sapere” affatto cosa questo significhi, perdendo definitivamente la sensazione di “io” per perdersi per sempre nel Tutto.

Non è di sicuro una cosa semplice da fare, infatti ci riescono in pochissimi, ma non siamo soli.

Haux haux haux. Il mio nome è Mauro Villone, sono nato a Torino in piazza Vittorio  59 anni fa.

Scritto nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre sull’Altopiano centrale brasiliano ad Abadiania, la cittadina del medium Joao de Deus, dopo 4 ore di meditazione intensa con altre 300 persone e 30 medium.

 

Cos’è lo sciamanismo e come funziona

PER FAVORE LEGGETE CON ATTENZIONE
Cos’è lo sciamanismo e come funziona
 
Ci sono molte pubblicazioni sul tema, anche in italiano, nonostante ciò mi accingo a spiegare di cosa si tratta cercando di farlo in maniera semplice, visto che io e il mio gruppo siamo impegnati a portare in Italia alcune pratiche sciamaniche.
In primo luogo cosa non è. Non è stregoneria e non è nemmeno una cosa tanto semplice da essere spiegata in breve, men che meno apprenderla. Non si diventa sciamani. Per esserlo in generale occorre discendere da un antico lignaggio di sciamani e curanderos, sottoporsi a un apprendistato durissimo, ma veramente durissimo, così duro da mettere profondamente in discussione le radici stesse della nostra esistenza e che può durare decenni.
Detto questo si capisce subito come con un workshop di due giorni di sciamanismo di sicuro non diventi sciamano nessuno e, con ogni probabilità, chi va in giro a dire di essere sciamano come minimo non ha nemmeno ben capito di cosa si stia parlando.
A cosa servono dunque i workshop e le attività di sciamanismo? (e qui veniamo al dunque).
Servono a introdurre persone comuni, più o meno preparate che siano al tema, a un certo tipo di spiritualità. E finalmente siamo al tema del presente scritto.
Partecipare a cerimonie, ruote di cura, workshop, consultazioni private, di sciamanismo serve a prendere coscienza di un certo tipo di rapporto che l’essere umano può avere con se stesso, con la natura, gli animali, le rocce, la terra, gli astri, le piante, il suono, il silenzio, in poche parole, con l’intero creato.
Lo sciamanismo propriamente detto è una pratica antichissima, di migliaia e migliaia di anni, forse decine di migliaia. Nacque in epoche paleolitiche, nessuno sa con esattezza come, ma presumibilmente per un mix di necessità degli uomini di quell’epoca. Sopravvivenza, cura, espressione artistica, anelito spirituale. Le prime tracce si trovano nel continente eurasiatico e in particolare si sviluppò in Siberia o comunque nel nord dell’Asia. Da qui, sono sempre ipotesi, entrò in quello che oggi è conosciuto come continente americano, portato dalle popolazioni che probabilmente attraversarono lo stretto di Bering quand’esso si trovava coperto dai ghiacci.
In sostanza lo sciamanismo oggi si trova in Siberia, nelle americhe e, in forme diverse, nel sudest asiatico, in alcune zone dell’africa occidentale e in oceania.
 
Nelle americhe è ancora particolarmente fiorente e, spesso, legato all’utilizzo di piante e miscele di piante psicoattive che hanno determinate funzioni specifiche. Lo sciamanismo è molto complesso da descrivere, infatti una trattazione esaustiva richiederebbe un libro, ma cercherò di sintetizzare al massimo per ragioni pratiche.
 
Lo sciamano è un essere umano dotato di particolari doti spirituali, psichiche e anche extrasensoriali, come per esempio la medianicità, che lo rendono adatto alla cura di altre persone e anche di interi gruppi. Tale cura può essere di carattere fisico, psichico, emozionale o spirituale. In generale quando una persona soffre di un qualche squilibrio di natura fisica, psichica o spirituale secondo lo sciamanismo questo è avvenuto poiché la sua anima è stata frammentata e, forse, se ne sono persi dei pezzi da qualche parte nel cosmo. Ciò non toglie che una persona possa anche subire attacchi fisici o spirituali e per tale ragione ammalarsi in qualche modo.
 
Compito dello sciamano è scendere in profondità o salire al cielo e recuperare i pezzi di anima perduta. Un lavoro di tutto rispetto che richiede una preparazione e una abnegazione enormi.
 
Se non si diventa sciamani in due giorni a cosa servono i workshop e i libri?
Servono a noi comuni mortali per accedere a un certo tipo di filosofia, a un certo tipo di conoscenza per rendersi disponibili alle eventuali cure di un vero sciamano e per recuperare una sapienza, oggi in gran parte perduta, che permetteva alle persone comuni, per esempio di una tribù, di avere una relazione armonica e profonda con tutti gli elementi naturali.
Nella vita tecnologica metropolitana occidentale gli elementi naturali non si sa nemmeno più cosa siano. Si accetta la notte perché arriva, ci si ripara dalla pioggia quando c’è, ci si rosola al sole per abbronzarsi e tutto finisce lì.
Per una popolazione sciamanica invece tutto è sacro nella natura, ogni più piccolo e apparentemente insignificante dettaglio. Non c’è differenza alcuna tra una cosa e un’altra, Tutto è Uno.
 
Questa magnifica e armonica concezione dell’Universo può essere recuperata con lo studio, la trasmissione di esperienze di altri, rituali, cerimoni ed esperienze fisiche, psichiche e spirituali personali.
 
Quello che noi facciamo, sia a Rio e in generale in Brasile che in Italia è esattamente questo. Rendere disponibile a chiunque lo voglia una sapienza antica che è sopravvissuta nei secoli grazie a tribù che hanno mantenuto antichissime tradizioni, con le quali noi abbiamo un contatto molto approfondito e con persone come per esempio Carlos Sauer, le quali hanno dedicato la vita ad accogliere studiare, sviluppare tali tradizioni.
 
In sostanza nei workshop, nelle cerimonie e nelle attività che noi stessi facciamo e che proponiamo, cerchiamo di trasmettere l’amore per la natura, fin nei più minimi dettagli, come gli elementi naturali, gli esseri viventi, i comportamenti, le direzioni cardinali, le stelle, gli astri, il vento, le acque, qualsiasi cosa inerente al mondo meraviglioso in cui ci troviamo e che sta affondando nell’inconsapevolezza e nella mancanza di rispetto.
Un personaggio come Carlos Sauer è una manna per chi è interessato a questa sapienza per alcune semplici ragioni. È brasiliano e quindi conosce il territorio dove vivono tribù sciamaniche, ha vissuto quasi 30 anni con i Cheyenne e altre tribù nordamericane, adottato da Nelson Turtle, vecchio sciamano Cheyenne ed è medium, discendente da un lignaggio di cinque generazioni di medium ed è inoltre dotato di una energia straordinaria.
 
Chi scrive (Mauro Villone) studia e si interessa a queste tematiche da quaranta anni e da oltre dieci si trova in Brasile dove ha modo di approfondire teorie e pratiche dello sciamanismo non solo con Sauer, ma anche con tribù Fulni-o. Huni-Kuin, Krenak, Yawanawà, Pataxò, Xingù, Guarany.
Siccome incidentalmente ha anche a cuore le sorti del pianeta e lo sviluppo futuro dell’umanità crede, in tutta umiltà e nelle proprie piccole possibilità, che diffondere tale sapienza possa essere di grande stimolo e utile per chi intende reagire alla deplorevole situazione in cui il mondo tecnologico e di mercato ha ridotto la Nostra Madre Terra.
 
Saremo in Italia dal 4 al 18 ottobre.
Per ulteriori info: unaltrosguardo@libero.it
Nella foto sono con Sabino, Grande Maestro Huni Kuin, Amazzonia.
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Chi sono io?

L’origine dell’uomo

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La storia della nostra era, quella degli ultimi 2.500 anni, come ci viene trasmessa è probabilmente in buona parte attendibile, essa raggiunge le pagine dei libri dopo un lungo cammino che parte dalla ricerca e l’analisi di dati archeologici e di documenti storici provenienti da transazioni commerciali, accordi politici, trattati e cronache di storici delle diverse epoche. Esiste però una parte della storia che è oscura poiché i reperti archeologici e i documenti non sono sufficienti per realizzare ricostruzioni attendibili. In questa parte di storia si trovano accadimenti che gli storici stessi riconoscono oscuri, come per esempio l’epopea degli Etruschi, mentre altri vengono furbescamente passati sotto silenzio, come per esempio quelli dell’origine delle popolazioni cosiddette barbariche che invasero quello che oggi è il territorio europeo dopo la caduta dell’impero romano, che si dice “provengano dalle steppe eurasiatiche” e della cui origine si sa molto poco. Come se “provenire dalle steppe eurasiatiche” fosse una spiegazione esauriente, e queste genti fossero spuntate a un certo punto sotto i cavoli tutte insieme.

La verità, molto semplicemente, è che delle vere origini del genere umano si sa ben poco a causa del fatto che i reperti più antichi sono relativamente pochi. La storia di popolazioni nuragiche, megalitiche, egiziane antiche e molte altre sono avvolte nel mistero. Un mistero che va da 3.000 a 10.000 anni fa e oltre, perdendosi nella notte dei tempi. Un periodo lungo cinque volte quello dell’era attuale, probabilmente ricchissimo e articolato, erroneamente etichettato come preistoria del quale di fatto si sa poco o nulla.

La nostra cultura, specie in quella che è l’educazione scolastica, da un grande rilievo alla storia più recente a partire dai greci e poi gli antichi romani, fino ad arrivare ai giorni nostri. Questo accade naturalmente, poiché, si tratta delle prime cosiddette civiltà che hanno avuto la cura di produrre documenti e formalizzare con diversi metodi il pensiero e l’analisi razionale, oltre ad aver lasciato numerose vestigia. Si chiamano civiltà poiché hanno concentrato in buona percentuale le proprie energie nello sviluppo delle città e dei centri urbani e hanno prodotto architetture, conoscenze e regolamentazioni sociopolitiche straordinarie e fondamentali. Ma già in quella che è l’educazione scolastica europea possiamo notare come, tanto per fare solo un paio di esempi, le incredibili civiltà del subcontinente indiano e della Cina non vengano nemmeno prese in considerazione. Potrebbe sembrare un dettaglio, ma la dice lunga su come il pensiero di giovani menti venga plasmato soltanto su un unico punto di vista, per gli europei, come abbiamo visto, quello greco-romano, seguito poi dalla storia della cristianità e in seguito della formazione e dello sviluppo degli stati nazionali.

In estrema sintesi, se uno non è un curiosone, come per esempio lo sono io, difficilmente andrà a scrutare cosa si trova in altre vicende e come vengono viste le cose da altri punti di vista. Sembra un dettaglio da appassionati, ma in realtà si tratta di un punto profondamente fondamentale, che può cambiare e di molto la vita di una persona e di interi gruppi e comunità.

Ma non basta. Sempre la nostra cultura, nella smania di evolversi e migliorare secondo il proprio punto di vista ha sempre guardato a popolazioni diverse come a qualcosa di più basso nella scala dell’evoluzione. I cosiddetti “barbari” erano visti e, soprattutto, dipinti, come esseri involuti, paragonabili a poco di più che scimmioni, i quali andavano prima civilizzati e, successivamente, cristianizzati, per permettere paternalisticamente e bonariamente anche a loro di eliminare il diavolo dalle loro tristi esistenze e, finalmente, accedere alle meraviglie della civiltà. Tutto sommato solo in tempi recenti ci si è resi conto che i “barbari” erano popolazioni di altissimo livello sociale e spirituale, come i Celti, i Toltechi e i Sami, per citare solo alcuni esempi di popoli sterminati e repressi senza pietà.

Ma non basta ancora. Questa smania di pulizia mentale e fisica, sempre secondo il punto di vista eurocentrico, ha portato nei secoli a sviluppare enormemente la razionalità, di cui i “barbari” secondo loro erano scarsamente dotati, a detrimento di tutta una serie di altre caratteristiche tipiche dell’universo e degli esseri viventi, come l’irrazionale, l’istinto, le emozioni. Ma questo lo vedremo più avanti. In ogni caso tale smania portò nel XVII e XVIII secolo prima alla istituzionalizzazione del pensiero razionale, realizzata ad opera di Cartesio e poi alla nascita dell’illuminismo il quale, finalmente, dava formalmente status di regina delle facoltà umane alla ragione, che ancora fino ad oggi è considerata l’unico mezzo per vagliare le osservazioni e l’analisi di qualsiasi cosa nell’universo, dalla vita quotidiana fino alle galassie e al nucleo dell’atomo. Nel corso degli ultimi secoli la “ragione” siccome è effettivamente una facoltà straordinaria e fondamentale è stata celebrata sempre di più, fino a diventare una vera e propria ossessione. Tutte le altre facoltà, come l’intuito, l’istinto, le percezioni extrasensoriali, le emozioni di ogni tipo, sebbene riconosciute, sono diventati i fratelli e le sorelle minori di questa regina incontrastata.

Mi verrebbe da dire: i risultati si vedono, ma troverei subito non qualcuno, bensì una pletora di sostenitori della razionalità che mi attaccherebbero dicendo, tra gli insulti, che non è certo a causa sua se il mondo si trova nella situazione di crisi attuale. E tutto sommato non potrei che essere d’accordo, poiché non è certo a causa della ragione che il mondo va a rotoli, bensì a causa dell’ossessione dell’uomo civilizzato per essa e del disequilibrio dovuto alla mancanza di sviluppo e valorizzazione di tutte le altre facoltà.

Xowá Tapuya Fulni-ô, nostro fratello nello Spirito.

Xowá Tapuya Fulni-ô, nostro fratello nello Spirito.

Ora spostiamo l’attenzione su un altro punto. La questione razziale. Nella sua ossessione per la ragione l’uomo bianco e civilizzato ha sempre considerato le popolazioni diverse da quella dominante come “barbare” e “primitive”. Nel corso degli ultimi secoli, a partire soprattutto dallo sviluppo dell’epopea coloniale, questa visione non ha fatto altro che rafforzarsi, non solo per bieche ragioni utilitaristiche, politiche ed economiche, ma anche perché effettivamente le popolazioni non europee con le quali gli europei venivano a contatto non avevano sviluppato così ossessivamente la ragione, per diversi motivi. Per esempio perché non era utile alla sopravvivenza nell’ambiente dove vivevano oppure perché queste popolazioni, al di là del necessario per sopravvivere, erano interessate molto di più ad aspetti dell’universo che potevano essere esplorati e vissuti con altre facoltà, delle quali magari la ragione faceva parte, ma era solo una di esse.

La cosa curiosa è che qualsiasi individuo realmente dotato di ragione e non solo ossessionato da essa può vedere come la ragione stessa, la mente, il razionale, tutto ciò che può essere visto e analizzato, debbano avere come contraltare la follia, il cuore, l’irrazionale, tutto quello che non può essere visto e magari si può solo sentire. Mentre tutto questo, grazie anche all’aiuto della religione imperante, è stato relegato in una posizione di inferiorità e, talvolta, addirittura negli inferi e i suoi sostenitori adoratori del diavolo.

Questo punto di vista imperante, tipico di una società razionalista, capitalista, maschilista, è tutt’altro che fuori uso, anzi si trova ancora in posizione dominante, anche se le sue fondamenta, per una serie di ragioni precise, stanno vacillando.

Di recente mi è capitato tra le mani un libro dal titolo molto interessante, La Grande Madre, scritto da Erich Neumann, filosofo, medico e psicologo ebreo allievo e collaboratore di C.G. Jung. A dispetto dell’interesse risvegliato dal titolo e dagli argomenti trattati che si riferiscono a un archetipo importantissimo, il linguaggio usato nel volume l’ho trovato astruso e supponente, ma al di là di questo è saltato alla mia attenzione come vi si parli dei “primitivi” come di esseri a un livello più basso dell’evoluzione, dotati di una coscienza meno sviluppata e meno consapevole rispetto a quella dei “civilizzati”, con un universo “inconscio” più ampio rispetto a quello di questi ultimi. L’ho citato solo a titolo di esempio, essendo tipico questo atteggiamento mentale nella letteratura di questo tipo, specie di quell’epoca, ovvero la prima metà del XX secolo. La prima pubblicazione del libro risale al 1956 ed è una pietra miliare nel settore. Larga parte di questo tipo di letteratura di quel periodo, sia essa di matrice psicologica, sociologica o antropologica, aveva un atteggiamento di questo tipo.

Non condivido per niente questo punto di vista palesemente razzista e culturalista ed ora andrò a spiegare perché. Se siete arrivati fin qua vi chiedo di avere pazienza e di arrivare fino in fondo, poiché qui viene il bello.

A partire dall’inizio degli anni ’60 del XX secolo, prima con la beat generation, poi con il movimento hippy, seguito dalla new-age, e infine dallo sviluppo del pensiero olistico, con lo sviluppo dell’interesse per l’India, le religioni orientali e la larga diffusione di scrittori come Aldous Huxley, Jack Kerouac,  Allen Ginsberg, William Burroughs, seguiti poi da Carlos Castaneda, Joan Halifax e molti altri, si è risvegliato l’interesse per “culture altre”, quelle dove la ragione occupa un posto sicuramente di rispetto, ma non prioritario rispetto ad altre facoltà umane. La meditazione prima, poi lo sciamanismo, seguiti da tutta una serie di altre attività come per esempio la danza afro, la musica etnica, la world music e infine la cultura olistica hanno cominciato ad assumere un posto sempre più importante nella cosiddetta “cultura alternativa”. In particolare l’interesse per lo sciamanismo, di cui il grande storico delle religioni Mircea Eliade fu un antesignano nella diffusione già dagli anni ’50, ha avuto sempre maggiore incremento, fino a diventare oggi una vera e propria moda, con i suoi risvolti sia positivi che negativi.

Curandero Indio (@lidiaurani)

Curandero Indio (@lidiaurani)

Il ritorno dei primitivi

Attualmente in tutto il mondo sta vivendo un momento di larghissima diffusione l’interesse per le culture native sciamaniche, spesso legate all’utilizzo di “enteogeni”, ovvero piante che possono indurre “aperture” di qualche tipo nella coscienza umana. Ma non solo. Ha avuto un grande incremento l’interesse, sempre esistito, per gli indiani americani con i loro canti e tamburi, e oggi, specie in paesi come il Brasile, da una dozzina di anni si assiste a un fortissimo movimento culturale nel quale artisti, ricercatori, studenti, intellettuali, esploratori spirituali, si stanno avvicinando fortemente a diverse culture indigene dell’Amazzonia e di altri territori del paese. Si sono strutturati veri e propri gruppi di aiuto logistico agli indigeni i quali a loro volta condividono con i non indios le loro tradizioni spirituali. A tratti quasi una moda, esportata ultimamente anche in altri paesi e continenti.

(Tenete duro poiché sto per arrivare al punto, ma era necessaria la precedente dettagliata introduzione).

Il fenomeno del “diventare di moda” è inevitabile proprio nella cultura capitalista-consumistica per ragioni molto ben illustrate nel libro “No Logo” di Naomi Klein, uscito oltre 15 anni fa e considerato allora il “vangelo” del movimento no-global. In particolare, ad esempio, i motivi per cui l’Ayahuasca (miscela di piante che possono “aprire” la coscienza su altri mondi) è diventata di moda in Europa, anziché essere considerata nella sua giusta ed equilibrata dimensione di medicina sacra, sono i seguenti:

  1. O una cosa non viene considerata o sfonda e diventa di moda.
  2. Esiste storicamente una morbosa ricerca dello stato modificato di coscienza indotto dall’esterno, forse legata alla noia endemica.
  3. La disperazione per la mancanza di senso della vita è arrivata al punto che ci si attacca a qualsiasi cosa si ritenga che possa in qualche modo sfondare quella tremenda corazza di ego che tiene imprigionati tutti.

Naturalmente, con tali premesse, inghiottire qualsiasi cosa servirà veramente a poco, d’altra parte l’interesse, diciamo così, serio e ragionevole, per le culture sciamaniche, enteogeni inclusi, c’è ed è dovuto a motivi precisi.

Quelle che, come abbiamo visto in precedenza, sono state considerate per secoli culture “primitive” e inferiori si sta scoprendo che non solo non sono affatto così arretrate, ma anzi sono dotate di una, mi si passi il termine, tecnologia spirituale decisamente ineguagliabile. Ötzi, l’uomo di Similaun, oggi esposto in una magnifica esposizione permanente in un museo di Bolzano, fu una scoperta sorprendente e importantissima alla fine del secolo scorso. Diede ai ricercatori una ulteriore possibilità di rendersi conto di come i “primitivi” non fossero affatto tali. Ötzi, probabilmente uno sciamano di alto lignaggio di oltre 5.000 anni fa aveva una dotazione di livello “tecnologico” di tutto rispetto. Si copriva con abiti fatti di tessuti di squisita fattura, indossava calzari finemente lavorati, portava con sé arco e frecce splendidamente equilibrati, numerose specie e qualità di funghi ed erbe, probabilmente destinate a utilizzi diversi per la cura fisica e spirituale. Era un rappresentante di popolazioni nient’affatto “primitive” che per migliaia di anni erano vissute, in maniera che a noi sfugge completamente, in un’armonia profonda con la terra e il cosmo. Altro che barbari.

Diverse popolazioni, come per esempio gli Huni Kuin dell’Acre/Amazzonia hanno una conoscenza del mondo spirituale, della psiche e dell’inconscio, che uno psicanalista occidentale nemmeno si sogna. Conoscono inoltre erbe, piante e cristalli a un livello tale da indurre docenti e ricercatori di alcune università a chiamarli “professori della foresta”. Altri popoli, come per esempio i Fulni-o del Pernambuco (Brasile) sono in grado di accedere a grandi profondità spirituali con l’uso sapiente di canti e danze. Molti di loro interagiscono e a volte letteralmente comunicano con gli animali, cosa che in occidente riuscivano a fare solo San Francesco e qualcun altro forse. Ma c’è di più. Sebbene questi popoli abbiano in effetti un approccio con la ragione del tutto differente da quello dell’uomo occidentale, questo non impedisce loro di essere uomini e donne di una qualità eccelsa, capaci, per esempio, di curare con i loro metodi anche patologie psichiche, fisiche e spirituali gravi. Non solo. Tutto il loro modo di vivere anziché essere improntato sul pragmatismo, il consumo, il profitto, lo sviluppo materiale è orientato all’armonia, all’amore, al rispetto, alla comprensione, alla compassione, ma soprattutto all’equilibrio, specie nel vivere con serenità il mescolarsi di vita e morte, luce e oscurità, apertura e chiusura, meraviglia e orrore, ora ed eternità. Tutto questo sono in grado di farlo di certo non con la “ragione”, bensì con la capacità di “sentire nel corpo, nello spirito e nella mente” gli elementi naturali, il fuoco e il vento, le foglie e le piante, l’acqua, i pesci e i fiumi, il calore del sole e gli animali, le stelle e il buio della notte, i suoni e il silenzio più profondo. Sono, in altre parole, molto più “adatti” a vivere “veramente”, nella dolcezza, nella delicatezza e nell’amore di quanto non lo sia l’uomo bianco, alle prese quotidianamente con la guerra, la violenza, la crisi economica, il possesso, la mancanza di senso, la depressione, il cancro e con un generale e diffuso totale fallimento di un intero mondo che, sempre più palesemente, sta crollando su sé stesso.

È così utile e importante la ragione? Probabilmente sì, ma così tanto da essere assurta al ruolo di regina delle facoltà umane? È più importante sapere a quali formule matematiche ubbidisce una supernova o vivere a grande profondità l’armonia della natura e di un gruppo di persone che si amano?

È più importante avere la capacità di costruire cacciabombardieri a decollo verticale o quella di scendere, con la meditazione, a una profondità tale da entrare in comunione con la natura, gli uccelli e gli animali?

È più importante possedere un i-phone di ultima generazione e sapersi vestire bene alla moda o riuscire a vedersi nell’universo come in uno specchio e sapersi rispondere alla domanda “chi sono io”? Chi sono io veramente?

Questo è l’interrogativo fondamentale.

Siamo esseri divini in un universo inconoscibile.

Il punto fondamentale è gettare la ridicola sicumera dell’uomo bianco alle ortiche, quell’arroganza e quella supponenza che l’hanno portato a rimanere solo, seppellito dai propri rifiuti liquidi, solidi, psichici e gassosi, riportare la sacrosanta ragione alla sua giusta dimensione e avere l’umiltà di vedere veramente come quella roba che chiamiamo “essere umano” in occidente non sia altro che una serie di maschere, un ego che non è altro che una corazza dentro la quale tutti si sono abituati a vivere soli dimenticandosi chi si è veramente.

I “primitivi” possono seriamente aiutarci in questo delicato, difficile, meraviglioso processo, attraverso il quale, se avremo coraggio, ci potremo ritrovare finalmente in paesaggi e cammini incantati che non avremmo mai immaginato. Dove la guerra, la violenza, il potere, la prevaricazione, il denaro non sono affatto la logica e normale conseguenza dello sviluppo delle società, ma semplicemente una delle possibilità e di certo né l’unica né la migliore. Così come ci renderemo conto che di sicuro non sono né il caso né la necessità che sono stati in grado di creare la vita (che la scienza non ha ancora capito come abbia potuto nascere) né di creare esseri viventi complessi come l’uomo. Tutte le manifestazioni naturali e persino l’arte umana più eccelsa sembrano suggerire la presenza di una coscienza cosmica che parrebbe sapere esattamente cosa stia facendo. Un qualsiasi cuore umano è in grado di pompare ogni giorno settemila litri di sangue, come può una simile meraviglia essere venuta fuori per caso. Come può il caso aver creato una sostanza incredibile come l’acqua, la quale sembra avere una coscienza e una memoria essa stessa, così come accade per altre sostanze, come sempre più ricerche stanno dimostrando, a partire da quella del premio Nobel Ilya Prigogine sugli orologi chimici.

Tutte queste cose ce le dice di sicuro la ragione, mentre i “primitivi” le “Sentono” sulla pelle, nel corpo, nella sostanza invisibile che circonda il nostro corpo.

Il punto è avere il coraggio di gettare quella maledetta corazza, costituita dall’ego e affidarsi davvero all’Amore per vivere veramente ed essere davvero Sé stessi.

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@FOTO – Mauro Villone e Lidia Urani

 

Filosofia Sciamanica – Carlos Sauer in Italia

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Carlos Sauer, brasiliano, di origine europea, ha 57 anni e durante un viaggio in California molti anni fa decise di non tornare a casa per avvicinarsi alla cultura nativa dei Cheyenne e altre tribù. Fece la sua prima capanna del sudore (sweat lodge) nel 1982. Venne poi adottato da Nelson Turtle, uno sciamano Cheyenne, nel 1993. Ha fatto un lunghissimo tirocinio con i Cheyenne, apprendendo i segreti dei canti e dei tamburi, del peyote, della capanna del sudore, del tabacco, della cosmogonia e della filosofia indigena. Si autodefinisce operatore olistico ma di fatto è diventato uno sciamano. È un curandero molto forte e discende da un lignaggio di quattro generazioni di guaritori e medium. Era una potente medium sua mamma e sono curanderas due sue sorelle.

Oggi opera in Brasile, perlopiù a Rio de Janeiro, dove conduce cerimonie di tamburi e canti, cerimonie di tenda del sudore e diverse altre pratiche sciamaniche, spesso in collaborazione con la sua compagna Juliana Ramos, psicologa reichiana e con sciamani indigeni, specie Fulni-o del Pernambuco.

Carlos sta fondando la sua propria scuola di sciamanismo e due volte l’anno viaggia in Europa e Stati Uniti per diffondere la cultura e la spiritualità native. In Brasile collabora strettamente con popoli nativi come i Fulni-o e i Guarany. Ha collaborato con diversi istituti di studi sciamanici nel mondo.

Mauro Villone e Lidia Urani operano da 25 anni in Brasile, con la loro ONG Para Ti, nata per dare sostegno a decine di bambini di famiglie poverissime delle favelas di Rio. Accanto a questa attività si è sviluppata, negli ultimi anni la ricerca sulle tradizioni e le culture indigene. Para Ti da dunque sostegno anche a popoli indigeni che vengono ospitati nella sede della ONG diversi mesi l’anno. Tra questi: Fulni-o del Pernambuco, Krenak del Minas Gerais, Huni Kuin e Yawanawà dell’Acre/Amazzonia.

Mauro e Lidia collaborano da diversi anni con Carlos e Juliana nelle attività settimanali a Rio come cerimonie, sessioni di cura, workshop, corsi, relazioni con gruppi indigeni.

La missione di Carlos, Juliana, Lidia e Mauro è quella di diffondere la cultura nativa per dare a più persone possibile opportunità di cura di anima, corpo, spirito e mente.

Questa diffusione avviene tramite l’organizzazione di cerimonie, workshop, corsi, conferenze, pubblicazioni e consultazioni private in Italia, Brasile, Europa.

Le cure individuali le effettua Carlos utilizzando sistemi tradizionali indigeni come canto, tamburo, sonagli, imposizione delle mani, massaggio spirituale, estrazioni con il respiro, induzione al rilassamento profondo, dialogo, meditazione. Le terapie le effettua insieme al fondamentale supporto Juliana, psicologa reichiana. In Italia Mauro e Lidia danno assistenza in vari modi e si occupano della traduzione simultanea dal portoghese.

Ottobre 2017 in Italia

Carlos e Juliana, accompagnati da Mauro e Lidia saranno in Italia dal 4 al 15 ottobre dove per ora è prevista una location nella splendida natura della Collina Torinese.

In questi giorni una serata sarà dedicata a un workshop per cominciare ad apprendere i canti e a suonare il tamburo.

Cinzano Torinese

In una “fazenda” italiana molto suggestiva e immersa nel verde della collina torinese abbiamo individuato la location adatta per le attività sciamaniche nell’area di Torino. È la Ca Dij Cavaij (Casa dei Cavalli in piemontese) dove Emma Trossarelli, Istruttrice Certificata Eponaquest, realizza campi, workshop e attività diverse legate all’approccio olistico agli animali e la natura.

6 ottobre – Cerimonia di Canti e tamburo intorno al fuoco

7-8 ottobre – Workshop sulla cultura e le tradizioni sciamaniche, guarigione e autoguarigione

9-10-11 ottobre – Consultazioni private

In questi giorni una serata sarà dedicata a un workshop per cominciare ad apprendere i canti e a suonare il tamburo.

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Tema dei workshop e programma

Esplorazione di diverse pratiche sciamaniche. Canti nativi con tamburi, Cheyenne, Lakota, Ojibwa,Cherokee, Chumash e Fulni-ô. Canzoni dell’orso (principale animale totem di Carlos Sauer) utilizzate durante una speciale sessione di guarigione nella quale i partecipanti in meditazione si uniscono al loro animale di potere e agli aiutanti spirituali. Il viaggio sciamanico, guarigione con l’imposizione delle mani e estrazione, anche con l’utilizzo di una pipa Fulni-ô con il loro tabacco sacro per la guarigione.

Sessioni di guarigione a gruppi. Quattro persone ruotano intorno a una, cantando e suonando il tamburo, generando un vortice di energia di guarigione.
Nella tradizione nativa la cura e la guarigione non sono un fatto individuale, ma collettivo.
Nel workshop possono manifestarsi momenti di introspezione e grande coinvolgimento emotivo.

Orari: Sabato 10-13 e 14-17; Domenica 10-13 e 14-17

Obbiettivi e benefici

Lo sciamanismo non è una religione, bensì una filosofia di vita nella quale viene data profonda importanza alle relazioni con gli altri, con l’universo e con la natura. La sapienza e la conoscenza di chi pratica lo sciamanismo avvengono nell’esperienza fisica e spirituale. La meditazione, i canti, l’uso del tamburo e altri strumenti, il fuoco, l’aria, la terra e l’acqua sono esperienze da vivere. L’obbiettivo è il raggiungimento della consapevolezza della sacralità di Sé stessi e di tutto il creato, il raggiungimento della consapevolezza dell’importanza e del significato di Sé e della propria missione nella vita.

Il riavvicinamento a questa consapevolezza è un beneficio fondamentale per chiunque, specie per le persone metropolitane e tecnologizzate, le quali nel tempo si sono sradicate e hanno perso la capacità di contatto profondo con la natura e i suoi elementi.

Per una persona che abbraccia lo sciamanismo nulla è privo di significato, ogni azione, ogni gesto, ogni accadimento viene sacralizzato e la vita quotidiana diventa così una cerimonia continua, un continuo ringraziamento al Grande Spirito.

Le attività non sono certo fine a sé stesse, bensì orientate allo sviluppo della consapevolezza e, in ultima analisi, dell’amore per sé stessi, i nostri compagni di viaggio, gli animali, la natura, gli elementi, gli spiriti, gli ancestrali e ogni altra cosa nel creato. Nello sciamanismo si perde l’erronea sensazione del duale, di vita e morte, di qui e là, di prima e dopo e Tutto diventa Uno.

Costi

Cerimonia canti e tamburi

30€ con iscrizione entro il 31 luglio

33€ con iscrizione entro il 8 settembre

36€ con iscrizione entro 20 settembre

40€ con iscrizione entro 27 settembre data chiusura iscrizioni

 

Workshop sciamanismo

320€ con iscrizione entro 08 settembre

350€ con iscrizione entro 15 settembre

370€ con iscrizione entro 22 settembre data chiusura iscrizioni

INCLUSI 2 PASTI

 

Consultazioni private

100€ con iscrizione entro 16 agosto

120€ con iscrizione entro 30 agosto

130€ con iscrizione entro 10 settembre

140€ con iscrizione entro 20 settembre data chiusura iscrizioni

VERSAMENTO SU:

ASSOCIAZIONE GENTE DELLA CITTA’ NUOVA

BANCA REGIONALE EUROPEA – AG.TORINO

IBAN:  IT85C0311101007000000005946

Mandare attestato bonifico e nomi a unaltrosguardo@libero.it

INFO: unaltrosguardo@libero.it

DOVE

Cerimonia e workshop saranno qui:

Ca Dij Cavaij – Assoc. Culturale

Via Derocati Inferiore 6/2, 10090 Cinzano (To)
Le consultazioni private in luogo che verrà comunicato più avanti.

 

Dentro le Stelle

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Avevo già avuto modo di parlare altrove di questo gran figlio di Bussana. Si tratta di Nicolas Stoppa, figlio di genitori che ai tempi che furono contribuirono a fondare la comunità di Bussana, nell’entroterra di Sanremo, un villaggio terremotato recuperato magistralmente da artisti e creativi che però le amministrazioni, non si sa perché ma si intuisce, anziché valorizzare tentano in tutti i modi di affossare, di certo questo non è un paese per sognatori, più adatto ai cinici che sanno sparare a zero su qualsiasi cosa, blog inclusi, per mostrare come essi siano astutamente intelligenti e disillusi e non ci sia più niente da fare, sono tutti ladri, tranne loro. Ebbene Nicolas per sua disgrazia o sua fortuna (io non lo so) non è uno di questi bensì uno stupido sognatore, così stupido che quando sono in Italia vado regolarmente a trovarlo per passare alcuni giorni ad Arenzano, dove si è candidato in comune con il Movimento 5stelle, senza risultati tangibili nonostante la lista abbia raggiunto le 800 preferenze. Del resto cosa ci si poteva aspettare da uno stupido sognatore. Prima del voto si è persino sbattuto per organizzare numerosi incontri motivazionali a casa sua dove ha riunito diversi giovani del movimento grillino per creare empatia, contatto, spirito di squadra, e questa attività gli è riuscita benissimo poiché in questo ci sa fare e poi, astuto come una volpe, ha messo insieme altri sognatori come lui. Naturalmente ci sarà chi spiega come tutto questo è evidente come non serva assolutamente a niente in un paese che ha bisogno di “esperti” e non di improvvisati, ovvero ha bisogno di gente che con la politica ci sappia fare, che sia avvezza a intrallazzi, coperture, riciclaggi, lobby, rapporti col denaro e con le banche, insomma “esperti” come quelli che hanno governato il paese per decenni e hanno dato gloria al nostro nome di italiani e benessere oltre ogni dire. In effetti a pensarci bene cosa potrebbero mai fare questi sognatori di fronte a politici di lungo corso che da tanto tempo prendono lo stipendio dal popolo per amministrare con perizia come ci amministrano. A cosa diamine serviranno dei poveri disgraziati di giovani che credono di poter mettere il cuore in quello che fanno e così fare meglio degli “esperti” che sanno benissimo come non bisogna scontentare nessuno e hanno fatto felici tutti, che la fuga di cervelli, di anime e di corpi sono di sicuro degli ingrati incapaci di adattarsi alle meraviglie di questo florido paese. Così il gran figlio di Bussana ha passato diversi giorni a creare un rapporto di amicizia tra i diversi attivisti e candidati che di sicuro non servirà a niente se non a creare un mondo di relazioni che senza dubbio non risolleverà le sorti né del comune né del paese perché per mettere a posto delle macerie ci vuole altro che il cuore e l’amicizia, chissà cosa servirà direte voi, forse, dico io, ancora più competenza ed esperienza, per vendere il vendibile e ricominciare onestamente con le poche cose rimaste e un mare di buona volontà e correttezza che di sicuro i vecchi e i giovani “esperti” avranno da vendere, e poi, lo sappiamo benissimo, sia gli esperti che gli inesperti quando poi sono lì, è chiaro, lo dimostrano i fatti, sono tutti in difficoltà allo stesso modo che devono fare i conti con la realtà, la mafia e la corruzione, che quelle sì che sono uguali per tutti, diamine. D’altra parte verrebbe però stupidamente da pensare, almeno a me succede così, che non solo in Italia, ma anche altrove, come per esempio in Brasile o in Venezuela, sarebbe bello che ci fosse qualcuno che pateticamente potesse credere che con valori ridicoli come il dialogo e la fiducia si potessero migliorare le cose, anzi diciamo la verità qualcuno c’è, ma nessuno si è ancora dato la pena di organizzarli, sarebbe troppo imbecille, ma per fortuna sfacciata in questi posti ci sono militari preparati che sanno come si fa seriamente. Siamo razionali perbacco, come possono dei ragazzini risollevare le sorti di questo disastro che di sicuro, non c’è alcun dubbio, possono farlo solo questi grandissimi uomini di sapienza e potere che, per fortuna, ci tengono ancora tantissimo a dare una mano a un popolo sfiduciato, mentre è evidente che quando si sale su uno scranno alla fine sono tutti uguali, anche i movimenti più radicali come questo qui. Ma Nicolino non ne vuole sapere, continua a credere che le idee che hanno dato origine al Movimento siano ragionevoli, valide e interessanti, per quanto, dirà qualcuno in vena di originalità, utopistiche, ma anche regolarmente smentite dai fatti diranno altri, e che oltretutto si arrogano persino il diritto di immaginare cosa potrebbe succedere tra cinquant’anni, lo riporta anche nel documentario da lui realizzato “Dentro le stelle” (password: grillo), un work-in progress che accetta contributi di contenuti significativi da parte di tutti coloro che intendessero fungere da anticorpi. È molto interessante e piacerebbe a molti poterci credere.