Workshop fotografia a Rio

Perché un workshop di fotografia a Rio può interessare anche fotografi esperti

In altre occasioni ho descritto l’ambiente delle favelas di Rio de Janeiro e, in generale, brasiliane. Ma ricordo brevemente di cosa si tratta. A Rio le favelas sono caratterizzate, in tutta l’area urbana, dal fatto di crescere per lo più arroccate sulle montagne che penetrano nel tessuto cittadino. Costruzioni modeste, cresciuta l’una sull’altra, oggi in gran parte di muratura, ma alcune ancora di lamiera e legno come tutte erano un tempo. L’architettura è sconvolgente, se vogliamo “escheriana”. Persino ingegneri del Politecnico la studiano per capire come fanno a stare in piedi simili grovigli edilizi. Al loro interno viuzze strette e, spesso, molto sporche, servizi precari, molta dignità, ma anche molta povertà. Soluzioni di architettura d’interni poverissime, ma geniali. Molta, molta gente che vive in povertà, ma anche, sempre più spesso, esercizi commerciali e artigianali, boutequim (le tipiche taverne brasiliane) e ristoranti. Talvolta in nove metri quadrati possono viverci otto persone, costrette a dormire aggrovigliate o a turno. In questo mondo si sviluppano narcotraffico, violenza, a volte inaudita, microdelinquenza, traffici illeciti, prostituzione, traffico di organi. Luoghi molto difficili, ma non per questo poco interessanti, anzi. Sono ricchi anche di umanità e solidarietà. Muoversi al loro interno è moto difficile e, se si fanno pasi falsi, può essere pericoloso.

In questo ambito io e Lidia Urani, insieme ad assistenti e collaboratori ci muoviamo per attività sociali, didattiche, culturali e di reportage. Da un po’ di tempo, proprio per poter finanziare le attività culturali, ahimè sempre più difficile, organizziamo viaggi in Brasile, specie a Rio dove possiamo affittare anche 15 stanze. È il lavoro che ci permette di sostenere il centro e il nostro impegno personale. Il Centro Para Ti è diventato così anche un polo culturale dove passano studenti da Italia, Brasile, India, Cina, Perù, Colombia, Argentina, Stati Uniti e altri paesi. Ci passano anche 14.000 viaggiatori responsabili l’anno provenienti da tutto il mondo.

In questo contesto abbiamo realizzato diversi lavori fotografici e abbiamo ospitato lo staff brasiliano e statunitense della cantante jazz-blues Melody Gardot, per girare il suo video appena uscito.

Fotografare le favelas e, in generale, l’ambiente sociale è molto affascinante. Ma occorre tenere presente diversi fattori che nel workshop approfondiamo. I fotografi in Brasile spesso girano con la scorta e con attrezzature a noleggio, comunque assicurate. Il rischio di furti, aggressioni e rapine esiste. Questo non vuol dire che non si possa girare del tutto tranquilli, basta muoversi con rispetto e consapevolezza. Soprattutto per entrare in una favela occorre essere accompagnati da chi conosce molto bene l’ambiente ed eventualmente abbia relazioni locali. Le favelas dove noi operiamo sono sicure, mentre ce ne sono alcune dove è letteralmente pericoloso entrare. Ma soprattutto il punto chiave è sapersi relazionare con un ambiente difficile, fatto di persone in difficoltà, ma dotate di grande umanità e dignità. Tutto questo è argomento del nostro Workshop, un ‘esperienza assolutamente unica e coinvolgente.

Il costo del workshop di 8 giorni è di 300 euro. A questo occorre aggiungere la permanenza in loco e lo spostamento dal paese di residenza.

Per info: info@turinphotofestival.com

 

“Lo sai come si fa un libro?”

Martedì 20 Novembre 2012, ore 17.30 nell’ambito del festival ci sarà una tavola rotonda di 2 ore circa (incluso aperitivo alla fine) su “Sai come si realizza un libro fotografico?”.

Impaginazione, cianografiche, fotolito, bibliografia, selezione, gabbia vi dicono qualcosa? Lo sapete come si fa un libro fotografico? Lo sapete che cosa significa distribuire?

Se vi occupate di scrivere o di fotografia o comunque di arte dovreste saperlo se no meglio correre ai ripari. In ogni caso, che sappiate o no di cosa si parla, la proposta del Turin Photo Festival è quella di partecipare comunque a una tavola rotonda guidata da Paola Gribaudo. Un editore con anni di esperienza nella progettazione, realizzazione non di libri qualsiasi, ma di libri d’arte ai massimi livelli. Paola, con il supporto di Roberto Rossetti di Cartiere Fedrigoni per la carta e di Marco Parini di Aktiva per la stampa, spiegherà cosa significa realizzare un libro. L’incontro durerà due ore circa e avrà luogo Martedì 20 novembre nello studio del maestro Ezio Gribaudo, una scenografia d’autore molto suggestiva, senza dubbio appropriata per parlare d’arte, cultura e comunicazione. La partecipazione è riservata a 10/12 persone e costa 10 euro.

Chi è interessato può iscriversi scrivendo a info@turinphotofestival.com, lasciando recapiti per il contatto diretto.

Questa iniziativa sarà parte di un più lungo percorso culturale attraverso arte, comunicazione, cultura e fotografia. Il festival, totalmente no-profit, non sarà solo un insieme di mostre, bensì una serie di proposte di scambio culturale che coinvolgeranno editori, fotografi, photoeditor, tipografi, antropologi, pubblicitari. Grazie alla partecipazione gratuita di numerosi esponenti del settore sarà possibile realizzare un evento ricco di contenuti con poca spesa (da noi sostenuta e, di solito, forse, in minima parte sostenuta da FondazioneCRT e Regione Piemonte), anche per dimostrare come la maggior parte delle iniziative pubbliche e private (che prevedono budget non indifferenti) siano un ladrocinio ai danni dei contribuenti.

Essendo degli idealisti tutto sommato non ci dispiace non essere riusciti a entrare nel giro dei grossi contributi, permettendoci così di rimanere “puliti”, “autonomi” e “creativi”.

Metropolis

Mai più automi come nel film di Fritz Lang, mai più a 90 gradi

MAURO VILLONE – fotografie di LIDIA URANI

Se per ipotesi immaginiamo di fare un viaggio intorno al mondo in aereo, solo toccando grandi centri. Che so, per esempio da Parigi a Roma, poi a Istanbul, Dubai, New Delhi, Bangkok, Sidney, Santiago, Buenos Aires, Caracas, New York e infine di nuovo Parigi. E immaginiamo ancora di dedicare non più di uno, due giorni per ogni città, girando solo per il trafficato centro di ognuna. Alla fine, oltre a un jet-lag della madonna, avremmo anche la sensazione che il mondo sia un formicaio gigantesco, strapieno di persone, e non faremmo nessuna fatica a capire cosa significa essere 6 o 7 miliardi di individui che circolano per il pianeta.

Città, cittadine, metropoli sono i centri, pieni di persone, nei quali vive una cospicua parte del genere umano, circa la metà. I centri urbani stanno crescendo a dismisura e con una velocità tale da indurre economisti, ingegneri, architetti, fisici, antropologi e altri esperti a formulare il concetto di megalopoli: mostri urbani di proporzioni gigantesche e avveniristici nei quali una tecnologia sofisticata dovrebbe essere in grado di fornire servizi adeguati per assembramenti di decine di milioni di persone. Acqua, luce, gas, scarichi, raccolta e smaltimento rifiuti, trasporti, scuole, uffici, rifornimenti e molto altro per milioni di persone, tutte legate allo stesso territorio. In realtà metropoli di enormi proporzioni esistono già. Per esempio San Paolo del Brasile, Città del Messico, Tokyo si sviluppano già su estensioni di territorio enormi, con circonferenze di 200-250 chilometri e 15/20 milioni di abitanti. Ma le megalopoli sono ben altra cosa, possono coinvolgere città grandi, ma relativamente contenute, come Milano e Torino, fino a metropoli già gigantesche come Rio e San Paolo. L’unica cosa che potrebbe attualmente rendere realmente operative le megalopoli è l’alta velocità. Già oggi, chi se lo può permettere, si sposta in aereo o in elicottero. San Paolo, per esempio, è la città più piena di elicotteri al mondo. Naturalmente questi sistemi, sebbene meno inaccessibili di un tempo, riguardano soprattutto i ricchi e i benestanti e poi i trasporti via aria richiedono tutta una serie di servizi accessori, come per esempio gli aeroporti, che non sono uno scherzo sia sul piano dei costi che su quello logistico. Ciò che potrebbe rendere “reali” le megalopoli sono i trasporti ad alta velocità su rotaia, più facili da gestire sul piano logistico per andare da un centro a un altro. Le grandi città sono già dotate di metropolitane, mentre i treni ad alta velocità hanno già iniziato ad avvicinare centri come Torino e Milano. Il tunnel sotto La Manica per esempio, fu concepito proprio per rendere “vicine” Parigi e Londra. Ma non ha funzionato troppo bene e capire il perché non è così immediato. Sta di fatto che l’esercizio è in perdita e la gente non usa questo servizio volentieri. Potrebbe banalmente essere dovuto al fatto che il tunnel è impressionante e fattori psicologici, alimentati da incidenti avvenuti qua e là in Europa, certo non invitano a ficcarsi la sotto.

La smania di costruire una linea ad alta velocità tra Milano-Torino e Lione e poi Parigi è in parte dovuta al fatto che, secondo il ragionamento che ho appena esposto, non c’è niente di più logico che aprire una via ulteriore, adeguatamente tecnologica, tra l’Italia e il resto d’Europa. Il mondo va verso le megalopoli e questo è il modo tecnologicamente ed economicamente corretto di prepararsi e adeguarsi. Ebbene: sono un sacco di balle per mettere il popolo, ancora una volta, a 90 gradi, come dimostrerò subito se avrete la pazienza di continuare a leggere.

Il ragionamento che ho esposto poc’anzi non fa una piega, sembra assolutamente logico. È ovvio: per inculare la gente non è che ci si possa improvvisare, bisogna essere anzitutto convinti e poi avere i mezzi culturali, tecnici e finanziari per attirare più gente possibile dalla propria parte.

E ora attenzione. Il trucco di creare assembramenti disumani come enormi metropoli ha funzionato per secoli, anzi, millenni. Le città possono rivelarsi luoghi molto interessanti, per quanto caotiche, inquinate, pericolose e nevrotizzanti possano essere. Molta gente ci va volentieri. Ricchi, benestanti e intellettuali per fare soldi, divertirsi, lavorare, fare arte e cultura, comunicare. I poveri per vivere dei rifiuti che lasciano i ricchi o per fare loro da schiavi. In realtà sia ricchi che poveri sono entrambi schiavi di questo sistema, come avrò modo di dimostrare in successive occasioni, ma per ora non voglio allontanarmi troppo.

Le città, come dicevamo, sono senza dubbio interessanti, fin dall’antichità, ma sono anche dei centri di trasformazione di valori in senso negativo. Sono utili a concentrare masse di persone sempre più grandi per poterle controllare più agevolmente. Sono anche laboratori di decadenza, come più volte dimostrato dalla storia. Questo non significa che non possano essere utilizzate con profitto, ma spessissimo (statisticamente probabilmente in altissima percentuale) risultano ridurre i propri abitanti nell’incapacità di viverne al di fuori e sempre più lontani dal proprio vero io, anche se spesso se ne accorgono troppo tardi. Spesso accade che qualcuno voglia affrancarsi da questa sudditanza. Anche in questo caso le disponibilità finanziarie possono determinare il tipo di scelta. Chi può permetterselo, e se le condizioni geografiche lo consentono, si può spostare in un luogo ameno nei pressi della metropoli (come per esempio i ricchi odierni sulla collina di Torino o i ricchi dell’antica Roma sui colli nei pressi della città), chi non può, si deve accontentare di trovare un buon posto dove stare a maggiori distanze oppure, più difficilmente, decidere di rinunciare alla città e cambiare totalmente stile di vita.

E ora lasciamo un attimo le città e vediamo il resto. Se di nuovo immaginiamo di spostarci intorno al mondo, anziché in aereo, questa volta con auto, bus, treni a bassa velocità, carri trainati da buoi, cavalli, biciclette, moto o, infine, a piedi, ci accorgeremmo che le città coprono una non minima, bensì minuscola parte dell’intero pianeta. Ci accorgeremmo che in realtà il mondo è ancora largamente spopolato, che esistono territori di estensioni gigantesche senza nessuno che ci abita. Ci accorgeremmo inoltre che grandi porzioni di queste aree sconfinate, nonostante la bellezza di  molte città, sono costituite da paesaggi meravigliosi e mozzafiato. Ma non solo. La gente che vive sparsa in questi territori generalmente vive meglio, più serenamente, meno attaccata da malattie di varia natura, in una parola, maggiormente in armonia con se stessi e con la terra. Una delle più grandi menzogne di cui siamo vittime è proprio l’avanzamento tecnologico in cui vogliono farci credere di trovarci. Vogliono altresì farci credere che tale tecnologia sia necessaria, che non se ne possa fare a meno, che sia di interesse per tutta l’umanità. Non è assolutamente vero, anche se Google Earth mostra l’impressionante scenario di un mondo totalmente fotografato dai satelliti. Una tecnologia, tra l’altro, nata per lo più da esigenze militari, esattamente come Internet. Chi vive in città tende a credere che la tecnologia sia imprescindibile, utilissima e democratica, invece il mondo è strapieno di situazioni estremamente arretrate sul piano tecnologico e incredibilmente più felici su quello umano e spirituale. Non dico che si tratti di società perfette e prive di problemi, probabilmente ne hanno parecchi. Ma questo non autorizza a credere, al di fuori di ogni dubbio, che il mondo sia o debba essere “avanzato” tecnologicamente e, soprattutto, che questo sia necessario per migliorare la qualità della vita. È verissimo che la rete, l’informatica e i trasporti odierni hanno regalato all’umanità grandi vantaggi, ma è anche vero che tutto questo ci sta portando alla depressione, al cancro, all’infelicità. Ma soprattutto ci vogliono far credere che sia tutto inesorabilmente così. Sono balle. La maggior parte del pianeta è ancora selvaggia, sebbene devastato dalla plastica e altre schifezze simili. Ci sono addirittura aree largamente inesplorate e disabitate e aree abitate, ma che vivono, alla faccia dei tecnocrati, in situazioni che sembrano ferme a 200 anni fa e anche oltre. O addirittura selve dove si trovano tribù incontattate (e tra l’altro minacciate) ferme al paleolitico, ma che stanno assolutamente benissimo. Vogliono farci credere che stiano male e vivano nella miseria, ma non è assolutamente vero. Questo accade quando quel mondo antico è attaccato, minacciato, aggredito dall’esterno, da quella che per l’appunto crede di essere la cultura della ragione e del benessere.

La cosa incredibile è che per trovare situazioni “non urbane”, anche se servite comunque in parte da tecnologia, non è nemmeno necessario andare troppo lontano. Ad esempio basta la Val di Susa vicino a Torino. Questo spiegherebbe anche il motivo per cui chi vive lì, magari per scelta, per avere i vantaggi della natura e non quelli della metropoli, si incazzi tanto se si vede passare davanti un mostro tecnologico che interessa le città e non certo le campagne, anzi probabilmente creandovi solo dei disagi. In boschi appena al di fuori da grandi città in tutto il mondo ci si può ancora tranquillamente perdere.

Non voglio certo dire, tanto per giocare d’anticipo su obiezioni idiote, che la tecnologia sia del tutto negativa e non vada utilizzata, anzi. Il problema è che mancano equilibrio e banale buon senso. Anche un videogioco può essere divertente o persino utile per scaricare la mente, è quando diventa un’ossessione, se non addirittura una droga o, peggio, un oggetto di culto, che sorgono i problemi. E questo vale per qualsiasi cosa, dalle automobili a Facebook, dagli i-Phone ai telescopi spaziali. Va tutto bene, ma queste cose non sono né la nostra vita, né le soluzioni di tutto, né tantomeno oggetti di culto.

Ma l’enorme presa per il culo di cui siamo tutti vittime (anche chi non vive nei pressi di zone interessate dall’alta velocità come me, poiché la presa per il culo è globale) non è tanto che circa la metà della popolazione del pianeta non vive affatto in città, ma che più della metà invece vive in slum, ghetti e favelas di ogni tipo. E come se non bastasse anche i molti che, come me, hanno la fortuna di passarsela un po’ meglio, non beneficerebbero minimamente dell’alta velocità, né di molti altri servizi tecnologici o perché non ne hanno bisogno o perché comunque non ci potrebbero arrivare con i mezzi finanziari di cui dispongono. In realtà però chi vive nei suddetti slum è una manna per le compagnie telefoniche che regalano cellulari e mangiano come cannibali sulle schede ricaricabili a 5 euro per volta. Ha funzionato con i telefoni e ora tutti si affannano a “rendere accessibile lo sviluppo” ai poveracci non perché sia una cosa buona, ma perché così si trasformano in consumatori, creando “nuovi mercati” da soddisfare (e saturare).

In poche parole questo significa che lo sviluppo tecnologico, che usato con buon senso e democraticamente sarebbe interessantissimo, serve nella realtà odierna a beneficiare solo ed esclusivamente una sparuta minoranza di ricchi e di padroni che sono inoltre stati abbastanza abili da convincere i poveri schiavi delle classi medie e basse che fanno loro da servi, dell’utilità di opere costosissime o di ammennicoli a basso costo. L’essenziale è vendere e far consumare. Opere e ammennicoli sono del tutto inutili per le vere felicità e libertà, ma utilissime per continuare a perpetrare il sistema schiavista, repressivo e oscurantista. Quelle che scrivo sembrano essere un mare di cazzate superficiali e sovversive, ma chi ha avuto, come me, la volontà, l’impegno, la sensibilità e la fortuna di approfondire e di sperimentare altre possibilità e altri stili di vita (dopo aver lavorato per 15 anni nel settore pubblicitario si badi bene), ha potuto rendersi conto di tutto ciò con estrema chiarezza. Ma mica ho finito.

La prima idiota obiezione che tentano di muovere nei miei confronti quando dico, scrivo o pubblico queste idee è che io sia un ipocrita benestante assolutamente incosciente delle necessità di sopravvivenza del popolo. Due righe per demolire queste puttanate. In primo luogo semplicemente riesco a procurarmi il poco che mi serve per vivere, come cazzo mi pare, in maniera libera e autonoma. Lo stesso dicasi per effettuare il fund raising che mi serve per realizzare le attività sociali e culturali che ritengo utili. In secondo luogo ho potuto osservare in giro per il mondo a partire dalle vigne dietro Torino, la mia città natale, per arrivare ai confini del mondo, comunità di persone che vivono in semplicità, poco servite dalla tecnologia o del tutto prive. È assolutamente possibile vivere benissimo contenendo enormemente i costi e facendo cose belle e costruttive ugualmente. Anzi forse persino di più. Ci hanno abituato a credere che tutto il sistema capitalista di produzione, marketing e consumi planetario sia un buon compromesso per una popolazione in continua crescita. Non ne faccio affatto una questione politica, ideologica ed economica, ma di buon senso. L’apparenza è che negli ultimi decenni le condizioni di vita siano generalmente migliorate, ma in realtà non è così. Siamo sempre più controllati e schiavizzati. La gente povera e più libera che ho citato poc’anzi e che per decenni e secoli ha vissuto benissimo nella propria semplicità, grazie alla penetrazione capillare dei media, ovviamente in particolare della televisione, viene convinta da un sapiente mix di marketing culturale, istituzionale e di prodotto, di non stare troppo bene e di avere bisogno di cose che, se non servono a nulla, ma proprio a nulla per la felicità (sono anzi controproducenti), servono ancora meno sul piano filosofico e spirituale. Sono cose e servizi che rimbecilliscono e allontanano enormemente dai veri valori che queste comunità storicamente avevano. E che avevamo tutti. Non sto parlando di mia nonna e dell’800, bensì di tempi molto remoti, nei quali la consapevolezza di appartenere alla madre terra non era ancora venuta meno. Recenti rivisitazioni della storia (e di ciò che erroneamente viene chiamato pre-istoria) fanno sempre più luce su periodi lunghissimi, di 100.000 anni e oltre in cui il genere umano ha vissuto in piccoli gruppi, in armonia con la natura e, probabilmente, anche con dimensioni al di fuori dell’ordinario che oggi non siamo più nemmeno in grado di percepire.

L’armonia delle nostre comunità rurali europee e poi di quelle asiatiche, sudamericane e via dicendo, non era che il rimasuglio di antichissime culture ed è stata distrutta dallo “sviluppo”. Addirittura in epoca coloniale venivano introdotte strategicamente malattie e alcolismo presso le comunità indigene per poter poi usufruire del loro territorio a piacimento. Alcuni osservatori dotati di normale buon senso rimanevano sbigottiti di fronte alla violenza perpetrata dai “conquistatori” ai danni di indigeni di ogni dove per sterminarli sistematicamente. Non voglio affatto dire che “prima si stesse meglio”. Ma quanto c’era di positivo in stili di vita più vicini alla natura e all’umano e che senza dubbio si trovava accanto a problematiche materiali, relazionali e di altro tipo, è stato strappato senza tanti complimenti come una buona pianta insieme all’erba cattiva. Per lo sviluppo stiamo pagando un prezzo altissimo, forse inaccettabile, e soprattutto, non si potrà più probabilmente tornare indietro.

Tornando al presente ho inoltre  la netta sensazione, anche se per ora non ne ho le prove (ma ci sto lavorando), che il sistema di distruzione citato prima utilizzato in epoca coloniale sia ancora in atto, con altre modalità. Ho il sospetto che l’introduzione di droghe devastanti come il crack, la merla e la noia (avrò modo in altre occasioni di spiegare cosa sono) non sia solo una faccenda di business, ma proprio una strategia per rincoglionire fasce “non più utilizzabili” di popolazione. Ovvero fasce già compromesse dalla miseria e dal disagio culturale a tal punto che non si saprebbe più come fare a introdurre nel sistema di mercato. Utilizzabili però per consumare droghe da 3 euro alla dose con le quali oltretutto in poco tempo li cancelleranno dalla faccia della terra. Non stiamo parlando di quattro cannette, e l’eroina è ormai un lontano ricordo. Le droghe odierne sono totalmente sintetiche, micidiali intrugli chimici che danno assuefazione dopo pochissime assunzioni (per alcune ne basta una sola), costano pochissimo e devastano l’organismo rapidamente in cambio di qualche decina di minuti di miserabile euforia per disperati. Vengono immesse nel mercato nero droghe sempre peggiori e che costano sempre meno. Nelle zone rurali del Brasile si trovano droghe (bada bene studiate e sintetizzate nelle grandi città e trasportate in loco) di cui una dose può costare 5 Reali (meno di due euro).

Ovviamente il sistema è tutto impegnato a farci credere che la responsabilità sia “solo” dei disgraziati tossici, della microdelinquenza, dei narcos e delle mafie di tutto il mondo. Mentre la mia netta sensazione è che non sia affatto così. Se non tutti, molti governi sembrerebbero ben contenti di veder minare l’integrità psicofisica di giovani e meno giovani, comunque di poveracci, per liberarsi rapidamente di feccia inutile da sfamare e gestire. Mi rendo conto che si tratta di un’accusa che può sembrare un’enormità, ma ve lo ricordate quel tizio…Benito, che diceva: “più morti, più spazio”? Oltretutto dei rincoglioniti da droghe, televisione, calcio, moda a buon prezzo, cellulari e videogiochi sono comunque più facili da gestire.

E se, per quanto riguarda i governi, non si tratta di una strategia feroce scientemente applicata, qualcuno è in grado di spiegarmi per quale ragione non fanno nulla, assolutamente nulla, per il diffondersi rapidissimo di crack e affini non solo in grandi città di tutto il mondo, ma anche in piccoli centri, spesso meravigliosi e, addirittura, in comunità indigene o rurali, che fino a poco tempo fa hanno vissuto in pace e armonia? Se i governi avessero a cuore le condizioni del proprio popolo, specie le fasce più povere, che spesso sono portatrici di antiche culture e, soprattutto, del legame con la terra, si occuperebbe a fondo di questo problema, anziché della creazione di dighe, ponti su stretti, centrali idroelettriche e piattaforme petrolifere che, ancora una volta, andranno a vantaggio dei consumi e delle fasce più benestanti. Sarebbero solerti come lo sono nel manganellare manifestanti particolarmente vivaci in ogni occasione. Posso osservare con i miei occhi come il popolo del Brasile, specie i più giovani e i più poveri, siano totalmente abbandonati a se stessi e all’interesse di poche iniziative sociali, senza fini di lucro, incredibilmente private e, tra l’altro spesso, questo va detto, di matrice italiana. Girando per il paese è facile trovare scuole nuove e bellissime dove mancano i professori e centri di salute scintillanti dove mancano i medici. Tutto quello che lo stato sa fare, per salvare la faccia in attesa di Mondiali e Olimpiadi, è diventare assistenziale con la borsa famiglia e altri aiuti che hanno indotto molti a smettere di lavorare e di produrre per esempio artigianato artistico di alta qualità, come avevano fatto per decenni. In realtà quello di cui avrebbero bisogno le comunità rurali è cultura. Cultura e amore che li inducessero a capire che il paradiso nel quale si trovano va salvaguardato e che non hanno alcun bisogno delle schifezze vendute nei mercatini o di quelle sventolate a destra e a sinistra dalla televisione. Cultura e amore che li aiutassero a capire che “patrimonio dell’umanità” è l’umanità stessa, sono loro stessi, siamo noi stessi. Cultura e amore che dessero loro fiducia nelle proprie capacità, nelle possibilità intrinseche della propria genia e del loro territorio, del valore delle loro culture antiche come il mondo e, semplicemente, della loro vita. Cultura e amore. Avete capito? E non la crescita materiale di cui parla il cyborg Monti, che serve solo a salvare i ricchi e le banche. Facendoci credere che il benessere del sistema produttivo-finanziario sia il benessere del singolo individuo e delle comunità più modeste. Balle. Se i governi volessero la piaga della droga sparirebbe in poche settimane e quelle della mancanza di cultura e di lavoro in pochi anni. Ma meglio avere dei rimbecilliti infelici costretti a comprare droga e moto a rate per alleviare la propria disperazione che non persone sicure di se e colte, capaci di andare in profondità e quindi in grado di mettere in discussione tutto il sistema. Cosa che di certo non potrebbe fare comodo a organizzazioni pilotate dalla corruzione. Ovvero organizzazioni dove anche chi è onesto e crede in quello che fa viene prima o poi stritolato per forza dai meccanismi che tutti conosciamo. Lo sanno tutti che è così, ma sembra che la maggior parte preferisca subire in silenzio.

Questo discorso ovviamente non riguarda solo il Brasile e l’Italia, ma tutto il mondo. Parlo spesso di questi due paesi solo perché qui ho modo di osservare più da vicino certe situazioni. Giovani e meno giovani hanno bisogno di amore, cultura, attenzioni, presenza, valore. E non di dighe, aerei, treni ad alta velocità, ponti su stretti, mercati finanziari dei miei coglioni. Questo non credo che i governi corrotti lo accetteranno mai. Cari capi di stato che parlate di “Crescita”, dando per scontato che si debba trattare solo di crescita finanziaria, di produzione, di consumi e materiale. Benissimo. Ma possibile che non riusciate a vedere che la crescita di cui avremmo tutti bisogno, voi compresi, sarebbe anche, e soprattutto, quella umana, culturale e spirituale. Voci che di sicuro non troveremo mai ai primi posti di qualsiasi bilancio.

Ma in realtà siamo noi che dobbiamo smetterla di starcene comodamente a 90 gradi, alzarci e combattere per la nostra libertà. E smetterla una volta per tutte di combattere come imbecilli battaglie non nostre. Non è ancora tutto perduto. Non è mai troppo tardi. Anzi, è il momento buono! È sempre il momento buono! Ed è del tutto inutile demandare continuamente ad altri il cambiamento. Inutile sperare nel leader, nel partito, nell’ideologia, nel movimento, nella bandiera, nell’associazione, nei compagni, nella grande organizzazione, nell’ONU, nell’UNICEF, nella persona onesta, nel guru, nella zia, nella polizia, nei cantanti, in Sting, in Dio, nel pugno di ferro, nello scrittore o nel guitto televisivo che dice cose che ci fanno stare meglio e sentire meno soli. I filosofi poi, quelli che dicono cosa e come si deve pensare, parlano solo fra di loro, essendo per le persone comuni del tutto astrusi i loro discorsi. Che i loro pensieri servano a loro poi è tutto da dimostrare, visto che le loro vite non è che siano migliori o peggiori di quelle di altri. Ricordiamoci che uno come Nietsche, tanto per fare un esempio, alla fine si è suicidato.

Il conseguimento della libertà e della felicità sono una faccenda del tutto personale tra noi e la nostra vita e al tempo stesso tra tutti noi e le nostre vite, in un intrecciarsi meraviglioso e incomprensibile di destini. Ma ognuno deve prendersi la sua responsabilità. Ognuno può e deve trovare il suo cammino che porta a destinazione autonomamente, a patto che si sappia armonizzare profondamente con l’intrecciarsi di cammini universale. Chi cerca questo tipo di illuminazione non dovrebbe nemmeno sperare nei maestri, perché non è certo compito loro toglierci le castagne dal fuoco. Questi possono probabilmente però indicare una direzione. Quando lo fanno alcuni parlano di abbandono alla legge dell’universo, altri di amore incondizionato, altri dell’osservazione della propria mente, altri ancora di armonia, nessuno ha mai parlato di competitività, investimenti, possesso, alte tecnologie e sviluppo economico. Persino Keynes, grande e ricco uomo d’affari e grande economista, aveva consapevolezza dell’effimero. Egli sosteneva che il “bene economico”, così come lo concepisce la nostra cultura, non è una verità assoluta, ma un concetto temporaneo, che in altri tempi e altre culture non c’era, e un giorno nuovamente non ci sarà più.

Abbiamo il diritto di sperare, alla faccia dei cinici e di chi è subito pronto ad inveire contro le utopie, che possa esistere la possibilità di una vita diversa. Un mondo, come diceva un monaco buddista del XIII secolo, dove la pioggia non romperà più le zolle di terra e gli uomini vivranno vite lunghe e realizzate, in armonia con la terra e la natura.

NOTE

Alla lecita domanda: perché uso tante parolacce? Rispondo: danno enfasi al discorso, sono divertenti, liberatorie. E soprattutto sono strategiche per dare un’idea del disappunto profondo per il casino in cui ci troviamo. Non dimentichiamoci che ci sono anche persone che ci stanno lasciando la pelle.

Alla domanda: perché scrivo queste cose e non mi faccio gli affari miei? Chi mi credo di essere? La risposta è duplice. In primo luogo sono affari miei, come sono affari di tutti e sento l’irresistibile desiderio di esprimermi, scrivere, comunicare. Molto semplicemente, mi diverte. Molto più seriamente poi, ritengo che queste idee, che di certo non appartengono solo a me, siano da diffondere il più possibile per arrestare questo terribile sistema cannibalico che ci sta fottendo tutti, proprio perché ci hanno abituati a credere di non essere nessuno. E che sia addirittura ridicolo, banale, ipocrita e ingenuo parlare di tutto questo. La cura? È semplice. Parlandone il più possibile e comunicando tra persone di valore (che sono moltissime) stanche di questo andazzo e di stare a 90 gradi, posizione che nei primi minuti può sembrare comoda, sexy e divertente, ma che col tempo logora. E soprattutto cominciare a credere fermamente che la vita di ognuno di noi, di tutto il pianeta, di tutto l’universo hanno un immenso valore. Qualcosa dovrà succedere per forza.

Le foto sono di Lidia Urani e fanno parte di un nostro ampio lavoro sui villaggi sperduti del nord-est del Brasile, dove pescatori e agricoltori vivono in povertà, libertà e armonia in territori straordinari e incontaminati, da dove non hanno nessuna intenzione di emigrare. unico disturbo la “crescita” selvaggia del corrotto governo brasiliano.

mauro.villone@gmail.com

Belo Monte e Rio+20

Em junho, a Conferência Mundial sobre o Meio Ambiente no Rio de Janeiro

Mauro Villone – Rio de Janeiro

Versione italiana a questo link

Esta fotografia foi, aparentemente, censurada, mas salva por alguns usuários do Facebook. Na realidade è uma foto de 4 anos atraes. Em qualquer caso, qualquer que seja a origem, não parece ser muito antiga e nem mesmo o set de um filme. Ou seja, é provável que o índio pegou pelo pescoço por um policial é realmente em apuros e ele estava reclamando de alguma coisa. Há uma abundância de razões, diz-se, embora poderia ser também o Belo Monte. Ou não, mas o problema não é a fotografia. Os problemas reais são, infelizmente, outros.

Entretanto prevê-se a reunião de junho próximo de todos os chefes de estado do planeta no Rio+20. Para os não iniciados a conferência é assim chamada porque o anterior teve lugar sempre no Rio de Janeiro, em 1992, exatamente 20 anos atrás. O mundo aguarda com ansiedade as decisões que serem feitas aqui para o futuro ambiental do planeta. Esperanças e expectativas são muitas, pelo menos como as perplexidades sobre aquilo que realmente se conseguirà realizar.

Encontrando-me no Rio de Janeiro ter sido involuntariamente e marginalmente envolvido na preparação do evento (no quao não vo poder estar presente porque vou voltar na Italia), convidado para uma reunião como representante da ONG na qual eu trabalho: Para Ti – Amizade e Solidariedade, com sede en Vila Canoas. Objetivo da reunião: estabelecer um plano para visitar as favelas da Rocinha e Vila Canoas (Rio). A visita está agendada no dia 19 de junho para um grupo de cerca cem pessoas, incluindo chefes de Estado e seus delegados. O mais provável é este último, por razões de segurança, pois caso contrário, com um par de bazucas, traficantes poderiam em 30 segundos fazer um favor aos terroristas do todo o mundo. Mas a visita será, com certeza. O problema é que esta visita, sendo planejada pela Prefeitura do Rio de Janeiro, apresenta alguns problemas. Um primeiro curto circuito é claramente devido ao fato de que os delegados das favelas estão divididos pelo seguinte dilema: fazer uma boa impressão, mostrando as coisas positivas que foram feitas e que são o orgulho dessas difícil comunidades ou denunciar o que nunca foi feito? Como lixo em rios, esgotos que estão faltando, violência e crime, estupros, desaparecimentos de crianças (40.000 por ano no Brasil), as pessoas que vivem empilhados um sobre o outro, desde que tenham a sorte de não viver em casebres. Tudo isso, tendo em vista a Copa do Mundo e Olimpíadas, os Prefeitos das cidades, incluindo Eduardo Paes no Rio, queria fazê-lo desaparecer, não apenas por uma questão de direitos humanos, mas para não fazer uma pobre figura com o resto do mundo. O ponto é que para resolver problemas desta dimensão (com 7 milhões de crianças de rua) é preciso mais do que a Copa do Mundo. Seria necessária uma sensibilidade para as questões sociais que o governo brasileiro certamente não tem, como evidenciado pelo fato de a terrível história da barragem de Belo Monte. Há já algum tempo que também o influente National Geographic publica trabalhos fotograficos sobre o tema de Belo Monte, falando disso como uma derrota para toda a humanidade. Até o diretor James Cameron tem sido ativo em março, mas agora os trabalhos foram iniciados. Por outro lado, todo mundo sabe das ligações entre a empresa Delta (que no Brasil faiz de tudo) e outras empresas, e os de financiamento das campanhas eleitorais.

Não está facil entender com que rosto o Brasil pode convidar chefe de estado do tudo mundo en um evento como Rio+20. Mas, para ser correto em termos de informação e não ter que sustentar sozinho tudos dados sobre esta empresa falida eu entrevistei uma figura brasileira importante no ativismo ecológico e social: Telma Monteiro. Como pode ser visto a partir de sua fotografia de retrato ela não tem uma barba como um comunista que come crianças, não tem dreadlocks, é simplesmente uma senhora muito séria, que lida com educação e sócio-ambiental, em particular os problemas relacionados à produção de energia.

MV (Mauro Villone): Qual é a situação real atual do projeto da barragem? A que ponto estão os trabalhos?

TM (Telma Monteiro): Belo Monte já é uma grande cicatriz sangrando na Amazônia. As obras já vão avançadas invadindo o leito do rio Xingu e imagens mostram árvores inteiras e fragmentos de vegetação sendo arrastados pela correnteza, o rio turvo tingido pela terra removida das margens.  Neste momento estão sendo construidas as ensecadeiras que permitirão secar uma parte dor rio para fazer a barragem.  Também estão sendo feitas as escavações na rocha para abrir 20 quilômetros de canais que vão desviar grande parte das águas do Xingu para um reservatório artificial.  Ás águas desse reservatório artificial, contidas por dezenas de diques no meio da floresta, vão fazer funcionar as turbinas da casa de força principal.  Este momento das obras é devastador para o rio que sobre com as interferências no seu fluxo. É agora que as grandes máquinas escavadeiras revolvem a terra para construir uma espécie de passagem dentro do rio Xingu; é quando as árvores são derrubadas para dar lugar à destruição com sérias consequências para a fauna e a flora.  Outra grande interferência diz respeito ao que chamam de “bota fora” ou seja, todo o material que é escavado, terra e pedras, têm que ser depositados em algum lugar na região; o trânsito de caminhões e a poluição aumentam os riscos para aqueles que moram nas comunidades próximas. Neste momento a face da Volta Grande do Xingu está sendo alterada para sempre.

MV: A implementação do projeto, que danos realmente irao causar à população e ao meio ambiente?

TM: as autoridades do governo brasileiro dizem que construir grandes hidrelétricas na Amazônia pode gerar uma energia limpa e barata. A energia que será gerada em Belo Monte não pode ser considerada limpa porque põe em risco a vida dos povos indígenas e das populações tradicionais,  ameaça a biodiversidade e os ecossistemas. Essa energia não pode ser considerada renovável porque viola o direito à vida dos povos indígenas, das populações tradicionais e põe em risco  a biodiversidade. O trecho de 100 quilômetros chamado Volta Grande do Xingu sofrerá com a escassez da água em conseqüência de uma das barragens e isso vai levar à extinção de espécies de peixes, impedir a navegação dos ribeirinhos e indígenas, destruir a mata ciliar e criar pequenos lagos de águas estagnadas onde mosquitos e larvas de doenças como dengue e malária se multiplicarão facilmente. Os impactos começam antes das obras, com o aumento de população em busca de oportunidades, como está acontecendo com a cidade de Altamira que já perdeu a capacidade de suporte: não tem saneamento básico, água potável, faltam leitos nos hospitais, as escolas são insuficientes, os aluguéis estão altos, não há vagas nos hotéis, operários do Brasil inteiro acampam nas ruas. Depois vêm os impactos decorrentes do desmatamento, da construção dos canteiros de obras, dos alojamentos dos trabalhadores e das barragens, das escavações, da presença de operários, depredação da caça e da pesca, da violência, das doenças e da prostituição infantil. A terceira fase é a que virá depois das obras civis com o enchimento dos reservatórios, que vai liberar o gás metano que contribui com o aquecimento global e, finalmente, depois de autorizada a operação da usina, os impactos  continuarão por toda a sua vida útil e mais além, após sua desativação.

MV: Com a construção da barragem sao violados acordos de protecção do Xingu?

TM: Faltou transparência das autoridades brasileiras que tomaram a decisão de construir Belo Monte e faltou o consentimento livre, prévio e informado dos povos indígenas e a justa indenização das populações ribeirinhas que serão afetadas. As audiências públicas não foram suficientes para cumprir o papel de mostrar a verdadeira face do projeto e só serviram para que as autoridades do governo brasileiro, Ibama e as empresas responsáveis pelos estudos ambientais tivessem a oportunidade de “enfiar Belo Monte goela abaixo da sociedade” (Esta é uma expressão gentil brasileiro, na Itália, ocorre a outra – N.d.R.). A Constituição Federal do Brasil exige a consulta aos povos indígenas. Todas as Unidades de Conservação da região que sofrerá os impactos diretos e indiretos de Belo Monte serão afetadas em algum momento, pois as mudanças climáticas já estão alterando o regime de vazões dos rios da Amazônia. O Parque do Xingu está em risco assim como muitas espécies de peixes. Tantas verdades foram omitidas no processo de licenciamento de Belo Monte, que seria preciso vários volumes de um livro para contar como as autoridades brasileiras estão conseguindo criar um caos na natureza que jamais será  mitigado ou compensado.

MV: Qual é a situação atual das comunidades indias?

TM: Muito já se tem mostrado e escrito sobre os impactos não estudados sobre os povos indígenas do Xingu. O governo brasileiro e os técnicos que viabilizaram Belo Monte disseram que as terras indígenas não serão alagadas e por isso não terão impactos. Isso é uma mentira, pois os impactos serão sentidos também nas terras indígenas que estão vulneráveis às obras e suas influências. Seja pelo aumento da população migratória, seja pela especulação imobiliária, seja pela alteração do fluxo natural do rio Xingu, seja pela diminuição de espécies de peixes, da fauna, seja pelo desequilíbrio do ecossistema da região. O próprio rio Amazonas será afetado, pois o Xingu é um dos seus principais afluentes e a sua foz que fica depois do trecho da Volta Grande sofrerá grandes alterações que não foram estudadas e nem diagnosticadas nos estudos ambientais.

MV: E a posição de elis em relação ao problema?

TM: Os indígenas estão tentando entender o que está acontecendo e aquilo que os ameaça. O Ministério Público Federal brasileiro, no cumprimento do seu papel institucional, procura proteger as minonorias. No entanto o sistema judiciário brasileiro está engessado por uma postura que favorece o governo brasileiro e as grandes empresas, sob o argumento de que o Brasil precisa crescer mesmo que seja ao custo da destruição da Amazônia e a ameça à cultura dos povos indígenas. As etnias do Xingu querem e exigem que seus direitos sejam respeitados, estão em busca das informações e conhecimento dos impactos sobre suas vidas e que não lhes foi dado pelas autoridades. Os estudos ambientais foram aprovados pelo Ibama, órgão federal responsável pelo licenciamento de Belo Monte, sob grande pressão política do governo e das empresas interessada. (Ou seja, Dilma e sua banda e empresas como a Delta que financiaram sua campanha e construir Belo Monte e muitas outras coisas no Brasil). A viabilidade ambiental de Belo Monte não existe e foi duramente questionada pela sociedade no processo de licenciamento, principalmente no que diz respeito aos impactos em terras indígenas. A Licença Prévia, que é a primeira e que habilita o empreendimento para o leilão de venda de energia, contrariou o parecer dos técnicos e foi concedida por pressões políticas do governo brasileiro. Foram apontadas 40 irregularidades no projeto de Belo Monte e essas irregularidades se transformaram em condicionantes que deveriam ter sido cumpridas antes que as obras tivessem início.

MV: Os benefícios em termos de energia, o que naturalmente não há lugar em nossa visão justificar a intervenção, ainda estariam significativos?

TM: O governo adquiriu a energia de Belo Monte para os próximos  30 anos. Vai conceder um  desconto de 75% no imposto de renda para as empresas do consórcio construtor durante dez anos, além de taxas e impostos durante as obras. O BNDES, banco do governo, vai financiar a construção de Belo Monte com juros mais baixos que os de mercado; com o desconto do IR, a isenção dos impostos e o financiamento de 80% de Belo Monte por um banco público, a energia, na verdade é muito mais cara. Belo Monte vai custar tão caro e tem tantas incertezas sobre qual quantidade de energia que vai gerar,  que torna inviável sua construção e futura operação. O próprio Tribunal de Contas da União do Brasil já havia questionado os valores apresentados pelas autoridades do governo e os custos ambientais e sociais para construir Belo Monte. É  impossível contabilizar os custos de todos os impactos que destruirão aquela região do Xingu e contabilizar também os custos das medidas necessárias para corrigir os impactos que devem afetar a sobrevivência dos povos indígenas e das populações tradicionais,  como a perda do turismo, da atividade pesqueira, da cultura, dos laços sociais e familiares. Não estão sendo contabilizados também os problemas como contaminação dos poços de água, da perda da biodiversidade, de enchentes graves ou de secas piores que podem alterar para sempre os rios da região e levar à extinção da flora e da fauna.

MV: Quanto à corrupção generalizada no governo brasileiro va a influenciar a situação?

TM: O papel do Estado brasileiro é resolver as deficiências regionais  de  saúde, educação, esgoto, água, estradas , pois para isso o povo brasileiro paga impostos altíssimos. No caso de Belo Monte e de outras grandes hidrelétricas na Amazônia o que tem acontecido é que o Estado está passando essa responsabilidade para as empresas com o objetivo de obater a aprovação da sociedade. Quando as empresas se prestam a resolver essas deficiências, na verdade estão colocando adicionando nos custos do empreendimento  e o cidadão brasileiro acaba pagando duas vezes: uma quando paga seus impostos embutidos nos preços dos alimentos, eletrodomésticos ou do desconto do Imposto de Renda na fonte e outra quando o governo está ofertando uma energia mais cara para que as os interesses das empreiteiras que custeiam campanhas eleitorais milionárias façam papel dos administradores públicos e construam escolas, postos de saúde, hospitais. Mas no final  essas são promessas que não são cumpridas e os cidadãos da região pagaram duas vezes por aquilo que não receberam. As autoridades do setor elétrico brasileiro têm interesse em facilitar a construção de hidrelétricas, pois são grandes obras feitas por empresas privadas associadas a empresas estatais, financiadas com dinheiro público e que não sofrem controle e fiscalização. Não há transparência. O povo brasileiro não está ameaçado por falta de energia, não vai haver apagão. O governo brasileiro usa essa história do apagão como desculpa para construir grandes hidrelétricas que só serão importantes para grandes empresas que exploram os recursos naturais para exportar produtos que precisam ser fabricados com o uso de muita energia. As obras de grandes barragens são importantes para as grandes construtoras e fabricantes de cimento que acabam financiando campanhas eleitorais. O crescimento da economia não depende da construção de hidrelétricas e a sociedade precisa participar da escolha do modelo de desenvolvimento aproveitando este momento da Rio+20:  usando energia genuinamente limpa como eólica, fotovoltaica. Não é preciso construir usinas termelétricas a carvão e a óleo diesel se forem feitos investimentos em manutenção das linhas de transmissão, que amargam 17% de perdas, recuperação das antigas usinas hidrelétricas que já perderam sua capacidade de geração e investimentos em programas de eficiência energética e combate ao desperdício.

MV: Porque o governo brasileiro, em sua opinião, não tem sensibilidade suficiente para estar ciente destes problemas?

TM: O governo brasileiro tem e sempre teve conhecimento do problemas que aconteceram e que estão acontecendo em Belo Monte. Os operários nos canteiros de obras entraram em greve neste final de semana porque os salários são ruins, porque têm dificuldades nos alojamentos, no transporte até as obras que são distantes e de difícil acesso. Os trabalhadores reivindicam melhores condições de trabalho.

MV: Rio + 20 servirá para alguma coisa ou seran apenas palavras?

TM: Se o Brasil pretende se confirmar como liderança em energias limpas na Rio+20, deveria começar por levar e discutir com seus parceiros estratégicos propostas consistentes sobre conservação e eficiência energética, descentralização da geração e uma matriz de transportes coerente com essa postura.  Postar-se como o grande detentor da matriz mais verde do mundo é uma falácia. Um momento tão propício como esse é tudo que o mundo anseia para rever o modelo de crescimento que está levando o planeta para o ponto de onde não será possível retornar.  Belo Monte é o mais exemplo de como as autoridade o governo do Brasil mentem para o resto do mundo. Criou uma imagem que não condiz com a realidade.

MV: Além do dano local no prejuízo humano e ecológico, a barragem é um dano também para a cultura mundial? Se assim for, por quê?

TM:  O Brasil com a construção de Belo Monte é o retrato da falta de cultura. Falta de cultura no sentido de buscar um modelo de desenvolvimento baseado em energias alternativas que mantenham os recursos naturais da Amazônia e que sirva de exemplo para o resto do mundo. Belo Monte não passa de um pote no final do arco-iris, pois não existe, é irreal no propósito de suprir o Brasil de energia limpa. O Brasil hoje é um factóide e por ser um país líder na América do Sul, não está desempenhando o verdadeiro papel importante que lhe cabe: o de referência internacional em sustentabilidade.

MV: O que fazer para difundir o conhecimento sobre esta situação de exploração global (que não é apenas sobre Belo Monte, mas situações diferentes do planeta)?

TM: Isso que estamos fazendo aqui, divulgando a verdade, contrapondo as mentiras difundidas pelo governo brasileiro. Temos que insistir na transparência dos governos e na fusão de organizações internacionais voltadas para salvar o planeta Terra. Essa situação vivida em Belo Monte, na Amazônia, é um câncer que se alastrará se não mostramos a verdade.  Temos que desmistificar essa imagem de “bom moço” que o Brasil tenta passar, pois subjugar seus povos e destruir os ecossistemas não merece aprovação do resto do mundo.

MV: A FUNAI o que esta fazendo?

TM:  A Funai é um órgão do Estado brasileiro e segue o caminho que lhe é determinado pelas altas patentes do governo. A Funai não tem estrutura para arcar com todos os problemas que vêm acontecendo com as demarcações de terras dos povos indígenas, não consegue acompanhar e fiscalizar a presença devastadora de projetos que devem destruir a vida dos índios. A Funai é refém dos interesses do governo e sua ação está limitada à burocracia governamental.

MV: Qual a real è a posição da Dilma e do Governo?

TM: Dilma é retrógrada e está conduzindo o país para um apagão de inteligência. Rever as políticas energéticas adotadas nos últimos 20 anos, também seria um exercício digno de nação líder que pretende galgar o quinto lugar entre as maiores economias do mundo.  Dados comparativos mostram que a energia hidrelétrica  já ocupa uma posição secundária (inclui os países ricos já tenham esgotado seus potenciais de hidroeletricidade), mas o Brasil continua impondo um modelo como o de Belo Monte que desconsidera, por exemplo, as mudanças climáticas que já alteram o regime de águas nos rios da Amazônia.  Apresentar uma análise mais abrangente das alternativas genuinamente limpas que complementariam as usinas hidrelétricas existentes seria um bom exemplo de como começar a discussão na Rio+20.

MV: Se houver outras declarações que ele queria fazer você poderia por favor falar livremente.

TM: Querido Mauro, acho que já disse tudo!

Obrigado

São Paulo – Brasil • http://telmadmonteiro.blogspot.com

Il modo in cui Filippo incontrò la morte nei vigneti del Roero

“Quando la tigre dell’impermanenza ci ruggisce all’orecchio” (Nichiren Daishonin), ovvero quando la morte di una persona cara o un animale o qualche altro evento ci impone la riflessione sull’impermanenza è il momento in cui una grande crescita si profila all’orizzonte della nostra vita. La semplicità e l’abbandono sono probabilmente la meditazione adatta. “Il regno di Dio è già in mezzo a voi” – aveva detto un tizio ebreo che portava, si dice, capelli lunghi, aveva la carnagione scura e atteggiamenti che il regime dell’epoca seguiva con molta attenzione. Non lo riporto da cattolico, anche perché non lo sono, bensì da lettore curioso, da viaggiatore, da cercatore di poesia. Mi ha sempre affascinato profondamente l’idea che il regno di un qualche dio fosse già presente sulla terra e bastasse spostare lo sguardo o forse aprire il cuore o, più semplicemente le orecchie, per vivere profondamente, consapevoli della meraviglia che già è qui ed ora, senza dover fare niente di speciale. Magari innaffiare con del vino del pane abbrustolito con sopra un po’ d’olio d’oliva, in compagnia di una dozzina di amici, pescatori o contadini. Il racconto che segue fa parte del libro che sto preparando sul tema della Libertà e precisamente della parte che riguarda la semplicità. Ho deciso di condividerlo ora sul web poiché credo sia emblematico, in questo momento, in cui siamo costretti a pagare un prezzo troppo elevato per quello che chiamano “sviluppo”. Le cose cambiano, ed è giusto che sia così, ma ci sono molti modi per cambiare. A mio modesto parere la strada che abbiamo intrapreso da una trentina d’anni a questa parte sembra devastare molto di quanto c’era di buono e umano nelle nostre diverse culture su tutto il pianeta, lasciando in cambio sì tecnologia e comodità, la cui utilità d’altra parte è opinabile, ma anche grandi vuoti sul piano spirituale e umano. Ho riflettuto a lungo sulle esperienze mie e di amici nel corso della mia vita e sempre più sono convinto che le persone più felici, e che danno di più a se stessi e agli altri, sono quelle semplici. Quelle che fanno poco rumore, che affollano il pianeta, ma non si sentono poiché spesso anziché creare problemi li risolvono. È molto più facile accorgersi di un’aggressione che di cento atti d’amore silenziosi. È facile che persone felici siano quattro pescatori che si tengono compagnia al chiarore della luna in una notte d’estate o quattro amici che bighellonano senza meta nel mondo tra amore ed emozioni o due amanti solitari in una notte d’amore o di follia. Più cose del genere che non chissà quali incredibili feste, magari in ville o su barche scintillanti. Non ci credo proprio alla felicità del denaro, del possesso e del potere. Questo racconto invece parla di cose per me semplicissime, povere di tecnologia e straricche di umanità. Si svolge in Italia, in Piemonte. Avrò modo in altre occasioni di raccontarne altre, vissute un po’ ovunque.

Correva l’anno 1963 quando mio nonno, il padre di mia madre, stava per morire di cancro alla gola. Era un appassionato della vita, della natura, di agricoltura, del buon cibo. Una persona che, come molti, amava gustarsi la vita. E se l’era anche gustata a onor del vero. Infatti lui amava sostenere che la sua malattia era la punizione per tutte le idiozie che aveva fatto nel corso della sua non comune esistenza. Nacque in Argentina, come pure mia madre. Aveva fatto il gaucho, teneva una hacienda, con 3.000 capi di bestiame. Ho pochi ricordi di lui poiché morì quando io avevo appena 5 anni. Poco prima di morire si affaccendava nella sua azienda chimica di Torino per preparare i tessuti che avrebbe utilizzato per costruirmi una tenda da indiano…un teepee. La tenda avrebbe avuto 4 lati, ognuno con un colore diverso. Su ogni lato ci sarebbe stata una figura diversa, perché il nonno era anche un pittore, oltre che un fotografo. I disegni raffiguravano un calumet della pace, il volto di un capo indiano incorniciato da un diadema di penne, un paesaggio sconfinato, un cavallo. I simboli della libertà india, perduta. Come ora, dopo quasi 50 anni, è perduto ogni più piccolo brandello di quella tenda. Il nonno morì prima di riuscire a completarla. Ma per fortuna mio padre sapeva fare qualsiasi cosa con il legno, il cartone, i tessuti e qualsiasi altro materiale che si possa rinvenire in una discarica. Mio padre era cresciuto in Africa Orientale perché l’altro mio nonno era un ufficiale di stanza in Eritrea. L’Italia aveva perso la guerra e così papà iniziò il suo cammino verso la nuova era con un anno in campo di concentramento dove si imparano un sacco di cose. Fece poi il calzolaio, il restauratore, il falegname, il burattinaio e l’operaio. E avendo fatto anche il pittore e il disegnatore completò lui il progetto del nonno, suo suocero. Avemmo così la nostra tenda. Tutto questo avveniva nella casa in campagna che mio padre era riuscito ad acquistare negli anni sessanta con alcuni artifici finanziari e con lo sfruttamento organizzato di manodopera di diversi amici e parenti. Alcuni amici gli presentarono il proprietario di una vecchia bicocca fatiscente che si trovava sulle colline vicine all’abitato di Canale d’Alba, un paesino ridente dell’antica Contea dei Roero, in Piemonte, in quella che chiamano Provincia Granda, la più grande d’Italia. La cascina si trovava tra altre in un lungo fabbricato rurale dove c’erano altre tre famiglie. Era un caseggiato tipico delle campagne piemontesi, con un’aia antistante, dall’altra parte della quale si trovava un altro lungo caseggiato, costituito dalle stalle sovrastate da fienili. L’aia di queste tipiche costruzioni è esposta a sud ed è sempre assolata di pomeriggio, mentre dietro la casa si trova sempre, tipicamente, un boschetto di alberi da frutto, magari un giardino o un piccolo orto. Questi piccoli capolavori, prodotti nient’altro che da sana, quotidiana saggezza popolare, oggi sono di moda e valgono una fortuna, ma allora chi andasse a comprare o anche solo a soggiornare in posti così era considerato uno con strane idee.

Il territorio era collinoso, coperto di boschi e di vigne sui declivi e di frutteti e campi coltivati a fondo valle. I paesaggi erano costellati di fabbricati rurali sparsi qua e là e immersi in un silenzio rotto solo ed esclusivamente dal muggire delle mucche affamate all’ora di pranzo e cena, dai cinguettii, dall’abbaiare lontano di un cane, dal cigolare delle ruote di qualche carro di passaggio, dal raglio di un asino. Sì, proprio di un unico asino, quello di proprietà del vecchio Malin. Entrambi, l’asino e Malin, erano conosciuti in tutta la zona. L’asino per il raglio e Malin per il suo stile di vita totalmente grunge e per il suo amore per il vino. Un altro suono che rompeva il silenzio era il vociare ovattato proveniente da gruppi di persone nei campi o nei pressi di qualche casolare. La materia di cui era fatto quel posto solo a un attento esame era distinguibile da quella di cui sono fatti i sogni. Ma per noi bambini non faceva differenza alcuna, svegli o addormentati, non cambiava assolutamente nulla. C’erano sempre territori da esplorare, boschi interminabili da penetrare, liane per dondolare, fate con cui parlare, adulti da cui fuggire. I miei genitori avevano molti amici, ognuno con la sua specializzazione in qualcosa, ed ecco che la stamberga ben presto si trasformò in albergo, con gente che andava e veniva, per i lavori o per vacanza o per diletto. Non fu un’impresa facile. La casa era veramente totalmente abbandonata da anni. Il problema non era tanto lo stato delle pareti ammuffite e delle macerie che vi si trovavano qua e là e nemmeno la “selva selvaggia” che si trovava sul retro della casa. Il problema era il grosso fico che cresceva in cantina, vicino alla montagna di rifiuti, e che nei decenni era cresciuto così tanto da dover uscire dalla finestra per andare a cercare un po’ d’aria fresca lontano da quell’insopportabile disordine.

Come dicevo, vicino a questa casa ce n’erano altre. In particolare se ne trovavano una alla sua destra e due alla sua sinistra abitate dalla popolazione del luogo. In quella alla sua destra ci stava Gundu, un uomo con moglie e cinque figli, così amato dal vino da non esserne mai abbandonato, neanche per un giorno. In quelle a sinistra abitavano Pasqualina e Filippo che avevano un figlio che si chiamava Mario e Tunin e Teresa con i due figli, Beppe e Francesco. Poi, sparse sulle colline vicine, si trovavano altre cascine abitate da altri personaggi interessanti. Dico “si trovavano”, ma si trovano ancora solo che raccontare queste cose (avvenute decenni o millenni fa?) si sviluppa nella mia mente una sorta di effetto “C’era una volta” che mi provoca una sensazione di leggera commozione mista a divertita incredulità. Ovvero: sto parlando della mia vita o di quella di un altro? Sì perché il mondo di allora era veramente tanto, tanto diverso da quello odierno. Non migliore o peggiore, solo sorprendentemente diverso. Quaranta anni fa, questi luoghi non erano certo una meta turistica e nemmeno enogastronomica, erano semplicemente delle campagne, abbastanza popolate e intensamente vissute dalla gente del luogo, che vedevano l’approssimarsi del crepuscolo di una cultura antica, che aveva le sue radici nella notte dei tempi, una cultura che definirei umana con tutte le sue implicazioni, sia positive che negative. La gente del luogo parlava a fatica l’italiano, anche perché la televisione non era ancora entrata in quelle abitazioni, parlava invece un dialetto della lingua piemontese diverso da quello che si parla a Torino. Nessuno di costoro disponeva di un’auto, i più attrezzati potevano avere di un motorino 125cc. e gli aratri erano trainati dai buoi. Si trattava di un’economia agricola, poco o nulla servita dalla tecnologia, e fortemente micronizzata, tutta spezzettata, per via delle caratteristiche del territorio, in piccoli appezzamenti a conduzione quasi esclusivamente familiare.

Da bambino amavo frequentare i vecchi contadini accompagnandoli nei campi e nelle vigne. E questi uomini, pur nella loro grettezza, a me parevano di una saggezza infinita. Forse erano solo impegnati a delimitare e coltivare la loro terra per sopravvivere in condizioni che oggi sarebbero durissime anche per un contadino odierno, ma a me sembravano, in qualche modo, consapevoli dell’armonia con la quale erano legati alla terra e agli animali. Come il vecchio Tunin, per esempio: un uomo piccolo, magro e forte, con una tristezza dolce nello sguardo. D’estate, di pomeriggio, l’aia scoppiava di sole e di caldo ed io, dopo mangiato sonnecchiavo nella mia camera da letto al piano superiore, fresca per via delle vecchie pareti spesse quasi un metro. A un certo punto sentivo i suoi passi nell’aia. Usciva di casa e andava a sedersi su un ceppo all’ombra del fienile e iniziava a battere con un martello sulla lama della falce per affilarla. Lo faceva per una o due ore e invece di disturbare, quel suono legnoso e metallico insieme risultava ipnotico, facendo cadere addormentati come angioletti me , mia sorella e i miei cugini. Tunin parlava ai vitelli come se fossero stati dei bambini, e ai buoi che tiravano il suo carro come a dei compagni di lavoro. Sembrava un vecchio cowboy con la barba ispida. Teneva molto a un gattino a cui aveva messo intorno al collo un nastro blu con un campanellino. Un giorno giocammo con quel gattino fino a buttarlo giù dal balcone rompendogli una zampina, lui voleva ucciderci a bastonate. Ci costrinsero ad andare a chiedergli scusa. Eravamo terrorizzati, brandiva un vecchio bastone dalla cima delle scale di casa sua, fu come una visione mitologica. Dopo quella volta non feci più brutti scherzi agli animali, mai più.

Una volta ci avventurammo verso alcune zone inesplorate allontanandoci parecchio da casa. Il manipolo era costituito da me, mia sorella e i nostri due cugini. Dopo molto camminare, impediti dai cestini della merenda, giungemmo ai piedi di una collina bassa e coltivata a frutteto. Dietro il frutteto, al di là di un largo fosso, si trovava un campo arato con al centro una piccola costruzione di legno, una di quelle baracche che servono ai contadini per tenere gli attrezzi e per trovare un po’ di ombra quando il sole di luglio diventa esageratamente spietato. Decidemmo di attraversare il fosso e di affrontare la salita tra le enormi zolle chiare inaridite dal sole e raggiungere la baracca, che avrebbe potuto costituire un importante testa di ponte per successive esplorazioni. Conscio della mia posizione di capo e anziano del gruppo convinsi gli altri tre a superare la prova del passaggio sul piccolo corso d’acqua nel fosso, promettendo un aiuto concreto. Così mi posizionai con le gambe divaricate, con un piede su ognuno degli argini per aiutare i più piccoli a superare goffamente l’ostacolo. Una volta dall’altra parte cominciammo a salire faticosamente sotto il sole affondando fino al ginocchio nella terra arata per raggiungere la baracca. Una faticaccia bestiale giustificata solo dall’importanza della nostra missione, quella di prendere possesso del presidio. Nulla poteva farci presagire che proprio da lì sarebbe arrivato il pericolo.

Fu come un fulmine a ciel sereno. Da un’apertura nella piccola costruzione comparve un essere gigantesco, alto forse due metri. Brandiva un bastone nella mano destra con il quale batteva su una vecchia pentola che reggeva con la sinistra producendo un fragore spaventoso.  Capimmo subito di chi o cosa si trattasse (e sono sicuro che lo facemmo tutti e quattro, anche senza consultarci), senza ombra di dubbio ci eravamo imbattuti in uno di quei personaggi che non si vorrebbero mai e poi mai incontrare, né nella vita quotidiana, né nei sogni, né nelle fiabe. Ci trovavamo sicuramente al cospetto di un Orco.

Per un attimo la scenografia magistrale (il campo arato, la baracca, noi quattro, il fosso, il frutteto alle spalle, la collina, l’Orco, il bastone, la pentola) ci apparve al rallentatore, forse con lo scopo di rimanere impressa nelle nostre menti per molti decenni, immersa in un silenzio totale e innaturale. Quando le sinapsi, dopo pochi istanti, ripresero le loro normali funzioni ci accorgemmo che il fragore prodotto dal bastone contro la pentola era accompagnato dalla voce dell’Orco: “Assssasssssiniiiii!!!” gridava, “Assssassssiiiiniiii!!!” e lo ripeteva più volte, in continuazione, dando un’enfasi teatrale e drammatica al suono della sua voce. Immaginai subito che probabilmente l’Orco era furibondo perché quel campo arato doveva essere pieno di semi che, con ogni probabilità, ci aveva messo lui stesso. Qualcuno, che non eravamo noi, ma dentro di noi, organizzò rapidamente la fuga. Girammo tutti e quattro su noi stessi e cercammo di correre. I piedi affondavano nelle zolle arate rendendo la “corsa” lentissima e pastosa, come nei sogni, quando stai scappando e ogni passo diventa uno sforzo inenarrabile.

Fu quando raggiungemmo il fosso che entrai in contatto per la prima volta con la consapevolezza che ogni limite può essere superato da capacità nascoste che si manifestano di solito quando abbiamo le spalle al muro. Successe esattamente quando vidi mio cugino, alto meno di un metro e goffo come un fagiolo, in posa plastica a mezz’aria sopra il ruscello. L’aiuto di cui aveva avuto bisogno pochi minuti prima era diventato un obsoleto e lontano ricordo. Ora era interessato solo ed esclusivamente alla fuga, a qualunque costo. Ci sentimmo al sicuro solo quando fummo nuovamente nel giardino di casa. Da allora, ancora oggi che ho diversi decenni, tutte le volte che passeggio per la campagna cammino sul bordo dei campi arati, non si sa mai.

Un giorno comparve un tesoro. Non ne ricordo la provenienza. Ricordo solo che avevamo trovato da qualche parte un cofanetto antico, di quelli da pirata, con le borchie. L’avevamo riempito con diversi sassi dipinti d’oro e d’argento dando fondo a dei colori da modellismo di mio padre. Presto divenne l’oggetto di culto al centro delle nostre più maniacali attenzioni. Naturalmente i custodi di questa meraviglia eravamo io e il mio amico Mike (Michele in realtà, ma lo chiamavano così perché era nato in Australia, dove i suoi genitori erano emigrati nel vano tentativo di trovare maggior fortuna). Mike era un bambino di una simpatia, di un intelligenza, di una forza e di una saggezza non comuni e viveva con i genitori e le quattro sorelline in una miseria della quale io allora non riuscivo a rendermi bene conto. Nel periodo estivo di quattro mesi che trascorrevo in campagna eravamo inseparabili e credo che nemmeno lui si sia mai reso conto che io avevo dei giocattoli, mentre loro non avevano niente. Giocavamo e basta. Fu con lui che feci le prime risate, quelle serie, che ti fanno male gli addominali. Adesso Mike fa l’impresario edile.

Un estate quel tesoro era diventato il fulcro di tutte le nostre attività. Noi ne eravamo i padroni e né le bambine né quel fagotto di mio cugino piccolo potevano toccarlo. Era diventata un’ossessione. Lo seppellivamo qua e là e un giorno a fine estate lo nascondemmo così bene che nessuno ne seppe mai più nulla. Dove sia finito quel tesoro nessuno lo sa. L’ho cercato per anni. I primi tempi nel prato, poi tra le frasche. In seguito lo cercai nei sogni e nelle avventure e solo nei miei viaggi in giro per il mondo capii che solo altri bambini potevano saperne qualcosa, ma mai e poi mai mi avrebbero rivelato nulla. Sono tranquillo solo perché ora so che si trova senza dubbio al sicuro e nessuno potrà mai portarlo via. Qualora qualcuno dovesse poi rinvenirlo penserebbe che sono solo quattro sassi senza valore.

Ma l’apoteosi di quella vita era l’immersione totale in una natura che allora poteva ancora a pieno titolo considerarsi selvaggia. Non era l’Africa, ma i silenzi assolati e roventi tra i declivi incolti pieni di insetti e farfalle strane costruivano un mondo di cui si percepiva la provenienza arcaica e aliena. Credo che nessuno di noi avesse alcun dubbio di trovarsi esattamente al centro dell’universo e di essere eterno. Penetrare nei boschi era un rituale magico al quale sarebbe stato impossibile sottrarsi. Così come era un rituale appendersi alle liane dei boschi collinari e lanciarsi verso il vuoto, da una pianta all’altra. Eravamo dei, o forse folletti e fate. E anche se forse nessuno dei miei compagni e delle mie compagne di allora abbia un legame così maniacale con i ricordi e con l’eternità, credo che tutti abbiano racchiuso quelle sensazioni in uno scrigno interiore inespugnabile. Anche l’impresario, e anche mio cugino che adesso dirige un centro commerciale. L’orgasmo spirituale di quei giorni senza inizio né fine era seguito di solito dall’esperienza della Pace. Che non è, come si crede, l’assenza della guerra, ma la presenza dell’Amore. Questa esperienza iniziava al crepuscolo, dove in una luce chiara e immobile, il silenzio diventava, se possibile, ancora più intenso. Si potevano ascoltare delle voci dall’altra parte della vallata. Si poteva sentire il mugolare sommesso di un cane di chissà quale cascina. Si poteva percepire il fruscio delle fronde di un bosco a un chilometro di distanza. Gli insetti diurni andavano a nanna per lasciare il posto al canto di grilli antichissimi, mentre alcuni gatti cominciavano a gironzolare assonnati. Passeri, rondini e altri uccelli cedevano il passo a gufi e civette.

In alcuni istanti il silenzio totale.

Ed era nel silenzio totale che a un certo punto sentivamo lontano il Canto delle Madri. Erano le nostre mamme che dalla cascina ci chiamavano: La cena era pronta. Nient’altro che la cena pronta. Ma quel richiamo, in quella scenografia cosmica, ci sembrava un canto di richiamo alle origini. Il ricordarci che c’era la materia, la terra, la madre, la famiglia, l’Amore.

Era come se avessero cominciato a tirare e arrotolare i cordoni ombelicali con tutti noi attaccati a lasciarci trasportare di nuovo nel ventre, nel caldo….nella sicurezza, nell’eternità degli affetti.

Dopo la cena si giocava ancora nell’aia. Si faceva qualsiasi cosa, pur di continuare a vivere intensamente, a prolungare quella meraviglia. Si guardavano le stelle nel buio limpido e sembravano molte, molte di più di quante sarebbe stato ragionevole aspettarsene. Era così che iniziai a sentire un suono dal profondo, il Canto Antico……

C’erano altri personaggi divertenti come Natalino, un bambino che abitava in un gruppo di cascine vicine, sempre a piedi nudi e che sembrava uscito da un dipinto dell’800 piemontese. Nella casa adiacente alla nostra abitavano Pasqualina e Filippo. Pasqualina non era quella della torta, ma si chiamava così perché era nata a Pasqua. Indovinate un po’ quand’era nato Natalino. Pasqualina era per noi come una vecchia sciamana. Certo allora noi, io, mia sorella e i miei cugini, non sapevamo affatto cosa fossero gli sciamani, ma quando lo scoprimmo, molti anni più tardi, capimmo che quello che ci sembrava a volte essere quell’anziana signora era appunto una sciamana. Sì, perché faceva cose strane. Ad esempio quando cominciava a piovere e il tempo sembrava così minaccioso da grandinare o comunque da rovinare i raccolti accendeva una candela, poi dava fuoco a un ramo d’ulivo e lo gettava dal limitare della soglia di casa sua in mezzo all’aia. Talvolta venivano delle signore da altre vallate vicine perché avevano il figlio malato e lei andava nell’orto sul retro della casa a prendere un’erba curativa che solo lei aveva. Pasqualina e Teresa, l’altra vecchia, ci raccontavano poi strane storie su quel posto. Dovete sapere che gli agglomerati abitativi rurali del Piemonte, ma anche di altre zone di tutta Europa avevano una caratteristica oggi quasi del tutto perduta: all’ingresso dell’aia tra le abitazioni e le stalle si trovava una pozza d’acqua di una certa dimensione attorniata da alberi che, nella maggior parte dei casi, erano degli olmi. Le origini di questa tradizione si perdono nella notte dei tempi e i contadini sostenevano che l’acqua fosse lì per lavare gli attrezzi, ma sembra invece che lo scopo originario fosse rituale e la presenza della polla d’acqua forma di utero simbolica*. Sulla cima degli olmi a volte, molti, molti anni or sono, si vedevano ogni tanto due eteree figure di vecchie, forse due masche, che sferruzzando, chiacchieravano amabilmente aspettando l’imbrunire. Questo ci raccontavano le due vecchiette.

Filippo, il marito di Pasqualina, era uno dei personaggi più fortemente caratterizzati. Io lo ricordo come un gigante, anche se in realtà non era tanto alto. Sicuramente era piuttosto massiccio e se dovessi ricordare delle calzature ai suoi piedi direi che fossero grossi stivaloni. Apparentemente con noi bambini era uno dei meno affabili, sempre arrabbiato per qualcosa. O spargevamo la sabbia, o spaventavamo le galline, o facevamo troppo casino in generale. C’era sempre qualcosa che non andava e lui si arrabbiava. Dopo un po’ di tempo avevamo però capito chiaramente che non avrebbe mai potuto davvero costituire un pericolo per noi. Era dotato di una forza non comune. E la leggenda vuole che avesse estirpato da un prato un melo centenario, ormai troppo vecchio, con la sola forza delle braccia. Aveva anche dei momenti, non rari, di autentica poesia, che rasentavano il filosofico e, a volte, un mistico non-sense. Come quella volta, nel luglio del 1969, in cui gli comunicammo che due uomini erano sbarcati sulla luna e lui ci guardò con un’espressione che era un misto di incredulità e pietà nei nostri confronti. Poi scoppio a ridere, un po’ seccato di dover frequentare per forza persone con simili idee, incapaci di comprendere la reale natura della Luna, che serve a capire quando è ora di seminare o di procedere al raccolto.

La Luna per lui era una cosa da sentire, da guardare, da leggere, non da andarci sopra. Per lui la Luna era uno strumento di lavoro…Ma che? Stiamo scherzando?!

Ricordo che una volta, non so per quale ragione, fece un breve viaggio di piacere insieme alla sua consorte, Pasqualina, in quel di Venezia. Quando gli chiedemmo se gli fosse piaciuto si mostrò molto contrariato per il fatto che non c’era neanche un fazzoletto di terra per piantare due pomodori. Spesso il pomeriggio, dopo mangiato, prendeva un sacco di juta grezza e andava a sedersi sotto un nocciolo del suo prato vicino alla casa e io ogni tanto andavo lì a fargli visita. Mi sedevo vicino a lui ed era lì che diventava filosofo, raccontandomi un sacco di cose che mi sembravano interessantissime e intriganti. Ad esempio scoprii che dire grano non vuol dire nulla perché ne esistono centinaia di varietà. Scoprii che arare non è arare, ma è un’arte antichissima che, come ad esempio lo yoga, si esprime nelle posture del corpo e nel rapporto con la terra e l’animale che trascina lo strumento. Come pure gettare i semi non è gettare, ma eseguire movimenti con il braccio e con la mano, come i mudra indiani, che cambiano sempre a seconda del tipo di seme, del tipo di terra e dell’effetto che si vorrà ottenere. Parlava del vino come di una persona. Potrei dire, anche se lui non lo sapeva e se forse andava a messa solo perché nei paesi è una cosa che si deve fare, che parlava del vino veramente come se parlasse del “sangue di Cristo”.

Mi parevano cose affascinati e chi se ne frega se non sapeva nulla della Luna e di Venezia. Quell’uomo aveva un rapporto con la natura e con la terra che mi pareva sublime. Non faceva il contadino perché non aveva altre possibilità o perché il destino ce lo aveva messo. Faceva il contadino perché amava fare l’amore con la terra. O almeno questo è quello che mi sembra se ripenso alla sua figura.

Alcuni anni più tardi si presentò per lui l’ora della morte, come del resto si avvicinava o era già arrivata per molti altri vecchi della zona. Ma per lui non fu un incontro qualunque, fu un incontro un po’ speciale, sempre che possa essere speciale un incontro che è già speciale per chiunque. Si era in settembre e l’ora della vendemmia si avvicinava velocemente, prospettandosi anche un buon raccolto, visto che il tempo quell’anno era stato, bontà sua, amico. Filippo venne colpito dalla polmonite. E non erano per lui più gli anni del vigore in cui trattava i virus e i batteri come bruscolini. L’autunno era umido e la polmonite riuscì a piegarlo. Ma si avvicinava la vendemmia e tutti speravano che guarisse e lo sperava soprattutto lui per primo, perché non poteva permettere che altri facessero il suo lavoro visto che era un capofamiglia e con quel lavoro dava da mangiare a una moglie e un figlio.

Quasi tutti gli anni, com’è d’uso fare da quelle parti, anche noi davamo una mano a vendemmiare. È un’usanza antica di solidarietà che ha funzioni molto pratiche. Quando c’è un raccolto importante, di grano, di mais o di uva tutti gli abitanti di una zona andavano insieme a raccogliere nel campo o nella vigna di una delle famiglie e così via a turno fino a portare a termine il raccolto di ognuno. Avveniva anche per altri lavori agricoli come la trebbiatura o altre cose simili. Il proprietario del terreno in cambio offriva da mangiare e bere a tutta la comunità. Si passano così giornate e nottate magiche interminabili che ricordavano quanto fosse incredibile la sensazione di essere un uomo fra gli uomini e una donna tra le donne, quando l’uomo non conosceva la solitudine per mancanza d’amore, ma solo quella della meditazione e del totale abbandono alla natura.

Filippo non guariva. Anche il dottore gli aveva detto di non fare sciocchezze e di stare a letto. Mia madre intanto aveva organizzato una grande festa invitando decine e decine di amici da Torino per dare una mano agli altri a vendemmiare. Ma Filippo volle alzarsi lo stesso perché diceva di stare un pochino meglio anche se Pasqualina era preoccupata. La sera era di nuovo piegato. Il giorno dopo però voleva andare di nuovo nella vigna a raccogliere la sua uva, perché se c’è chi in campo ci vuole scendere, c’è anche chi sul campo ci vuole crepare, come fanno di solito i guerrieri. Così la polmonite si arrabbiò, perché non poteva permettere che un vecchio, soltanto un vecchio, potesse essere più forte di lei e pensò così di chiedere aiuto a una sua amica: la signora Morte.

Ma non era ancora la sua ora, la morte tardava ad arrivare e Filippo non se ne voleva andare dalla vigna. Così la polmonite lo obbligò a vendemmiare in ginocchio. Sì, proprio così, in ginocchio. Il vecchio non ce la faceva più a stare in piedi e, testone com’era, non voleva saperne di tornare in casa, ma voleva portare a termine il raccolto a qualunque costo. Così si spostava a fatica di un metro e vendemmiava, di un altro metro e continuava.

Intanto cominciavano ad arrivare gli amici da Torino e poi dalle abitazioni circostanti per dargli una mano e con essi finalmente arrivò, anche se molto discretamente, la morte. In un primo tempo lei si limitò a guardarlo, tra i filari delle viti e molto probabilmente lui non la vide, ma sicuramente sentì la sua presenza. Sentì che era arrivata e così si fece trasportare da due uomini fino a casa dove si sdraiò nel letto ad aspettarla. Una vecchia credenza racconta che la civetta va a posarsi e a cantare sul balcone o sul davanzale di una casa dove quella notte morirà qualcuno. È solo una credenza, ma quella notte io sentii (assicuro che non è un espediente letterario) cantare la civetta. Allora non ero più un bambino e la cosa non mi spaventò, ma mi colpì profondamente.

Il giorno dopo Filippo era morto e la sua casa e quelle intorno e le vigne erano piene di gente e in due giorni finimmo la vendemmia. Si fece una grande festa per celebrare Filippo e il Suo Vino, Filippo che era morto da guerriero testone in ginocchio davanti ai frutti del suo duro lavoro. Con la stessa semplicità da contadino con cui era sempre vissuto. Per me una semplicità da Maestro.

Note

*James Frazer – Il Ramo d’Oro – Boringhieri Editore

La galleria che segue illustra il tempio, ovviamente non di Filippo che non c’è più, ma del nostro amico Franco, sacerdote di-vino che non vuole essere fotografato. È un degno discendente di Filippo, un sopravvissuto che fa il vino e produce un nettare meraviglioso con uve Nebbiolo che non può chiamare Nebbiolo per non essere massacrato dalle imposte e che così può vendere a prezzi molto popolari. A chi lascerà la sapienza dei suoi rituali millenari? Ci piace pensare che non tutto sia perduto e che esista ancora la possibilità di riscatto per il popolo della bassa velocità e della profondità.

Ultimi paradisi: Maranhao

Il Maranhao è uno stato del Brasile facente parte della zona conosciuta come Nordeste. Si tratta però dello stato più occidentale di essa e confina a ovest con il Parà il quale a sua volta confina a ovest con Amazonas. Il Maranhao, pur essendo piuttosto lontano quindi dall’Amazzonia è anche conosciuto come Porta dell’Amazzonia poiché la sua capitale São Luiz era il porto più importante dal quale partivano le merci che venivano inviate in Europa dalle ricche foreste dell’interno e dove giungevano gli schiavi dall’Africa.

São Luiz è una città enormemente sviluppata, ma il cui centro storico coloniale ha mantenuto le sue caratteristiche culturali e architettoniche. Sia São Luiz che tutto il Maranhao sono relativamente sconosciuti, per fortuna, dal turismo di massa. L’unica zona che purtroppo comincia ad essere presa d’assalto da camion e jeep di turisti-napalm è quella del Lençois maranhense. Un area desertica meravigliosa caratterizzata da dune di sabbia, lagune, laghi colorati di acqua dolce. È un paradiso straordinario, in parte preda di turisti ad alta velocità con Toyota a terra e motoscafi nelle lagune, ma che avendo ancora aree difficilmente accessibili è salvaguardato dalle aggressioni di massa. È ancora molto possibile vivere a bassa velocità su carretti trainati dai buoi e con barchette a remi. Quello che rende il posto straordinario sono i paesaggi e la fauna selvaggi. Ma anche e soprattutto il suo popolo, fatto in gran parte di persone consapevoli del paradiso in cui vivono e che non hanno nessuna intenzione di emigrare. Nel Maranhao si può ancora respirare, per fortuna, un’atmosfera arcaica e autentica. La zona che abbiamo conosciuto noi finora, e nella quale torniamo spesso e volentieri, è quella della costa, sia a ovest che a est di São Luiz, oltre naturalmente la città stessa. I piccoli paesi costieri o nell’interno sono caratterizzati da una vita rurale e tranquilla. Purtroppo, ma questo è un argomento che affronteremo in altre occasioni e in altro modo, anche in questi piccoli centri si stanno diffondendo droghe devastanti e a prezzi stracciati. Persino gli indios stanno iniziando a fare uso di crack, che è un intruglio chimico devastante che ovviamente non ha niente a che vedere con le droghe sacre e naturali utilizzate da loro in passato.

Cominciamo un primo viaggio visuale da Sao Luiz per passare poi dall’area desertica del Lençois Maranhensis a est e successivamente alla costa a ovest della capitale, passando prima per la mitica città di Alcantara. Architetture, volti, paesaggi e animali, persone e personaggi, ma soprattutto una profondità da salvaguardare e proteggere. Cosa tutt’altro che facile e scontata visto che i destini dei Paradisi in terra sono spesso nelle mani di capitalisti interessati solo a fare altri soldi, corrotti e senza scrupoli, qui come in Italia, come ovunque.

Il Maranhao è un luogo ancora molto autentico. Noi organizziamo viaggi in Brasile, incluso il Maranhao. Per il tour “on the road” descritto in questo pezzo consigliamo almeno 15 gg. Per preventivi scrivermi a mauro.villone@libero.it. Indicativamente, escluso il volo dall’Europa, calcolare 150/200 € a persona al giorno.

VIVISEZIONE, LAV: LE RAGIONI DEL NO

© LAV marzo 2012 – www.lav.it

L’86,3% degli italiani è contrario alla vivisezione secondo il Rapporto Eurispes 2012, eppure in tanti continuano a pensare che la sperimentazione animale sia una pratica orribile ma utile. In realtà, le evidenze che mostrano la crudeltà e l’insensatezza della sperimentazione animale sono copiose ed eclatanti. La vivisezione è un business che rallenta la ricerca e sperpera soldi a spese della salute dei pazienti.

Basti pensare che il numero dei lobbisti farmaceutici supera quello dei ricercatori e la quota economica investita per operazioni di marketing e comunicazione è maggiore di quella versata per la ricerca; considerazioni che fanno ben comprendere come la salute della gente non sia il bene primario, ma un campo in cui investire per rendere dipendenti da farmaci e composti chimici intere popolazioni invece di sostenere campagne di prevenzione e informazione.

Inaffidabilità del modello animale ed effetti avversi dei farmaci

Le altre specie non possono essere da modello per l’uomo, a causa delle differenze genetiche, fisiologiche, anatomiche, risposta immunitaria e comportamentale: un’ovvietà che chiunque guardi un bambino e un ratto ha ben presente, ma che fatica ad essere visibile per i molti ricercatori che credono nell’utilità della sperimentazione. Ma anche volendo dargli ragione, per assurdo, solo un attimo, sarebbe morale far testare a cavie umane sostanze non sicure che possono dare gravi effetti avversi precedentemente non diagnosticabili sugli animali? Effetti avversi, purtroppo, comuni come dimostrano le stime pubblicate dall’Ufficio dei consumatori nell’Ue (Beuc): “sono circa 197mila gli europei che muoiono ogni anno a causa di reazioni indesiderate dei farmaci, ossia la quinta causa di morte negli ospedali”.

La sperimentazione tra diverse specie è uguale qualitativamente, cioè agisce sullo stesso tessuto o bersaglio ma non lo è quantitativamente, quindi le dosi sono totalmente diverse anche intra-specie, infatti differiscono tra adulto e bambino e addirittura tra donna e uomo. In ambito pediatrico, le dosi per i bambini non sono sufficientemente controllate e su questo vige un omertoso silenzio che fa sopravvivere lo stereotipo che la vivisezione sia necessaria. E’ noto che il 90% dei farmaci non supera le prove cliniche (test su volontari), mostrando effetti avversi che sulle prove precliniche (su animali) non erano stati rilevati.

Però a volte sfuggono notizie allarmanti che fanno capire quali scandali tutelino le lobby vivisettorie; in Argentina, infatti, la giustizia ha confermato di aver imposto una multa di un milione di pesos (circa 180.000 euro) al laboratorio USA Glaxo Smith Kline (GSK) e a due suoi medici per gli esperimenti clinici effettuati  tra il 2007 ed il 2008, in tre città del nord ovest del Paese dove facevano esperimenti sui neonati di famiglie povere. Test che sono costati la vita a 14 piccoli. Secondo “La Nacion”, inoltre, la Administración Nacional de Alimentos, Medicamentos y tecnología (Anmat), che dipende dal Ministero della Salute della Nazione, all’epoca dei decessi dichiarò l’esistenza di irregolarità durante la sperimentazione del vaccino sui neonati, come  la mancanza di documentazione di cartelle cliniche per la somministrazione di farmaci, la violazione dei controlli di sicurezza e alcune irregolarità nelle autorizzazioni per i bambini.

Vengono costantemente ritirati farmaci dal commercio, come nel caso del Nopron, sciroppo pediatrico usato come antistaminico, accusato di effetti dannosi per la salute dei bambini.

Oltre a casi di morte e malattie invalidanti esistono numerosi effetti collaterali come capogiri, emicrania, spossatezza,nausea che l’animale non può comunicare e nonostante questo, si procede con la sperimentazione clinica.

“Una vera e propria strage, con 40mila vittime l’anno, provocata dalle reazioni avverse ai farmaci (Adverse Drugs Reactions, ADRs), le cui principali vittime sono gli anziani, maggiori fruitori di terapie farmacologiche” come denuncia il centro studi Sic ‘Sanità in cifre’ di FederAnziani, sulla base di 95 studi pubblicati negli USA e dopo aver comparato i numeri americani, sia demografici che economici, con la popolazione e i costi sanitari italiani. Le reazioni avverse, secondo l’analisi fornita dal Sic, “costano un surplus di 1.752.000 giornate di degenza, di 3,4 mln di visite in pronto soccorso, e lo stratosferico numero di 23 milioni di prestazioni medico-sanitarie non necessarie, oltre a 630.000 giorni di prolungamento del tempo di degenza che potevano essere evitati. Un fenomeno che porta, sempre secondo il rapporto demografia e costi tra Italia e America, ad una stima di 10 miliardi di euro di costo in più alla collettività”.

Per l’Italia il quadro non è più rassicurante, infatti, nel 2009 il numero totale di reazioni avverse agli antibiotici è stato pari a 1643, contro le 1303 del 2008; secondo le stime riportate dall’Ufficio dei consumatori nell’Ue (Beuc), “sono circa 197mila gli europei che muoiono ogni anno a causa di reazioni indesiderate dei farmaci; ossia la quinta causa di morte negli ospedali”.

Chi ha interesse a farci ammalare

Le speculazioni sono così alte che è interesse non farci guarire, ma farci ammalare. Se diventassimo un popolo sano, culturalmente conscio di una corretta alimentazione e stile di vita, chi veicola gli interessi sulla sperimentazione animale perderebbe il loro maggior cliente.

Basti pensare all’aumento dell’incidenza di diabete che nel nostro Paese affligge oltre 3,5 milioni di persone, una malattia che nella maggior parte dei casi è dovuta a sovraccarichi nutrizionali di prodotti  raffinati e industriali e/o mancanza di attività fisica. Questa “epidemia” costa al nostro Servizio sanitario nazionale circa 10 miliardi di euro l’anno: il 7% della spesa è dato dai farmaci, mentre il resto è costituito dalla spesa per i ricoveri ospedalieri (68%) e per il trattamento delle complicanze (25%). Sulla stessa linea le statistiche legate all’obesità: secondo un recente studio condotto dalla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, gli adulti italiani obesi ammontano a poco meno di 5 milioni (il 10% della popolazione), per un costo sociale annuo pari a 8,3 miliardi di euro (circa il 6,7% della spesa pubblica). Un costo destinato a lievitare, perché nel 2025 il tasso di obesità potrebbe salire addirittura al 43%, che tradotto in “teste” significa 20 milioni di italiani. In un mondo che si lamenta di mancanza di fondi per la ricerca forse sarebbe più utile investire in campagne di informazione per la salute dei cittadini ed eliminare queste onerose spese salvando e migliorando la vita di milioni di persone. Invece, gli studi sull’obesità che cercano di trovare formulazioni magiche contro il grasso, condotte su topi e ratti, sono all’ordine del giorno.

Numerosi fattori influenzano la risposta individuale ai farmaci

Le terapie farmacologiche non hanno gli stessi effetti terapeutici sui pazienti: se si somministra un principio attivo ad un gruppo omogeneo di persone con la stessa diagnosi, la risposta è variabile; ciò è dovuto alla risposta individuale che dipende da vari fattori come età, sesso, peso, stile di vita, malattie ed esposizione ai farmaci: principio che sta alla base della farmacogenetica. Il farmaco è una sostanza estranea nell’organismo che viene eliminata a seguito di modificazioni di enzimi che sono il prodotto diretto dei geni; una differenza genetica tra due individui della stessa specie è in grado di far variare la quantità o la funzionalità di questi enzimi nella reazione a cascata che scatena il farmaco, influenzando, di conseguenza, la sua efficacia e funzionalità. Tali considerazioni rendono, ancora più evidente, come utilizzare un modello sperimentale basato su cani, scimmie o addirittura topi, porti solo a dati inconsistenti e inutilizzabili.

Basti pensare che un recente studio della Standford University rivela che le donne soffrono circa il 20 per cento in più rispetto agli uomini, situazione connessa al ruolo degli ormoni e che i medicinali attualmente in uso sono testati su animali maschi (in un rapporto di 4 a 1 con le femmine).

Noi, cavie inconsapevoli

Ma chi paga le conseguenze di questo processo malato? Sicuramente gli animali, ma anche gli uomini che diventano cavie inconsapevoli. La fascia di popolazione più povera si offre per sperimentare i nuovi farmaci in fase1 (la più pericolosa) dietro compenso; le industrie farmaceutiche pagano i volontari per sottoporsi alla somministrazione di nuovi composti, creando un mercato di persone in difficoltà economiche che mettono a repentaglio la loro vita sottoponendosi a molecole pericolose testate precedentemente solo su animali i cui affetti avversi sull’uomo non sono stati diagnosticati e le modalità di reclutamento sono tutt’altro che trasparenti. I volontari, spesso immigrati e studenti, dovrebbero essere informati sui rischi legati al test, ma i moduli che devono compilare contengono termini tecnici e giuridici di difficile comprensione, lasciando il volontario all’oscuro dei rischi legati alla sperimentazione. A conferma del trend in atto, dal 1995 al 2005 è raddoppiato il numero di trial clinici svolti all’estero, infatti le più importanti case farmaceutiche statunitensi stanno spostando i trial clinici nei Paesi in via di sviluppo, in primis nell’Europa dell’Est e in Asia perché più economici con un risparmio di almeno il 50%.

Non esiste una buona sperimentazione animale, le cavie nei laboratori subiscono violenze fisiche e psicologiche dal momento in cui nascono a quello in cui muoiono, trattati come oggetti vivono la loro breve esistenza nel terrore, tra dolore, sofferenza e agonia: vendere questo orrore come evoluzione della ricerca è immorale e totalmente fuorviante.

Tra le sperimentazioni più invasive recentemente autorizzate in Italia ricordiamo: investigazioni nel cervello di scimmie per studiare il movimento degli arti, valutazioni elettrofisiologiche per indagini psichiatriche e rigenerazioni dei nervi senza anestesia, studi su sostanze d’abuso e xenotrapianti tra maiali e scimmie utilizzati come bacini di organi. Sperimentazioni che non hanno prodotto alcun avanzamento per la ricerca, ma rappresentano solo costi per la nazione e morte per le centinaia di migliaia di animali uccisi ogni anno.

Tante differenze tra umani e non umani

Esistono differenze microscopiche dei processi metabolici e anche differenze macroscopiche fra uomini e animali. Alcune delle differenze macroscopiche più note sono: a differenza dell’uomo, i roditori non sono in grado di vomitare le tossine; l’uomo può accumulare agenti nocivi dal naso e dalla bocca mentre i roditori respirano solo dal naso; ratti, topi e criceti sintetizzano la Vitamina C all’interno del loro corpo ottenendo così naturalmente un potente agente anticancerogeno mentre l’uomo non è in grado di farlo; i ratti hanno una elevata capacità enzimatica di non accumulare massa grassa (che in loro si accumula nel fegato) a differenza dell’uomo nel quale si accumula nelle arterie, diventando una potenziale causa di patologie; i ratti vivono solo 2-3 anni; un’altra differenza è che i ratti femmina hanno una salute migliore se possono continuamente restare gravide; inoltre è diverso l’assorbimento del ferro nelle diverse specie.

Test di tossicità

Il fatto che i test sugli animali siano obbligatori, permette di dire, a chi vuole che essi continuino, che gli studi sugli animali hanno giocato un ruolo in ogni scoperta degli ultimi decenni. In realtà le cose stanno diversamente: è vero che gli animali figurano nelle scoperte, ma solo perché gli animali da laboratorio sono ovunque; le scoperte certamente non facevano affidamento su di loro.

Da quando divenne obbligatorio per legge fornire i dati sulla tossicità di tutte le sostanze chimiche e farmaceutiche prima della loro immissione sul mercato, venne usato come standard un test chiamato “LD50″. LD50 sta per Lethal Dose Fifty Percent. Dosi crescenti di sostanza chimica o farmaco sono somministrate agli animali, di solito cani e ratti, fino a quando il 50 percento dei soggetti non muore. Quel dosaggio è designato LD50.

Di tutti i test di tossicità, l’LD50 è il più assurdo, perché i ratti, i cani e gli esseri umani, non possono reagire allo stesso modo alle sostanze chimiche e farmaceutiche. Nel corso degli ultimi quarant’anni, molti dei farmaci che furono testati e approvati con il test LD50, ebbero sull’uomo effetti drasticamente diversi.

Nel 1987, in un’udienza congressuale sull’argomento, eminenti tossicologi affermarono che l’LD50 non è una costante biologica. Nonostante questo, l’LD50 continua a essere usato, anche se recentemente il modo di procedere è stato revisionato in modo da richiedere un numero minore di animali (senza cambiarne, però, la sostanza). Questo genere di test offre alle grandi società la possibilità di difendersi in caso di danni alla salute causati dai loro prodotti, potendo sostenere di aver eseguito i dovuti esperimenti sugli animali. Inoltre, scegliendo opporturnamente la specie animale, si potrà dimostrare un risultato o il suo contrario a seconda di quanto fa comodo al committente”.

Metodi sostitutivi, validazione e implementazione

Non esiste una sola pubblicazione che dimostri che i modelli animali poggiano su criteri scientifici. I metodi sostitutivi la vivisezione devono essere  sottoposti ad un processo di validazione, ossia di dimostrazione della loro validità scientifica, mentre i modelli animali non sono mai stati validati. Se infatti i modelli animali venissero validati, gli antivivisezionisti scientifici non avrebbero più argomenti e quindi i primi a chiederne la validazione dovrebbero essere i vivisettori stessi.

Sul totale della ricerca condotta a scopo biomedico in Italia, nel 30% dei casi si tratta di ricerca eseguita su animali, mentre la restante parte viene condotta ricorrendo ad altri metodi: osservazione dei malati, studi clinici come la diagnosi prenatale (esame dell’albero genealogico dei genitori del nascituro;  esame dei villi coriali e del liquido amniotico, etc), studi epidemiologici (ovvero lo studio dello stile di vita in relazione allo sviluppo di malattie, ha consentito di individuare la causa di molte patologie, es. alcuni tipi di cancro) modelli informatici (es.reti neurali), ricerca su cellule e tessuti coltivati in vitro, organi bioartificiali. Esistono centinaia di metodi alternativi di grande efficacia.

Le stesse multinazionali del farmaco ammettono che il futuro è quello della personalizzazione dei farmaci, dato che la diversità genetica tra individui provoca risposte diverse a stessi farmaci (figurarsi tra animali e uomo!). Ecco allora il crescente interesse verso la farmacogenomica e la tossicogenomica, dove si usano DNA-chip, vetrini contenenti migliaia di filamenti di DNA e si indaga su quali punti del DNA il farmaco svolge la sua azione. Immaginate dunque quanto possa essere fallimentare trasferire un determinato risultato di un test da un animale all’uomo.

I metodi alternativi, dunque, sono già una realtà ma vanno implementati investendo in questo strategico campo della ricerca.

Sebbene teoricamente già possibile, la completa sostituzione degli animali nella sperimentazione è impedita da alcuni fattori di ordine giuridico, culturale e logistico. Giuridico, per le richieste normative internazionali che prevedono obbligatoriamente i test su animali; culturale per via dell’uso di animali a scopo didattico in ambito universitario che educa i futuri ricercatori all’utilizzo di animali; logistico per l’esistenza di strutture dedicate all’utilizzo di animali: stabulari, allevamenti, macchinari per test, etc.

L’ambito didattico è probabilmente quello in cui c’è maggiore disponibilità di metodi sostitutivi agli animali, che però continuano ad essere impiegati, con evidenti responsabilità nella formazione scientifica ed etica dei futuri ricercatori. Studenti e ricercatori possono però ricorrere al diritto dell’obiezione di coscienza ad esercitare attività connesse alla sperimentazione animale, sancita dalla legge 413/1993 ottenuta grazie ad una storica battaglia della LAV.

Vivisezione in cifre

In grave aumento i dati più recenti legati alla sperimentazione animale in Italia, relativi al biennio 2008-2009, analizzati dalla LAV sulla base delle informazioni ottenute nuovamente dal Ministero della Salute grazie a una sentenza del TAR che ha cancellato il segreto su questo tema. I dati più allarmanti,riguardano i seguenti aspetti:

  • le autorizzazioni per gli esperimenti “in deroga” – ovvero l’impiego di cani, gatti e primati non umani, l’utilizzo a fini didattici o il non ricorso ad anestesia – sono aumentate da una media di 141 per il biennio del 2007-2009 a 204 per il 2008-2009: numeri quasi raddoppiati per procedure che invece, per legge (Decreto Legislativo 116/92), dovrebbero rappresentare l’eccezione in quanto regolamentate in modo restrittivo. Nell’anno 2000 erano 98.
  • Nel merito dei test “in deroga” autorizzati dal Ministero della Salute nel biennio 2008-2009, continuano a essere svolti anacronistici e fallimentari studi relativi all’uso di droghe, alcol e fumo che tolgono fondi per ricerche incruente e a indispensabili campagne d’informazione sulla prevenzione.
  • Le sperimentazioni senza ricorso ad anestesia sono le più dolorose per gli animali, eppure nel 2008-2009 sono state effettuate ben 350 procedure senza il ricorso ad alcuna forma di lenizione: esperimenti che hanno inflitto agli animali intensi e prolungati livelli di dolore.
  • Le regioni con il maggior numero di procedure autorizzate rimangono: Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Veneto.
  • Sono 11 i nuovi stabilimenti utilizzatori autorizzati dal Ministero della Salute nel 2008-2009 a fare ricerca su animali, per un totale che arriva a ben 600 stabulari.
  • Sensibile aumento dell’uso sperimentale di alcune specie nel triennio 2007-2009 rispetto al 2004-2006, in particolare: suini, caprini, scimmie (Ceboidea, Cercopithoidea), uccelli, rettili, pesci e altri mammiferi.

2007-2009                                          2004-2006 (Italia)

 

Suini                                                                    9433                                                     8097

Caprini                                                                116                                                        56

Scimmie Ceboidea                                        90                                                          59

Scimmie Cercopithoidea                            1190                                                     1089

Uccelli                                                              97248                                                   90493

Rettili                                                                  1079                                                     831

Pesci                                                               59881                                                   45418

Altri mammiferi                                             568                                                        118

I nuovi dati 2008-2009 contraddicono l’andamento lievemente decrescente del numero di animali utilizzati negli ultimi dieci anni nei laboratori nazionali, che comunque supera la spaventosa cifra di circa 800 mila animali all’anno, e sono in contrasto tanto con l’impegno delle Istituzioni verso una politica di tutela degli animali quanto con l’opinione pubblica sempre più contraria alla sperimentazione su di essi.

Anche nell’Unione Europea il numero degli animali utilizzati e soppressi nei laboratori non tende a diminuire, anzi raggiunge la stratosferica cifra di 12 milioni di animali, con incrementi del 50% di tali sperimentazioni, in alcuni Paesi. Un triste primato che vede in testa Francia, Inghilterra e Germania.

© LAV marzo 2012 – www.lav.it

Auguro un buon NO TAV a tutti!

Perché sono contro l’alta velocità

Vaffa'n'culo all'alta velocità
Vaffa'n'culo all'alta velocità

 

Premessa. Non sono per il terrorismo e la violenza. E nemmeno per il terrorismo ambientale. Detto questo vorrei serenamente spiegare perché sono contro l’alta velocità. Prima di tutto “chi va piano va sano e va lontano” mi diceva sempre mia nonna, che tra l’altro è arrivata fin quasi a cento anni, passando a miglior vita negli anni novanta dopo essersi puppata quasi tutto il ventesimo secolo, incluse due guerre. Ma questa è un’altra faccenda. Ora preferirei andare su un piano un po’ più tecnico.

Dunque all’università feci Scienze della Terra. Non ho mai fatto il geologo, ma il corso di laurea lo ritengo comunque estremamente formativo e ringrazio i miei genitori per aver avuto, a differenza di troppa gente, l’opportunità di studiare e, nella fattispecie, di approfondire questi temi che, tra l’altro, hanno anche una valenza filosofica. Tralascerei anche il fatto che le montagne, compresi i milioni di miliardi di miliardi di minerali di cui sono fatte, sono considerate sacre da un sacco di gente del passato e del presente. Sarebbe troppo. Mi limito solo a ricordare che il Regno Minerale è uno dei tre regni della natura e affianca quello vegetale e quello animale. Tutti e tre meritano considerazione e rispetto.

Ma rimaniamo pure in un campo strettamente tecnico. Qualche mese fa, in occasione della serie di alluvioni che devastarono il territorio italiano, presi contatto con uno dei docenti di Geologia Applicata dell’università di Torino. Molto più giovane di me, visto che io seguii il corso di laurea alcuni eoni fa, in un’altra era. Un tipo simpatico, con il quale concordammo assolutamente sul fatto che è vero che la natura quando si scatena non c’è niente da fare se tira giù una montagna ed è in parte inutile cercare per forza qualcuno a cui dare la colpa. Ma è anche vero che negli ultimi cento anni (e anche prima) amministrazioni varie di ogni dove hanno gestito allegramente montagne, giganteschi corsi d’acqua e terreni di ogni tipo come se fossero bruscolini. Abbiamo detto che ci vuole rispetto. D’altra parte cosa aspettarsi da persone che non rispettano nemmeno altre persone, figuriamoci gli animali, le piante e le montagne.

Allora facemmo solo un accenno all’alta velocità e lui mi disse testualmente: “Tirare una riga sulla carta geografica di una vallata non significa fare un progetto. Fare un progetto vuol dire studiare un problema attentamente da tutti i punti di vista. E precisamente: ingegneristico, architettonico, di estetica del paesaggio, geologico, geotecnico, economico, finanziario, di impatto ambientale, di impatto sociale, di utilità sociale. Senza entrare nel merito di tutte queste faccende qua (importantissime tutte) oserei dire che c’è qualcosa che non va. Nonostante abbia studiato geologia non ho mai fatto il geologo e oggi mi interessa di più la sociologia e poi sul mio blog parlo di quel che cazzo mi pare.

Quindi. È evidente che se una parte della popolazione che abita la Valle di Susa è incazzata nera ci sarà una ragione precisa. Un’amministrazione degna di questo nome dovrebbe essere in grado di aprire un dialogo con serenità e, soprattutto, umiltà, con il popolo (e il territorio) che pretende di amministrare. Al di là di quelli che sono i costi di una simile impresa, i quali c’è chi ha rilevato che sono esageratamente alti, occorre vedere se realmente questo progetto è di utilità per lo sviluppo economico e sociale. I furbacchioni che si arrogano il diritto di sapere tutto su quello che si deve e non si deve fare sostengono che (oramai è una frase fatta e strafatta, persino più di un tossico di Bangkok) “senza un collegamento TAV con il resto dell’Europa rimaniamo tagliati fuori dallo sviluppo”. Ho già detto che cosa penso dello sviluppo in questo spazio. Viene venduto come tale il semplice aumento di tecnologia e di capacità di acquisto di beni e servizi cianfrusaglia che non servono per niente a un vero sviluppo a tutto tondo.

Se alle amministrazioni stesse veramente a cuore lo sviluppo si impegnerebbero nel miglioramento e nella crescita della cultura e dell’educazione che invece sono sempre le prime voci ad essere tagliate negli aggiustamenti di budget. E questo vale anche per le nostre relazioni con l’Europa e con il resto del mondo. A cosa diavolo mi serve andare a Parigi o a Londra a 250/300 chilometri l’ora se non so parlare come si deve francese e inglese? A cosa mi serve bighellonare come un deficiente per l’Europa a 300 all’ora se poi non conosco la “cultura europea” in senso lato? Ovvero non sono capace di relazionarmi all’ambiente sociale, storico, artistico nel quale dovrei muovermi?

Mi piacerebbe (faccio per dire) vedere la polizia che manganella dei manifestanti che non vogliono la costruzione di una scuola, un ospedale, un centro culturale, una galleria d’arte. Ne ho francamente le tasche piene di vedere il potere esecutivo di uno stato utilizzare la violenza per relazionarsi con il popolo che dovrebbe amministrare. Senza dubbio, come mi è già successo, ci sarà qualche saputello che mi scriverà per spiegarmi che io non capisco realmente il problema, che lo “sviluppo” è necessario, che occorre investire per creare tecnologia e posti di lavoro eccetera eccetera. Può darsi. Ma non creerebbero posti di lavoro anche la costruzione di scuole e, soprattutto, nuovi programmi di studio e di sviluppo (vivaddio) culturale?

La realtà dei fatti è un’altra. Chi è interessato a spartirsi e a mangiare la torta delle grandi opere (di utilità, lo sottolineo ancora, del tutto da dimostrare) non ha nessuna intenzione di rinunciare al malloppo e per fare questo è costretta a picchiare la gente per imporre la propria volontà. Oltretutto si tratta di una guerra tra poveri. Perché i malcapitati sbirri costretti a insanguinarsi le mani per difendere gli interessi della casta al potere sono solo delle marionette nelle mani di questi ultimi e devono menare i loro concittadini per uno stipendio da fame. È veramente tristissimo.

Un governo degno di questo nome dovrebbe, a mio modestissimo parere, non aprire un tavolo di “trattativa” con i manifestanti, bensì aprire le orecchie (e il cuore) e cercare di capire realmente una volta per tutte di che cosa ha bisogno un paese, a cominciare da ogni singolo abitante. Diversamente ci troveremo sempre più spesso di fronte a violenze da una parte e dall’altra e a una sempre maggiore incomprensione e scollamento tra la base e il vertice.

Purtroppo credo che così stiano le cose, nonostante questa visione offra facilmente il fianco a critiche stereotipate come: “è un’utopia”, “bisogna avere i piedi per terra” e tutte ‘ste menate qua. La situazione nella quale ci troviamo a livello mondiale dimostra il fallimento della cosiddetta “linea dura”. Ciò che ha affermato Thierry Mariani, ministro francese delle infrastrutture: «Fa bene Roma a non piegarsi davanti a una minoranza» collide con quello che diceva un altro tizio (che avrà avuto anche lui le sue contraddizioni senza dubbio), più famoso di lui: Gandhi. “Il livello di civiltà di un paese si vede dal modo in cui tratta le sue minoranze”. Sempre che nella fattispecie si tratti poi davvero di una minoranza.

Patrimonio dell’Umanità

Mi sono imbattuto in questa immagine in Facebook tempo fa, proprio mentre stavo facendo ulteriori riflessioni sul tema e stavo accingendomi a scriverne.

Sono oltre dieci anni che, in sempre maggior misura, mi impegno in attività sociali. Non lo faccio perché sono buono, l’ho già detto, ma perché sono furbo, lo faccio soprattutto per me. È molto di più quel che si prende che quel che si da. Il mondo delle favelas, degli slum, persino della galera, è povero di soldi, ma enormemente ricco di umanità. La miseria è devastante e va assolutamente combattuta. Purtroppo, con la scusa della necessità dello sviluppo, il capitalismo e il consumismo si infilano negli interstizi lasciati dal disagio della miseria, non per migliorare la qualità della vita, bensì per creare nuovi consumatori ignari. Persone che a milioni affollano slum di ogni tipo in tutto il mondo sono visti da alcuni economisti e tecnici vari come un’enorme potenzialità di consumo. Secondo questa visione miope lo “sviluppo” non è altro che l’aumento delle capacità di acquisto di cianfrusaglie o comunque beni che non necessariamente migliorano la qualità della vita. Sarebbero invece importantissime la cultura e l’educazione spirituale e alla bellezza della vita. Cosa che, tra l’altro, sarebbero ben più in grado di fare modeste comunità ritenute erroneamente “barbare”, che non comunità industriali, ormai completamente scollate dal sostrato popolare. Ho avuto la fortuna di vivere gli ultimi decenni del ‘900 sperimentando le ultime propaggini di un mondo che sta scomparendo. Le cose cambiano e senza dubbio devono cambiare, ma la direzione presa dal cambiamento non è affatto verso la qualità della vita. Senza dubbio è necessario disporre di ragionevoli quantità di denaro per realizzare cose belle. Ma ho avuto modo di osservare come esagerati accumuli di capitale siano addirittura cancerogeni e inducano senza dubbio alla depressione. Mentre frequentando ambienti modesti che, come ho già detto, aiutano molto di più me di quanto io aiuti loro, ogni giorno vivo a un livello emozionale elevatissimo. Solo grandi artisti sono in grado di descrivere la profonda umanità che comportamenti, abitudini, persino sguardi, trasmettono milioni di persone che sono povere di soldi, ma ricchissime di sentimenti, emozioni e, soprattutto, empatia.  Uno come Garcia Marques, per esempio, per descrivere la magia di certe comunità sudamericane, dovette inventare Macondo, un luogo inesistente, ma solo sulle carte geografiche, poiché assolutamente esiste nelle profondità di tutti noi. A differenza di quello che vogliono far credere a chi vive nei grandi centri il mondo è pieno di gente che non ha nessuna intenzione di emigrare, nessuna intenzione di possedere di più, nessuna intenzione di rinunciare ai tesori di cui è perfettamente consapevole di beneficiare. Sarebbe troppo facile attaccare chi, come me, dallo scranno del suo relativo benessere, parli della povertà come dell’aurea soluzione a tutti i mali. (Benessere, il mio, francamente molto relativo sul piano economico, ma meglio fare attenzione essendo pieno di avvoltoi pronti ad attaccare al minimo passo falso, e io sono furbo, l’ho già detto). Per tale ragione mi limiterò, in questa occasione e in altre future, a riportare esperienze di altri o a descrivere situazioni di amici che sono capaci veramente di vivere in povertà, perfettamente consapevoli del tesoro a cui hanno accesso. Un attivista per i diritti umani india, che sta lottando contro la costruzione della devastante diga di Belo Monte in Brasile, sostiene che, a differenza di quanto dichiarano le multinazionali che si arrogano il diritto di spiegare cosa sia e cosa non sia il benessere, gli indios della valle dello Xingù non vivono nella miseria, ma nella povertà. E non hanno alcuna intenzione di cambiare il loro sistema di vita, aureo sul piano umano e spirituale, anche se pieno di difficoltà. Avrò modo in futuro di pubblicare una sua intervista. Ora invece voglio raccontare di un’esperienza personale talmente profonda da indurmi a costruire, insieme alla mia compagna e con l’aiuto di Amarildo e altri amici del Maranhao, una capanna di legno e paglia per starci più tempo possibile in futuro.

Maree

Ci trovavamo nel nord-est del Brasile in un posto ai confini del mondo, tra sconfinate foreste di palme e spiagge incontaminate, dove tutto, la pesca, gli spostamenti, l’umore, dipende dalle maree. Ciondolavamo sulle amache che Amarildo aveva collocato per noi nella veranda della sua baracca, dopo aver gustato i gamberi e il pesce da lui pescati e cucinati sul suo fornello di terracotta. Amarildo, poco più di quarant’anni, era stato investigatore in un corpo di polizia militare. “All’inizio ci credevo – mi raccontava – poi ho capito che non era possibile fare quel lavoro seriamente senza essere umiliato, trattato come uno schiavo e rischiare anche la pelle, in un ambiente quasi del tutto corrotto”. Così aveva mollato tutto ed era andato a vivere in una baracca, che si era fatto costruire su quella spiaggia sperduta, con legno e terra battuta e con il tetto fatto di foglie di palma da cocco. Vive lì da solo, senza possedere niente di più che un paio di bermuda e una maglietta, tre amache, un frigo e un po’ di pentole con le quali il sabato e la domenica fa da mangiare ai numerosi clienti e amici provenienti dai villaggi vicini che affollano la sua veranda. È il suo lavoro, vive di quello. Il bene più prezioso che ha è una radio con lettore CD. Oltre alla musica del nordeste ama enormemente il paradiso nel quale si trova e dove ogni tanto ci porta a fare qualche escursione a piedi, tra alberi bruciati dalla salsedine, innumerevoli uccelli dal piumaggio straordinario, foreste e lagune. Aveva preferito scegliere quella vita povera, fatta di pesca e di un po’ di ristorazione, che non un lavoro da schiavo nel trambusto di una città.

Stavo fissando l’orizzonte e riflettendo sulla mia ricerca di libertà e sulla libertà. A un certo punto pensai che avrei potuto fare un’indagine tra amici, sconosciuti e personaggi famosi e per cominciare gli chiesi: “Amarildo, che cos’è per te la libertà?” E lui, senza esitazione: “È la vita che sto vivendo”.

Patrimonio dell’umanità

“Le persone comuni saranno i sovrani del XXI secolo” – a parlare, anzi a scrivere, è Daisaku Ikeda, un maestro buddista contemporaneo. Personalmente ho passato buona parte degli ultimi venti anni a fotografare persone comuni. Nell’ambiente del fotoreportage e della comunicazione si suole dire che sono “foto che non hanno mercato”. In realtà ce l’hanno, ma molto ristretto. Nonostante questo chi ama fotografare le persone non riesce a farne a meno. D’altra parte grandi fotografi, come Nan Goldin, per citarne una, hanno costruito il proprio linguaggio facendo esattamente questo, fotografando la vita quotidiana di persone che stavano loro intorno, con rispetto e ammirazione, chiunque fossero. La maggior parte delle persone comuni del pianeta vive in slum o comunque in condizioni di povertà economica o molto più semplicemente senza fare troppo rumore. Questa povertà economica (o questa assenza dalla ribalta), lo ripeto, senza dubbio non corrisponde affatto a povertà umana o spirituale, anzi. Alberto Moravia chiamava queste persone “i vinti della vita”. A mio modo di vedere, con tutto il rispetto per il maestro, solo una concezione della vita strettamente materialista può indurre a vedere le cose in questo modo. In realtà il popolo, nonostante tutto, nonostante qualsiasi difficoltà comportamentale e di relazione, qualsiasi intemperanza, è portatore di un’etica e un’estetica che gli uomini al potere nemmeno si sognano. Roberto Benigni disse una volta “i politici mi fanno senso…non riuscirei a toccarli, nemmeno con una canna da pesca…”. Già. Mentre al contrario l’estetica della gente comune, la quale mi attrae enormemente, è la prova vivente della loro vittoria in profondità. Si tratta di una vittoria che forse non sarà sul piano del potere e su quello finanziario,  ma su quello etico e del valore intrinseco della vita sì. Le persone comuni forse non decideranno le guerre, ma nessuno ci autorizza a credere che non possano decidere la pace. Anzi di solito sono proprio i popoli ad essere per la pace, mentre i governi dichiarano le guerre, tanto le spese non le fanno loro. Le persone comuni sono i custodi della “bellezza che salverà il mondo” di cui parlava l’Idiota di Dostojevskij. Le persone comuni sono i sovrani della terra. Sarebbe molto meglio e, incredibilmente, molto più semplice, anziché occuparsi di fatturati e posizioni, dedicare tempo alle persone, alla spiritualità e alla compassione. Quest’ultima, contrariamente a quanto comunemente si crede, non ha nulla a che vedere con la pietà, la carità e la commiserazione. Si tratta invece di con-divisione della passione, quella per la vita. Condivisione della lotta come del divertimento. La fotografia sociale, così si dice, in passato è stata accusata di essere un vezzo, un gingillo da intellettuali borghesi, da Flâneur, come diceva Baudelaire. Io non lo so, agisco solo d’istinto e con il massimo rispetto. Per me fotografare è una maniera, un tentativo di entrare in relazione con la gente che incontro per le strade del mondo. Il grande fotografo Andreas Feininger sosteneva che il secondo obbiettivo che un fotografo acquista dovrebbe essere un tele e non un grandangolo, per scendere nei particolari. Ma c’è un’altra possibilità. Ve lo ricordate il film Leon, dove un simpatico killer spiega a una bambina che il fucile è lo strumento dei dilettanti? Il vero killer usa il coltello. Credo che nella fotografia sia la stessa cosa, anche se in questo caso non viene affatto data la morte, bensì viene data vita a un dialogo. Il vero fotoreporter usa un grandangolo, magari anche spinto come fa il grande Francesco Cito, e si avvicina il più possibile ai suoi soggetti. Le immagini che amo sono di solito realizzate da distanza ravvicinata, sono un corpo a corpo di sguardi che raccontano la ricerca di pace, di contatto, il desiderio di comunicare e di esistere, a qualunque costo e nonostante tutto. Per me fotografare persone ed esporne il ritratto è un rituale per valorizzare la loro essenza intrinseca e profonda. Magari ci fosse anche un mercato, ma se poi non c’è non importa. È una maniera per dare voce e visibilità a chi troppo spesso vive nel silenzio e nell’intimità, non solo perché privo di mezzi, ma altrettanto spesso poiché già troppo appagato dal semplice fatto di esistere. Al contrario di chi cerca possesso e potere, nient’altro che vampiri disperati, sempre alla ricerca di qualcosa che riempia i loro abissali vuoti interiori. Incredibilmente passa spesso sotto silenzio la gioia di vivere di chi non possiede troppe ricchezze materiali. Ma il punto è che “il male vince là dove il bene sta in silenzio” – è sempre Ikeda a parlare. Quindi i volti delle persone comuni alla ricerca del valore vanno esaltati come voci del bene essi stessi, come espressioni della diversità che combatte contro l’omologazione di parte della cultura odierna. Nei volti e nei gesti umani c’è come la consapevolezza che il  valore della vita risiede nella consapevolezza stessa. E c’è la determinazione a far sì che la vittoria non debba essere sempre solo quella del potere e dell’avere, ma quella dell’abbandonarsi al semplice essere e al sognare. Poiché non c’è niente da dire, niente da fare, niente da manipolare, c’è solo da percepire, solo da contemplare. Sono sguardi che dimostrano come il vero patrimonio dell’umanità non siano solo le meraviglie della natura e le sublimi architetture che questa stessa umanità è stata in grado di produrre, ma l’umanità stessa. Tranquilli, non tutto è perduto.

Le immagini seguenti, che sono piccola parte di una sterminata collezione, sulla quale stiamo lavorando per mostre e pubblicazioni, sono di Mauro Villone, Lidia Urani e dei bambini della favela di Vila Canoas (RJ), del campo nomadi del Lungo Dora a Torino e delle scuole torinesi multiculturali di Porta Palazzo. Ritraggono amici e sconosciuti, quasi sempre poveri di soldi, ma sempre ricchi di umanità ed empatia.

Unaltrosguardo su viaggi, eventi, fatti, luoghi, persone – Testi e foto di Mauro Villone, se non diversamente specificato