Auguro un buon NO TAV a tutti!

Perché sono contro l’alta velocità

Vaffa'n'culo all'alta velocità
Vaffa'n'culo all'alta velocità

 

Premessa. Non sono per il terrorismo e la violenza. E nemmeno per il terrorismo ambientale. Detto questo vorrei serenamente spiegare perché sono contro l’alta velocità. Prima di tutto “chi va piano va sano e va lontano” mi diceva sempre mia nonna, che tra l’altro è arrivata fin quasi a cento anni, passando a miglior vita negli anni novanta dopo essersi puppata quasi tutto il ventesimo secolo, incluse due guerre. Ma questa è un’altra faccenda. Ora preferirei andare su un piano un po’ più tecnico.

Dunque all’università feci Scienze della Terra. Non ho mai fatto il geologo, ma il corso di laurea lo ritengo comunque estremamente formativo e ringrazio i miei genitori per aver avuto, a differenza di troppa gente, l’opportunità di studiare e, nella fattispecie, di approfondire questi temi che, tra l’altro, hanno anche una valenza filosofica. Tralascerei anche il fatto che le montagne, compresi i milioni di miliardi di miliardi di minerali di cui sono fatte, sono considerate sacre da un sacco di gente del passato e del presente. Sarebbe troppo. Mi limito solo a ricordare che il Regno Minerale è uno dei tre regni della natura e affianca quello vegetale e quello animale. Tutti e tre meritano considerazione e rispetto.

Ma rimaniamo pure in un campo strettamente tecnico. Qualche mese fa, in occasione della serie di alluvioni che devastarono il territorio italiano, presi contatto con uno dei docenti di Geologia Applicata dell’università di Torino. Molto più giovane di me, visto che io seguii il corso di laurea alcuni eoni fa, in un’altra era. Un tipo simpatico, con il quale concordammo assolutamente sul fatto che è vero che la natura quando si scatena non c’è niente da fare se tira giù una montagna ed è in parte inutile cercare per forza qualcuno a cui dare la colpa. Ma è anche vero che negli ultimi cento anni (e anche prima) amministrazioni varie di ogni dove hanno gestito allegramente montagne, giganteschi corsi d’acqua e terreni di ogni tipo come se fossero bruscolini. Abbiamo detto che ci vuole rispetto. D’altra parte cosa aspettarsi da persone che non rispettano nemmeno altre persone, figuriamoci gli animali, le piante e le montagne.

Allora facemmo solo un accenno all’alta velocità e lui mi disse testualmente: “Tirare una riga sulla carta geografica di una vallata non significa fare un progetto. Fare un progetto vuol dire studiare un problema attentamente da tutti i punti di vista. E precisamente: ingegneristico, architettonico, di estetica del paesaggio, geologico, geotecnico, economico, finanziario, di impatto ambientale, di impatto sociale, di utilità sociale. Senza entrare nel merito di tutte queste faccende qua (importantissime tutte) oserei dire che c’è qualcosa che non va. Nonostante abbia studiato geologia non ho mai fatto il geologo e oggi mi interessa di più la sociologia e poi sul mio blog parlo di quel che cazzo mi pare.

Quindi. È evidente che se una parte della popolazione che abita la Valle di Susa è incazzata nera ci sarà una ragione precisa. Un’amministrazione degna di questo nome dovrebbe essere in grado di aprire un dialogo con serenità e, soprattutto, umiltà, con il popolo (e il territorio) che pretende di amministrare. Al di là di quelli che sono i costi di una simile impresa, i quali c’è chi ha rilevato che sono esageratamente alti, occorre vedere se realmente questo progetto è di utilità per lo sviluppo economico e sociale. I furbacchioni che si arrogano il diritto di sapere tutto su quello che si deve e non si deve fare sostengono che (oramai è una frase fatta e strafatta, persino più di un tossico di Bangkok) “senza un collegamento TAV con il resto dell’Europa rimaniamo tagliati fuori dallo sviluppo”. Ho già detto che cosa penso dello sviluppo in questo spazio. Viene venduto come tale il semplice aumento di tecnologia e di capacità di acquisto di beni e servizi cianfrusaglia che non servono per niente a un vero sviluppo a tutto tondo.

Se alle amministrazioni stesse veramente a cuore lo sviluppo si impegnerebbero nel miglioramento e nella crescita della cultura e dell’educazione che invece sono sempre le prime voci ad essere tagliate negli aggiustamenti di budget. E questo vale anche per le nostre relazioni con l’Europa e con il resto del mondo. A cosa diavolo mi serve andare a Parigi o a Londra a 250/300 chilometri l’ora se non so parlare come si deve francese e inglese? A cosa mi serve bighellonare come un deficiente per l’Europa a 300 all’ora se poi non conosco la “cultura europea” in senso lato? Ovvero non sono capace di relazionarmi all’ambiente sociale, storico, artistico nel quale dovrei muovermi?

Mi piacerebbe (faccio per dire) vedere la polizia che manganella dei manifestanti che non vogliono la costruzione di una scuola, un ospedale, un centro culturale, una galleria d’arte. Ne ho francamente le tasche piene di vedere il potere esecutivo di uno stato utilizzare la violenza per relazionarsi con il popolo che dovrebbe amministrare. Senza dubbio, come mi è già successo, ci sarà qualche saputello che mi scriverà per spiegarmi che io non capisco realmente il problema, che lo “sviluppo” è necessario, che occorre investire per creare tecnologia e posti di lavoro eccetera eccetera. Può darsi. Ma non creerebbero posti di lavoro anche la costruzione di scuole e, soprattutto, nuovi programmi di studio e di sviluppo (vivaddio) culturale?

La realtà dei fatti è un’altra. Chi è interessato a spartirsi e a mangiare la torta delle grandi opere (di utilità, lo sottolineo ancora, del tutto da dimostrare) non ha nessuna intenzione di rinunciare al malloppo e per fare questo è costretta a picchiare la gente per imporre la propria volontà. Oltretutto si tratta di una guerra tra poveri. Perché i malcapitati sbirri costretti a insanguinarsi le mani per difendere gli interessi della casta al potere sono solo delle marionette nelle mani di questi ultimi e devono menare i loro concittadini per uno stipendio da fame. È veramente tristissimo.

Un governo degno di questo nome dovrebbe, a mio modestissimo parere, non aprire un tavolo di “trattativa” con i manifestanti, bensì aprire le orecchie (e il cuore) e cercare di capire realmente una volta per tutte di che cosa ha bisogno un paese, a cominciare da ogni singolo abitante. Diversamente ci troveremo sempre più spesso di fronte a violenze da una parte e dall’altra e a una sempre maggiore incomprensione e scollamento tra la base e il vertice.

Purtroppo credo che così stiano le cose, nonostante questa visione offra facilmente il fianco a critiche stereotipate come: “è un’utopia”, “bisogna avere i piedi per terra” e tutte ‘ste menate qua. La situazione nella quale ci troviamo a livello mondiale dimostra il fallimento della cosiddetta “linea dura”. Ciò che ha affermato Thierry Mariani, ministro francese delle infrastrutture: «Fa bene Roma a non piegarsi davanti a una minoranza» collide con quello che diceva un altro tizio (che avrà avuto anche lui le sue contraddizioni senza dubbio), più famoso di lui: Gandhi. “Il livello di civiltà di un paese si vede dal modo in cui tratta le sue minoranze”. Sempre che nella fattispecie si tratti poi davvero di una minoranza.

Patrimonio dell’Umanità

Mi sono imbattuto in questa immagine in Facebook tempo fa, proprio mentre stavo facendo ulteriori riflessioni sul tema e stavo accingendomi a scriverne.

Sono oltre dieci anni che, in sempre maggior misura, mi impegno in attività sociali. Non lo faccio perché sono buono, l’ho già detto, ma perché sono furbo, lo faccio soprattutto per me. È molto di più quel che si prende che quel che si da. Il mondo delle favelas, degli slum, persino della galera, è povero di soldi, ma enormemente ricco di umanità. La miseria è devastante e va assolutamente combattuta. Purtroppo, con la scusa della necessità dello sviluppo, il capitalismo e il consumismo si infilano negli interstizi lasciati dal disagio della miseria, non per migliorare la qualità della vita, bensì per creare nuovi consumatori ignari. Persone che a milioni affollano slum di ogni tipo in tutto il mondo sono visti da alcuni economisti e tecnici vari come un’enorme potenzialità di consumo. Secondo questa visione miope lo “sviluppo” non è altro che l’aumento delle capacità di acquisto di cianfrusaglie o comunque beni che non necessariamente migliorano la qualità della vita. Sarebbero invece importantissime la cultura e l’educazione spirituale e alla bellezza della vita. Cosa che, tra l’altro, sarebbero ben più in grado di fare modeste comunità ritenute erroneamente “barbare”, che non comunità industriali, ormai completamente scollate dal sostrato popolare. Ho avuto la fortuna di vivere gli ultimi decenni del ‘900 sperimentando le ultime propaggini di un mondo che sta scomparendo. Le cose cambiano e senza dubbio devono cambiare, ma la direzione presa dal cambiamento non è affatto verso la qualità della vita. Senza dubbio è necessario disporre di ragionevoli quantità di denaro per realizzare cose belle. Ma ho avuto modo di osservare come esagerati accumuli di capitale siano addirittura cancerogeni e inducano senza dubbio alla depressione. Mentre frequentando ambienti modesti che, come ho già detto, aiutano molto di più me di quanto io aiuti loro, ogni giorno vivo a un livello emozionale elevatissimo. Solo grandi artisti sono in grado di descrivere la profonda umanità che comportamenti, abitudini, persino sguardi, trasmettono milioni di persone che sono povere di soldi, ma ricchissime di sentimenti, emozioni e, soprattutto, empatia.  Uno come Garcia Marques, per esempio, per descrivere la magia di certe comunità sudamericane, dovette inventare Macondo, un luogo inesistente, ma solo sulle carte geografiche, poiché assolutamente esiste nelle profondità di tutti noi. A differenza di quello che vogliono far credere a chi vive nei grandi centri il mondo è pieno di gente che non ha nessuna intenzione di emigrare, nessuna intenzione di possedere di più, nessuna intenzione di rinunciare ai tesori di cui è perfettamente consapevole di beneficiare. Sarebbe troppo facile attaccare chi, come me, dallo scranno del suo relativo benessere, parli della povertà come dell’aurea soluzione a tutti i mali. (Benessere, il mio, francamente molto relativo sul piano economico, ma meglio fare attenzione essendo pieno di avvoltoi pronti ad attaccare al minimo passo falso, e io sono furbo, l’ho già detto). Per tale ragione mi limiterò, in questa occasione e in altre future, a riportare esperienze di altri o a descrivere situazioni di amici che sono capaci veramente di vivere in povertà, perfettamente consapevoli del tesoro a cui hanno accesso. Un attivista per i diritti umani india, che sta lottando contro la costruzione della devastante diga di Belo Monte in Brasile, sostiene che, a differenza di quanto dichiarano le multinazionali che si arrogano il diritto di spiegare cosa sia e cosa non sia il benessere, gli indios della valle dello Xingù non vivono nella miseria, ma nella povertà. E non hanno alcuna intenzione di cambiare il loro sistema di vita, aureo sul piano umano e spirituale, anche se pieno di difficoltà. Avrò modo in futuro di pubblicare una sua intervista. Ora invece voglio raccontare di un’esperienza personale talmente profonda da indurmi a costruire, insieme alla mia compagna e con l’aiuto di Amarildo e altri amici del Maranhao, una capanna di legno e paglia per starci più tempo possibile in futuro.

Maree

Ci trovavamo nel nord-est del Brasile in un posto ai confini del mondo, tra sconfinate foreste di palme e spiagge incontaminate, dove tutto, la pesca, gli spostamenti, l’umore, dipende dalle maree. Ciondolavamo sulle amache che Amarildo aveva collocato per noi nella veranda della sua baracca, dopo aver gustato i gamberi e il pesce da lui pescati e cucinati sul suo fornello di terracotta. Amarildo, poco più di quarant’anni, era stato investigatore in un corpo di polizia militare. “All’inizio ci credevo – mi raccontava – poi ho capito che non era possibile fare quel lavoro seriamente senza essere umiliato, trattato come uno schiavo e rischiare anche la pelle, in un ambiente quasi del tutto corrotto”. Così aveva mollato tutto ed era andato a vivere in una baracca, che si era fatto costruire su quella spiaggia sperduta, con legno e terra battuta e con il tetto fatto di foglie di palma da cocco. Vive lì da solo, senza possedere niente di più che un paio di bermuda e una maglietta, tre amache, un frigo e un po’ di pentole con le quali il sabato e la domenica fa da mangiare ai numerosi clienti e amici provenienti dai villaggi vicini che affollano la sua veranda. È il suo lavoro, vive di quello. Il bene più prezioso che ha è una radio con lettore CD. Oltre alla musica del nordeste ama enormemente il paradiso nel quale si trova e dove ogni tanto ci porta a fare qualche escursione a piedi, tra alberi bruciati dalla salsedine, innumerevoli uccelli dal piumaggio straordinario, foreste e lagune. Aveva preferito scegliere quella vita povera, fatta di pesca e di un po’ di ristorazione, che non un lavoro da schiavo nel trambusto di una città.

Stavo fissando l’orizzonte e riflettendo sulla mia ricerca di libertà e sulla libertà. A un certo punto pensai che avrei potuto fare un’indagine tra amici, sconosciuti e personaggi famosi e per cominciare gli chiesi: “Amarildo, che cos’è per te la libertà?” E lui, senza esitazione: “È la vita che sto vivendo”.

Patrimonio dell’umanità

“Le persone comuni saranno i sovrani del XXI secolo” – a parlare, anzi a scrivere, è Daisaku Ikeda, un maestro buddista contemporaneo. Personalmente ho passato buona parte degli ultimi venti anni a fotografare persone comuni. Nell’ambiente del fotoreportage e della comunicazione si suole dire che sono “foto che non hanno mercato”. In realtà ce l’hanno, ma molto ristretto. Nonostante questo chi ama fotografare le persone non riesce a farne a meno. D’altra parte grandi fotografi, come Nan Goldin, per citarne una, hanno costruito il proprio linguaggio facendo esattamente questo, fotografando la vita quotidiana di persone che stavano loro intorno, con rispetto e ammirazione, chiunque fossero. La maggior parte delle persone comuni del pianeta vive in slum o comunque in condizioni di povertà economica o molto più semplicemente senza fare troppo rumore. Questa povertà economica (o questa assenza dalla ribalta), lo ripeto, senza dubbio non corrisponde affatto a povertà umana o spirituale, anzi. Alberto Moravia chiamava queste persone “i vinti della vita”. A mio modo di vedere, con tutto il rispetto per il maestro, solo una concezione della vita strettamente materialista può indurre a vedere le cose in questo modo. In realtà il popolo, nonostante tutto, nonostante qualsiasi difficoltà comportamentale e di relazione, qualsiasi intemperanza, è portatore di un’etica e un’estetica che gli uomini al potere nemmeno si sognano. Roberto Benigni disse una volta “i politici mi fanno senso…non riuscirei a toccarli, nemmeno con una canna da pesca…”. Già. Mentre al contrario l’estetica della gente comune, la quale mi attrae enormemente, è la prova vivente della loro vittoria in profondità. Si tratta di una vittoria che forse non sarà sul piano del potere e su quello finanziario,  ma su quello etico e del valore intrinseco della vita sì. Le persone comuni forse non decideranno le guerre, ma nessuno ci autorizza a credere che non possano decidere la pace. Anzi di solito sono proprio i popoli ad essere per la pace, mentre i governi dichiarano le guerre, tanto le spese non le fanno loro. Le persone comuni sono i custodi della “bellezza che salverà il mondo” di cui parlava l’Idiota di Dostojevskij. Le persone comuni sono i sovrani della terra. Sarebbe molto meglio e, incredibilmente, molto più semplice, anziché occuparsi di fatturati e posizioni, dedicare tempo alle persone, alla spiritualità e alla compassione. Quest’ultima, contrariamente a quanto comunemente si crede, non ha nulla a che vedere con la pietà, la carità e la commiserazione. Si tratta invece di con-divisione della passione, quella per la vita. Condivisione della lotta come del divertimento. La fotografia sociale, così si dice, in passato è stata accusata di essere un vezzo, un gingillo da intellettuali borghesi, da Flâneur, come diceva Baudelaire. Io non lo so, agisco solo d’istinto e con il massimo rispetto. Per me fotografare è una maniera, un tentativo di entrare in relazione con la gente che incontro per le strade del mondo. Il grande fotografo Andreas Feininger sosteneva che il secondo obbiettivo che un fotografo acquista dovrebbe essere un tele e non un grandangolo, per scendere nei particolari. Ma c’è un’altra possibilità. Ve lo ricordate il film Leon, dove un simpatico killer spiega a una bambina che il fucile è lo strumento dei dilettanti? Il vero killer usa il coltello. Credo che nella fotografia sia la stessa cosa, anche se in questo caso non viene affatto data la morte, bensì viene data vita a un dialogo. Il vero fotoreporter usa un grandangolo, magari anche spinto come fa il grande Francesco Cito, e si avvicina il più possibile ai suoi soggetti. Le immagini che amo sono di solito realizzate da distanza ravvicinata, sono un corpo a corpo di sguardi che raccontano la ricerca di pace, di contatto, il desiderio di comunicare e di esistere, a qualunque costo e nonostante tutto. Per me fotografare persone ed esporne il ritratto è un rituale per valorizzare la loro essenza intrinseca e profonda. Magari ci fosse anche un mercato, ma se poi non c’è non importa. È una maniera per dare voce e visibilità a chi troppo spesso vive nel silenzio e nell’intimità, non solo perché privo di mezzi, ma altrettanto spesso poiché già troppo appagato dal semplice fatto di esistere. Al contrario di chi cerca possesso e potere, nient’altro che vampiri disperati, sempre alla ricerca di qualcosa che riempia i loro abissali vuoti interiori. Incredibilmente passa spesso sotto silenzio la gioia di vivere di chi non possiede troppe ricchezze materiali. Ma il punto è che “il male vince là dove il bene sta in silenzio” – è sempre Ikeda a parlare. Quindi i volti delle persone comuni alla ricerca del valore vanno esaltati come voci del bene essi stessi, come espressioni della diversità che combatte contro l’omologazione di parte della cultura odierna. Nei volti e nei gesti umani c’è come la consapevolezza che il  valore della vita risiede nella consapevolezza stessa. E c’è la determinazione a far sì che la vittoria non debba essere sempre solo quella del potere e dell’avere, ma quella dell’abbandonarsi al semplice essere e al sognare. Poiché non c’è niente da dire, niente da fare, niente da manipolare, c’è solo da percepire, solo da contemplare. Sono sguardi che dimostrano come il vero patrimonio dell’umanità non siano solo le meraviglie della natura e le sublimi architetture che questa stessa umanità è stata in grado di produrre, ma l’umanità stessa. Tranquilli, non tutto è perduto.

Le immagini seguenti, che sono piccola parte di una sterminata collezione, sulla quale stiamo lavorando per mostre e pubblicazioni, sono di Mauro Villone, Lidia Urani e dei bambini della favela di Vila Canoas (RJ), del campo nomadi del Lungo Dora a Torino e delle scuole torinesi multiculturali di Porta Palazzo. Ritraggono amici e sconosciuti, quasi sempre poveri di soldi, ma sempre ricchi di umanità ed empatia.

Pericolo

Donna che prega nel gange - M. Villone

Non c’è niente di maggiormente artistico che amare le persone. Non lo dico io, anche se lo condivido, ma Vincent Van Gogh. Che poi è impazzito, si è tagliato un orecchio e si è suicidato. Un altro tizio, che con questo qui non c’entrava nulla, si dice che dicesse: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Potrebbe essere un personaggio leggendario o realmente esistito, la storia non ha certezze. Comunque la tradizione racconta che lo torturarono e poi lo uccisero. La ferocia romana (e su questo ahimè non ci sono dubbi) prevedeva di appendere le persone a due tronchi posti a croce. Una delle morti più lente e atroci, per soffocamento. Ma con questo qui andarono giù più pesante. Lo inchiodarono al legno. Alcuni studiosi accreditati di storia delle religioni sostengono che l’evento (reale o inventato) potrebbe simboleggiare anche il rituale sciamanico della pelle dell’animale sacrificato tesa sul tamburo. In effetti il Cristo è collegato all’agnello sacrificale. Ma andiamo avanti. Un altro signore, Martin Luther King, con una retorica un po’ da imbonitore (I have a dream…), ma che parlava con sincerità delle stesse cose, venne ammazzato. Lo stesso accadde a un altro tipo, un avvocato figlio di papà, ma con un carisma, una sincerità, una personalità bestiali: Gandhi. Lo fecero fuori a revolverate. Lo stesso successe a Biko, attivista per i diritti dei nativi in Sudafrica. Potrei andare avanti all’infinito, ma mi fermo qui, tanto ci siamo capiti no? Ovvero, non è che parlare d’amore sia pericoloso?

Bambina che gioca nel nostro centro Para ti - M. Villone

Ma non basta. Anche chi parla della verità non se la passa troppo bene. Sono innumerevoli i reporter che ci lasciano le penne quando fanno i reporter invece di leccare il culo a qualcuno. Proprio pochi giorni fa qui in Brasile hanno fatto la pelle a un giornalista di origine italiana. È il terzo in Brasile dall’inizio dell’anno. Anni fa ne hanno bruciato vivo uno qua vicino, incastrato nei copertoni di camion, come si usa tra i narcos. Un suo amico, grande fotografo brasiliano, gli ha dedicato un’istallazione fatta da immagini di fuoco retroilluminate che hanno come cornice gomme di veicoli. È permanentemente esposta a Parigi. Sono a decine ogni anno i giornalisti che crepano in tutto il mondo quando fanno i giornalisti e non i servi. Credo ci siano lavori più salutari, come il politico per esempio, guardate Andreotti come sta bene. Beh certo il politico “accorto”. Perché se dici in faccia le cose come stanno come un Giulio Cesare qualsiasi ti accolgono a coltellate anche amici e parenti. Ora ho capito. Ecco perché tanta gente si preoccupa del Festival di Sanremo invece che della oppressione delle minoranze e del Grande Fratello invece che dei diritti umani. È più salutare. Dunque ci siamo capiti no? Zitti e buoni, così filerà tutto liscio e senza intoppi.

Sembrano solo sterpi e rifiuti, invece qui dentro ci vive una persona. A dx ns guida nella favela Rocinha - M. Villone

Uno dei temi di cui per esempio si parla poco sono i desaparecidos. A meno che non diventi uno spettacolo come “Chi l’ha visto?”, che ha comunque senza dubbio il merito di sollevare la questione. Ma il numero di persone scomparse in tutto il mondo è sconvolgente. Adulti, giovani e bambini. In Messico per esempio scompaiono molte donne. Soprattutto la scomparsa di bambini è invece una piaga in Brasile. Tra le altre cause: stupro seguito da omicidio, pedofilia, prostituzione infantile, utilizzati come mendicanti, traffico di organi. Non si conosce il numero esatto poiché non tutti denunciano. Addirittura in molti paesi non tutti sono registrati. Secondo stime accreditate di ricercatori e governo: solo a San Paolo sono 18.000 all’anno, cioè 50 al giorno. In tutto il Brasile forse oltre 40.000 all’anno. La polizia federale si sta dando da fare, ma il problema è di proporzioni incontenibili. Questo dovrebbe far riflettere su cosa ci raccontano. Ovvero tutto questo controllo metropolitano non è vero poiché se così fosse sarebbe facile attraverso telecamere e satelliti scoprire cosa succede. In realtà il controllo avviene, ma sul capitale, non sui danni arrecati a persone specialmente di fasce deboli o disagiate. Il controllo è invece pressante con carte di credito, caselli autostradali, cellulari, sulle persone di classe media che affollano sempre di più metropoli sull’orlo del collasso, mentre le campagne vengono abbandonate.

I bambini come questi finiscono nei mercati del narcotraffico, della prostituzione, del traffico di organi - M. Villone

La qualità della vita sta in realtà diminuendo poiché si perde il contatto con la terra e con le relazioni familiari e comunitarie. Apparentemente la qualità cresce con servizi sanitari più adeguati e sempre maggiore tecnologia e automatismi, ma, sebbene si tratti di benefici importanti, il prezzo che si paga in termini di distruzione del tessuto sociale, inquinamento, alienazione dovuta a lavori ripetitivi e videogiochi o simili è altissimo.  Più del 50% delle persone che affollano questo pianeta vive in favela o slum. Secondo Medici Senza Frontiere sono 195 milioni i bambini che soffrono di malnutrizione sul pianeta. Di questi 8 milioni (8.000.000) muoiono di fame ogni anno. MSF si da molto da fare e presenta dappertutto il suo programma, anche al Salone del Gusto. Meno male, ma sarebbe forse più opportuno organizzare la Fiera del disgusto. In questo panorama che non solo fa schifo, ma è addirittura pericoloso, c’è gente che riesce a vivere tranquilla prendendo 30.000 euro di pensione al mese. I giornalisti che dovrebbero affrontare questi temi spesso sono anchorman che guadagnano molto di più. In realtà la loro bravura non sta tanto nel denunciare, quanto nella capacità di utilizzare la miseria e le miserie altrui per fare audience. Nel frattempo, senza necessariamente scomodare le centrali nucleari, gli imballaggi di plastica di molti prodotti stanno devastando aree del pianeta dove questi stessi prodotti non sono nemmeno ancora arrivati. E la schiavitù, anziché essere stata abolita, è stata in realtà riorganizzata, in modo da sembrare più accettabile, sia a chi viene palesemente sfruttato, sia a chi, credendo di essere libero e benestante, passa la vita a combattere battaglie non sue, ma di qualcun altro. Come vedete di materiale da esporre alla Fiera del disgusto ce ne sarebbe a montagne.

Il tipico scenario delle favelas pittoresco anche se nell'estrema povertà

Come spiegava Naomi Klein nel suo libro “No Logo” qualsiasi cosa accada viene metabolizzata dal marketing globale e utilizzata per vendere qualcos’altro o per creare spettacolo. Le rivoluzioni politiche e sociali della storia senza dubbio a qualcosa sono servite e forse erano semplicemente fisiologiche. Lo stesso dicasi per le rivoluzioni tecnologiche e culturali. Ma fondamentalmente i problemi più importanti dell’uomo, la malattia, la vecchiaia e la morte, non sono stati nemmeno scalfiti. Siamo al si salvi chi può. Una nuova rivoluzione non può nemmeno essere mediatica, come si spera sempre. Compare quel guru o quell’altro maestro, l’artista buono che si occupa degli indios o che spara cazzate a un festival, l’uomo forte e tutte ‘ste menate qua. O peggio ancora le mode religiose, le sette, le “tendenze culturali”. Credo che l’unica vera rivoluzione possibile e reale sia quella umana, personale, privata e profonda, ma soprattutto vera. Non per far piacere a qualcuno o mostrarsi socialmente e culturalmente corretto o per far piacere al maestro, alla zia o al capo di qualche associazione. Una rivoluzione personale e profonda di ogni individuo che abbia voglia, una volta per tutte, di vivere felice, gustare senza sensi di colpa la meraviglia che ci è stata data oppure lottare senza lamentele, qualsiasi sia la sfida che gli è arrivata in faccia, per terribile che possa essere. Smettere una volta per tutte di cercare dei colpevoli per qualsiasi cosa. Sono i padroni, no sono i politici, ma va sono i comunisti oppure i punkabbestia o i preti o i genitori. Ma è proprio così comodo e liberatorio pensare che la nostra vita dipenda sempre da cosa fa qualcun altro? Al contrario, in ultima analisi, abbandonarsi senza riserve alla vita, senza cercare di capire a tutti i costi, poiché non tutto è razionalizzabile. Semplicemente vivere. Semplicemente dedicarsi alla propria vita e magari a quella di qualcun altro. Semplicemente occuparsi di quelle che il grande psicologo Aldo Carotenuto, ormai scomparso, sosteneva fossero le uniche cose davvero importanti: i sentimenti e le relazioni umane. Semplicemente ringraziare.

“Un uomo buono, nel suo oscuro, intimo impero, sa qual è la retta via” (J.W. Goethe)

“Peccato che gli uomini buoni, che sono molti di più di quanto comunemente si pensi, non facciano notizia” (M. Villone)

“Il male vince là dove il bene sta in silenzio” (D. Ikeda)

“È giunto ora il tempo di cambiare il mondo” (E. Yamazki)

Bambina sulla riva del Gange che vende fiori e candele - M. Villone
L'artistica dignità della povertà
Gente che prega sul Gange - M. Villone
Pellegrini - Allahbad - India - M. Villone

 

 

 

 

A cavallo tra le montagne del Minas Gerais

In Brasile non ci sono solo l’oceano, le città, le spiagge e l’Amazzonia, ma molto di più. Tra le altre cose ci sono diversi complessi montuosi. Una enorme estensione montagnosa si trova a cavallo del confine tra lo stato di Rio de Janeiro e quello del Minas Gerais, ovvero le Miniere Generali. Il nome deriva dalla storica scoperta da parte dei leggendari Bandeirantes, di giacimenti ricchissimi di oro. infatti dagli altipiani e dalle Serre del Minas si dipartono strade, chiamate appunto “Cammini dell’oro” dove il prezioso materiale veniva portato ai porti di Paraty e Angra dos Reis per essere imbarcato per l’Europa. Altri tempi.

Oggi l’oro si trova ancora, ma è costituito soprattutto dai paesaggi mozzafiato che si aprono tra montagne e foreste. La regione che noi abbiamo visitato è quella circostante il villaggio di Visconde de Mauà. Un piccolo paesino pieno di Pousadas pittoresche e ristorantini tipici. Ma sebbene l’area sia ben servita e ricca sul piano dell’accoglienza, con diverse soluzioni per tutte le tasche, è ancora di là da venire, per fortuna, il turismo di massa. L’assenza di asfalto si sta rivelando una protezione. Quasi tutte le strade sono sterrate e alcune del tutto impervie. Infatti è il paradiso di fuoristrada, moto da cross e cavalli. È facile trovare maneggi molto ben attrezzati per escursioni e trekking, tra l’altro a prezzi accessibili. È possibile percorrere, con un viaggio di alcuni giorni, anche i “Cammini dell’oro”, lastricati di pietra già in epoca imperiale, fino alla costa sull’oceano Atlantico.

Il paesaggio, incontaminato, costituito da foreste e pascoli pieni di mucche, potrebbe ricordare un po’ la Svizzera, se non fosse per le piante di Araucarie dall’aspetto inconfondibile. Le innumerevoli strade, sentieri e passeggiate spesso attraversano torrenti e piccoli fiumi e portano a innumerevoli cascate che si riversano in laghetti di acqua freschissima dove si può fare il bagno. I villaggi sono attrezzatissimi di ristoranti, negozi di artigianato, gallerie d’arte, locali musicali che propongono concerti di bossa nova, blues e jazz, ma sono discretamente frequentati da un tranquillo turismo più che altro locale e nei fine settimana.
La zona si raggiunge con tre ore di auto da Rio. Ci sono diversi chalet e pousadas dove si può pernottare e anche un campeggio. Le escursioni a cavallo permettono di immergersi in un ambiente quasi del tutto selvaggio, se non fosse per qualche fattoria che si incontra qua e là. Vi sono alcuni ristoranti che offrono alimenti biologici autoprodotti e pesci allevati in acqua purificata con tecnologie naturali, come per esempio delle piante acquatiche che filtrano l’acqua liberandola da residui.
Se si dispone di un po’ di tempo si può penetrare in un mondo antico, altrove ormai scomparso, popolato da leggende, sogni e, oltre a una geografia e una flora rigogliose, una fauna di una ricchezza sorprendente con 380 specie di pesci, 780 di uccelli, 180 tra rettili e serpenti, tra i quali il cobra e il boa constrictor, 200 anfibi e 180 di mammiferi non acquatici, tra i quali il puma e il giaguaro. Tranquilli: non è ancora tutto perduto.

Sito: http://visiteviscondedemaua.com.br/index.php 
Ulteriori info: mauro.villone@libero.it

Pousada e ristorante
Locale notturno con libreria e mostra fotografica
Locale musicale
Saletta comune in pousada
Araucaria
Una delle innumerevoli cascate
Guide


Madeinfavela Festival

Si lo so, inizia a diventare ridicolo. Ormai chiunque si sveglia una mattina, dopo essersi guardato intorno assonnato, pensa: “Perché non organizziamo un Festival?”. D’altra parte non saprei come chiamare un insieme di attività di spettacolo, ludiche e culturali. Se qualcuno ha un suggerimento ben venga. Ma andiamo per ordine e spieghiamo rapidamente perché facciamo ciò che facciamo ovvero scrivere qui e altrove, organizzare eventi e mostre, partecipare ad attività di altri, realizzare e organizzare viaggi. In primo luogo molto banalmente dobbiamo sbarcare il lunario. In secondo luogo cerchiamo di farlo divertendoci. Ultimo, ma non ultimo cerchiamo di dare un senso al tutto facendo qualcosa di positivo per noi stessi e per altri.

Alcuni dei bambini di Para Ti in un momento ricreativo insieme alla nostra grande Tatiana

Queste ultime due cose sono secondo noi fondamentali e fortemente legate tra loro. Ovvero, nel nostro caso, ci occupiamo della ONG Para Ti (www.parati.inf.br) lasciataci in eredità dai genitori di Lidia non perché siamo buoni, ma perché è proprio divertente e ci fa bene alla salute. Inoltre è utile ad altri e facendo così siamo entrati in un trend positivo che pare inarrestabile. Anche senza volerlo incontriamo continuamente persone di grande valore che fanno ben sperare nella possibilità di creare valore nonostante banchieri avidi, politici corrotti, narcotrafficanti, sfaccendati, ladri, corruttori e parassiti vari, scassacazzo di tutti i tipi. Pensate, a titolo di esempio, che il nostro Festival di fotografia a Torino è stato (almeno ci hanno provato) boicottato da un gruppo di fotografi ai quali non ho ancora capito cosa passi per la testa. Ma proprio non viene in mente nient’altro a certa gente che crede che la causa dei propri mali siano sempre altri come facevano fascisti e nazisti? Sono gli ebrei, no sono i comunisti, ma va sono i poveracci, anzi sono i ricchi, adesso sono gli immigrati, prima erano gli zingari. E soprattutto: se sono artisti o professionisti non hanno mille attività creative e di valore che li impegnino a dismisura? Ma non l’hanno capito che sono l’unione e il dialogo che fanno la forza? Povera Torino, con le sue mille potenzialità accartocciate sempre sulle solite beghe da condominio. Ma lasciamo perdere.
La nostra opera collega le attività didattiche con i bambini insieme al necessario fund raising, alle mostre, agli articoli sul giornale e al turismo responsabile. Mi spiego meglio. Per mantenere la ONG (che non è cosa da poco e non è a scopo di lucro) finora siamo dipesi da donazioni e affidamenti a distanza. Pur mantenendo queste voci parzialmente stiamo aprendo il centro al turismo responsabile e all’affitto di stanze per turisti consapevoli, volontari e studenti universitari. Tutto questo non è fine a se stesso, ma è legato alla vita culturale carioca in generale, ma non basta.

Il tipico scenario delle favelas pittoresco anche se nell'estrema povertà

Le attività che si svolgono qui hanno un risvolto di sensibilizzazione sociale visto che dalla Para Ti passano oltre 10.000 turisti responsabili l’anno, provenienti da tutto il mondo, portati dagli amici di Favelatour (www.favelatour.com.br), che ci aiuta a sostenere il progetto. Sono tutte persone interessate a capire un po’ di più come funziona realmente la vita nelle favelas. Questo fatto permette di diffondere l’idea che si possa vivere felicemente senza troppi soldi. Anzi è possibile vivere meglio dando più importanza a fattori come l’umanità e la solidarietà anziché il denaro e il potere. Ora, mentre la gente degli slum è povera materialmente è ricchissima sul piano umano e mentre la miseria totale e l’indigenza sono da combattere il consumismo selvaggio sembra essere ancora più devastante. Ovviamente siamo ben consapevoli del fatto che la nostra azione è una ridicola goccia in un oceano, ma in primo luogo non siamo certo i soli a operare nel settore, le azioni di solidarietà si moltiplicano in tutto il mondo. È anche vero che moltissime ONG sono delle coperture se non addirittura delle truffe. Ed è altrettanto vero che il rischio di operazioni paternalistiche e assistenzialistiche è alto. Per tale ragione stiamo cercando di spostare l’autofinanziamento sul piano dell’offerta turistica (responsabile) che coinvolga nel lavoro proprio giovani e meno giovani abitanti in loco.

Lidia con alcuni bambini di Para Ti

Tutte queste operazioni ci hanno indotto da tempo a pensare al Madeinfavela Festival. In pratica per alcuni giorni consecutivi (ma anche in eventi isolati) proporremo concerti, esibizioni, mostre, show, conferenze, proiezioni che coinvolgano sia artisti giovani ed emergenti che affermati. Tra questi ultimi ci sono per esempio Ivan Tanteri (www.ivantanteri.it), direttore artistico del festival di Rieti e la cantante di jazz di Philadelphia Melody Margot (www.melodymargot.com), il grande fotografo brasiliano (e grande amico) Rogerio Reis e il musicista Caito Marcondes. inoltre Pheel Balliana (myspace.com/pheelballiana) e molti altri artisti brasiliani e stranieri. Ci saranno artigiani/artisti di tutti i generi delle favelas brasiliane, fotografi, pittori, scultori, musicisti, gastronomi e artisti di strada. Di Ivan Tanteri ho parlato diffusamente nel mio articolo sul Teatro di strada fatto in Brasile con la Casa do Menor di Padre Renato.

Un momento dell'esibizione di Teatro di strada di Ivan con gli amici di Vila Canoas

Il nostro obbiettivo è quello di dare visibilità al nostro progetto Para Ti Amizade e Solidariedade e alla favela non come luogo di violenza e spaccio, ma come proposta di vita alternativa, povera materialmente, ma ricca sul piano umano, sebbene ci siano molti problemi da risolvere e cose da cambiare.
In pratica cercheremo di agganciare Madeinfavela a eventi forti come ArtRio e poi i mondiali del 2014 e le Olimpiadi del 2016.
Si tratta di un lavoro enorme, ma la fortuna, come già accennato, ci sta portando a contatto con una quantità di persone di valore pronte a darci una mano. La spiegazione a nostro modo di vedere è relativamente semplice. La gente di valore, oltre ad avere il sacrosanto desiderio, esattamente come chiunque di noi, di sbarcare a sua volta il lunario e di divertirsi, ha anche un’altra esigenza. Quella di vivere anche, tra le altre cose, nel mondo della solidarietà. Cioè lo stato vitale nel quale ci si occupa degli altri non per utilitarismo, per interesse o che ne so, ma perché istintivamente sente che questo fa bene alla salute dell’intero ambiente che include se stessi, per l’appunto gli altri e tutto ciò che ci circonda.
Già…belle parole. E in pratica?
In pratica cerchiamo di coinvolgere persone a venire qui o a darci una mano da altrove, ma non solo perché ne abbiamo bisogno, anche perché è divertente. Inoltre mettiamo a disposizione i nostri spazi come residenze d’artista per artisti di rilievo che ci propongano un progetto interessante. Una nostra idea è quella di organizzare viaggi d’arte, che uniscano la visita a fiere, musei e gallerie e incontri con artisti ed esponenti culturali con tour della città e dei dintorni. Inoltre l’esperienza, anche solo di pochi giorni, alla Para Ti e alla favela di Vila Canoas è  assolutamente unica e straordinaria. Noi per esempio, che viviamo anche e soprattutto di emozioni, abbiamo la pelle d’oca e il nodo alla gola un giorno sì e l’altro anche. Spiegare perché sarà oggetto di un prossimo articolo.
Siamo a disposizione per ogni ulteriore informazione.

Per info sulla situazione odierna del Brasile: Narcotraffico
Per info sul ns progetto fotografico con i bambini: Progetto Unaltrosguardo
Per info sulle attività di Ivan Tanteri in Brasile e con Padre Renato: Fotografia di Teatro di Strada

Mauro Villone e Lidia Urani

La favela di Vila Canoas vista dal Centro Para Ti

Unaltrosguardo su viaggi, eventi, fatti, luoghi, persone – Testi e foto di Mauro Villone, se non diversamente specificato