90 Anni a Scuola di Vita

Copertina Novantanni

90 Anni a Scuola di Vita. Autobiografia di Domenico Villone

Questa recensione è quantomeno sospetta, essendo l’autore del volume in oggetto, mio padre. D’altra parte è anche vero che c’è un sacco di gente che il proprio padre non lo può vedere, o magari gli è semplicemente indifferente. Dunque è tutto relativo. L’esperienza di una vita, che mio padre racconta nel libro, è interessante per chiunque e il mio punto di vista personale di figlio potrebbe anche avere un suo valore, essendo appunto del tutto peculiare.

Mio padre decise di iscriversi all’università quando aveva 80 anni, dopo una vita di lotta e di duro lavoro, per coronare un antico sogno e per sincero e concreto interesse personale per la cultura in genere e la psicologia nello specifico. Si laureò a 84, nel 2011, con una tesi intitolata “L’autobiografia come strumento di autoanalisi”. Già l’argomento della tesi la dice lunga. Sentire il bisogno di scrivere la propria biografia, di utilizzarla per autoanalizzarsi sul piano psicologico (e anche umano) e, alla fine, di pubblicarla (cosa avvenuta 6 anni dopo la laurea), significa non solo che si ritiene ci siano nella propria storia elementi utili per approfondire la conoscenza di se stessi, ma anche che c’è un sacco di roba che si ha voglia di buttare fuori. Roba da psicopatici, verrebbe da dire. Se non fosse che ormai sappiamo tutti che la psicopatologia, sempre che sia contenuta entro certi limiti (che solo gli angeli sanno quali siano), è qualcosa che riguarda chiunque. Diciamo piuttosto che il punto fondamentale è la coscienza. Se un Budda non vede nessuna differenza tra se e gli altri, e semplicemente è cosciente di essere un illuminato, mentre gli altri non lo sanno, una persona che sente il bisogno di analizzarsi, eventualmente per evolversi, sul piano psicologico, e perché no, anche fisico o spirituale, è semplicemente cosciente di averne la necessità, o meglio ancora, l’opportunità, mentre gli altri non ce l’hanno.

Detto questo veniamo al dunque.

Il libro, pubblicato nel 2017 con Effatà Editore, è anzitutto interessante come documento storico, soprattutto del ‘900, coprendo un arco di tempo di circa 85 anni, dagli anni del regime fascista in Italia, fino a oggi. Mio nonno era un ufficiale del regio esercito che aveva lavorato in diversi porti italiani, poi in Libia e infine in Etiopia ed Eritrea. Quindi il racconto passa per l’Africa coloniale, per poi descrivere l’avvento della guerra, con i suoi orrori, il campo di concentramento e di prigionia, il rimpatrio, la miseria, la difficile ripresa, il mondo del lavoro dagli anni ’60 al duemila e gli incredibili cambiamenti del mondo degli ultimi venti anni, le complesse relazioni umane e familiari, la ricerca spirituale, gli interrogativi di fronte alla morte e le malattie. Un susseguirsi di sfide e di lotte resistere alle quali già è un argomento di sicuro interesse.

Quello che lo fa essere anziché un documento di cronaca, un racconto ricco di patos e di umanità non è solo l’amore con il quale vengono raccolti e riportati alla luce episodi talvolta magnifici e altre volte terrificanti, ma lo sono anche una sorprendente lucidità (a 90 anni) nel ricordare fatti sepolti dagli strati inesorabili del tempo e una incredibile creatività, visto che per sopravvivere si fa letteralmente di tutto, anche le cose più curiose, come il burattinaio di strada, e il restauratore di miniature.

Ma quello che rende ancora più piacevole la lettura, e utile e liberatorio il documento anche per chi lo legge, è un certo, se non umorismo, modo di vedere le cose ironico e disincantato, anche di fronte a una serie di vicende decisamente fuori del comune e tutt’altro che facili da affrontare. Alcune di esse vere e proprie tragedie che, e questo è il punto più importante, non hanno impedito all’autore di vivere con entusiasmo e, alla fine, con sempre più amore per l’esistenza.

L’autobiografia non è solo uno strumento di autoanalisi per conoscersi, ma per conoscere la realtà della vita stessa che va ben al di là della sofferenza e della gioia, della felicità e della morte. Se per gli orientali “meditare” è “osservare la propria mente” per trascendere realtà e illusione, osservare tutta la propria vita permette di trascendere la vita stessa e la morte.

Non è una novità. Esiste in Italia addirittura una Università della Biografia. E il grande scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez aveva scritto, verso la fine della sua vita “Vivere per raccontarla”, un libro dove spiegava come una miriade di episodi reali della sua vita gli avevano dato materiale per le fantastiche storie concepite dalla sua creatività.

Ma la necessità del “raccontare” è ancora più antica. Ne parla il grande sciamano Don Juan al suo discepolo Carlos Castaneda che lo riporta nei suoi libri. Gli antichi guerrieri Toltechi la chiamavano “ricapitolazione”. Ed era un esercizio psichico profondissimo che attingeva ai ricordi palesi come a quelli più nascosti, soprattutto per dare vita alla pratica più importante di tutte: l’espansione della coscienza. Una pratica che conoscono bene gli orientali e anche gli indigeni americani, che da millenni trasmettono di padre in figlio racconti e ricordi in una danza sacra e senza fine di parole, sentimenti e sguardi.

Tale espansione non riguarda solo chi analizza i propri ricordi, chi scrive, chi ricapitola, ma anche il suo ambiente esterno, composto soprattutto da amici e familiari.

L’esercizio di mio padre, un esercizio sacro e profondo, ha permesso di espandere la coscienza mia e di tutti noi. È il fatto più importante di tutti, sempre se accettiamo ciò che ci dicono da secoli tutti i grandi maestri: l’evoluzione spirituale porta con se la progressiva perdita del senso illusorio di isolamento e di individualità, per portarsi sempre di più, all’infinito, nella comunione col Tutto.

Leggere una biografia o un’autobiografia permette al lettore di esercitarsi in una pratica importantissima: la condivisione della vita. La cosa più importante di tutte. Quello che ci permette di perdere la maledetta corazza dell’ego, per accedere alla vita universale dove non esistono il giusto e lo sbagliato, il dolore e la gioia, la sconfitta e la vittoria. Non esiste proprio tutta questa dualità, creata ad arte dalla nostra cultura scollata dalla natura. Esistono solo le vibrazioni del cosmo, di cui noi facciamo parte e che non possiamo fare altro che osservare estasiati.

Mio padre con mia madre a Rio de Janeiro, Parco Nazionale di Tijuca.

Mio padre con mia madre a Rio de Janeiro, Parco Nazionale di Tijuca