90 Anni a Scuola di Vita

Copertina Novantanni

90 Anni a Scuola di Vita. Autobiografia di Domenico Villone

Questa recensione è quantomeno sospetta, essendo l’autore del volume in oggetto, mio padre. D’altra parte è anche vero che c’è un sacco di gente che il proprio padre non lo può vedere, o magari gli è semplicemente indifferente. Dunque è tutto relativo. L’esperienza di una vita, che mio padre racconta nel libro, è interessante per chiunque e il mio punto di vista personale di figlio potrebbe anche avere un suo valore, essendo appunto del tutto peculiare.

Mio padre decise di iscriversi all’università quando aveva 80 anni, dopo una vita di lotta e di duro lavoro, per coronare un antico sogno e per sincero e concreto interesse personale per la cultura in genere e la psicologia nello specifico. Si laureò a 84, nel 2011, con una tesi intitolata “L’autobiografia come strumento di autoanalisi”. Già l’argomento della tesi la dice lunga. Sentire il bisogno di scrivere la propria biografia, di utilizzarla per autoanalizzarsi sul piano psicologico (e anche umano) e, alla fine, di pubblicarla (cosa avvenuta 6 anni dopo la laurea), significa non solo che si ritiene ci siano nella propria storia elementi utili per approfondire la conoscenza di se stessi, ma anche che c’è un sacco di roba che si ha voglia di buttare fuori. Roba da psicopatici, verrebbe da dire. Se non fosse che ormai sappiamo tutti che la psicopatologia, sempre che sia contenuta entro certi limiti (che solo gli angeli sanno quali siano), è qualcosa che riguarda chiunque. Diciamo piuttosto che il punto fondamentale è la coscienza. Se un Budda non vede nessuna differenza tra se e gli altri, e semplicemente è cosciente di essere un illuminato, mentre gli altri non lo sanno, una persona che sente il bisogno di analizzarsi, eventualmente per evolversi, sul piano psicologico, e perché no, anche fisico o spirituale, è semplicemente cosciente di averne la necessità, o meglio ancora, l’opportunità, mentre gli altri non ce l’hanno.

Detto questo veniamo al dunque.

Il libro, pubblicato nel 2017 con Effatà Editore, è anzitutto interessante come documento storico, soprattutto del ‘900, coprendo un arco di tempo di circa 85 anni, dagli anni del regime fascista in Italia, fino a oggi. Mio nonno era un ufficiale del regio esercito che aveva lavorato in diversi porti italiani, poi in Libia e infine in Etiopia ed Eritrea. Quindi il racconto passa per l’Africa coloniale, per poi descrivere l’avvento della guerra, con i suoi orrori, il campo di concentramento e di prigionia, il rimpatrio, la miseria, la difficile ripresa, il mondo del lavoro dagli anni ’60 al duemila e gli incredibili cambiamenti del mondo degli ultimi venti anni, le complesse relazioni umane e familiari, la ricerca spirituale, gli interrogativi di fronte alla morte e le malattie. Un susseguirsi di sfide e di lotte resistere alle quali già è un argomento di sicuro interesse.

Quello che lo fa essere anziché un documento di cronaca, un racconto ricco di patos e di umanità non è solo l’amore con il quale vengono raccolti e riportati alla luce episodi talvolta magnifici e altre volte terrificanti, ma lo sono anche una sorprendente lucidità (a 90 anni) nel ricordare fatti sepolti dagli strati inesorabili del tempo e una incredibile creatività, visto che per sopravvivere si fa letteralmente di tutto, anche le cose più curiose, come il burattinaio di strada, e il restauratore di miniature.

Ma quello che rende ancora più piacevole la lettura, e utile e liberatorio il documento anche per chi lo legge, è un certo, se non umorismo, modo di vedere le cose ironico e disincantato, anche di fronte a una serie di vicende decisamente fuori del comune e tutt’altro che facili da affrontare. Alcune di esse vere e proprie tragedie che, e questo è il punto più importante, non hanno impedito all’autore di vivere con entusiasmo e, alla fine, con sempre più amore per l’esistenza.

L’autobiografia non è solo uno strumento di autoanalisi per conoscersi, ma per conoscere la realtà della vita stessa che va ben al di là della sofferenza e della gioia, della felicità e della morte. Se per gli orientali “meditare” è “osservare la propria mente” per trascendere realtà e illusione, osservare tutta la propria vita permette di trascendere la vita stessa e la morte.

Non è una novità. Esiste in Italia addirittura una Università della Biografia. E il grande scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez aveva scritto, verso la fine della sua vita “Vivere per raccontarla”, un libro dove spiegava come una miriade di episodi reali della sua vita gli avevano dato materiale per le fantastiche storie concepite dalla sua creatività.

Ma la necessità del “raccontare” è ancora più antica. Ne parla il grande sciamano Don Juan al suo discepolo Carlos Castaneda che lo riporta nei suoi libri. Gli antichi guerrieri Toltechi la chiamavano “ricapitolazione”. Ed era un esercizio psichico profondissimo che attingeva ai ricordi palesi come a quelli più nascosti, soprattutto per dare vita alla pratica più importante di tutte: l’espansione della coscienza. Una pratica che conoscono bene gli orientali e anche gli indigeni americani, che da millenni trasmettono di padre in figlio racconti e ricordi in una danza sacra e senza fine di parole, sentimenti e sguardi.

Tale espansione non riguarda solo chi analizza i propri ricordi, chi scrive, chi ricapitola, ma anche il suo ambiente esterno, composto soprattutto da amici e familiari.

L’esercizio di mio padre, un esercizio sacro e profondo, ha permesso di espandere la coscienza mia e di tutti noi. È il fatto più importante di tutti, sempre se accettiamo ciò che ci dicono da secoli tutti i grandi maestri: l’evoluzione spirituale porta con se la progressiva perdita del senso illusorio di isolamento e di individualità, per portarsi sempre di più, all’infinito, nella comunione col Tutto.

Leggere una biografia o un’autobiografia permette al lettore di esercitarsi in una pratica importantissima: la condivisione della vita. La cosa più importante di tutte. Quello che ci permette di perdere la maledetta corazza dell’ego, per accedere alla vita universale dove non esistono il giusto e lo sbagliato, il dolore e la gioia, la sconfitta e la vittoria. Non esiste proprio tutta questa dualità, creata ad arte dalla nostra cultura scollata dalla natura. Esistono solo le vibrazioni del cosmo, di cui noi facciamo parte e che non possiamo fare altro che osservare estasiati.

Mio padre con mia madre a Rio de Janeiro, Parco Nazionale di Tijuca.

Mio padre con mia madre a Rio de Janeiro, Parco Nazionale di Tijuca

 

 

Filosofia Sciamanica – Carlos Sauer in Italia

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Carlos Sauer, brasiliano, di origine europea, ha 57 anni e durante un viaggio in California molti anni fa decise di non tornare a casa per avvicinarsi alla cultura nativa dei Cheyenne e altre tribù. Fece la sua prima capanna del sudore (sweat lodge) nel 1982. Venne poi adottato da Nelson Turtle, uno sciamano Cheyenne, nel 1993. Ha fatto un lunghissimo tirocinio con i Cheyenne, apprendendo i segreti dei canti e dei tamburi, del peyote, della capanna del sudore, del tabacco, della cosmogonia e della filosofia indigena. Si autodefinisce operatore olistico ma di fatto è diventato uno sciamano. È un curandero molto forte e discende da un lignaggio di quattro generazioni di guaritori e medium. Era una potente medium sua mamma e sono curanderas due sue sorelle.

Oggi opera in Brasile, perlopiù a Rio de Janeiro, dove conduce cerimonie di tamburi e canti, cerimonie di tenda del sudore e diverse altre pratiche sciamaniche, spesso in collaborazione con la sua compagna Juliana Ramos, psicologa reichiana e con sciamani indigeni, specie Fulni-o del Pernambuco.

Carlos sta fondando la sua propria scuola di sciamanismo e due volte l’anno viaggia in Europa e Stati Uniti per diffondere la cultura e la spiritualità native. In Brasile collabora strettamente con popoli nativi come i Fulni-o e i Guarany. Ha collaborato con diversi istituti di studi sciamanici nel mondo.

Mauro Villone e Lidia Urani operano da 25 anni in Brasile, con la loro ONG Para Ti, nata per dare sostegno a decine di bambini di famiglie poverissime delle favelas di Rio. Accanto a questa attività si è sviluppata, negli ultimi anni la ricerca sulle tradizioni e le culture indigene. Para Ti da dunque sostegno anche a popoli indigeni che vengono ospitati nella sede della ONG diversi mesi l’anno. Tra questi: Fulni-o del Pernambuco, Krenak del Minas Gerais, Huni Kuin e Yawanawà dell’Acre/Amazzonia.

Mauro e Lidia collaborano da diversi anni con Carlos e Juliana nelle attività settimanali a Rio come cerimonie, sessioni di cura, workshop, corsi, relazioni con gruppi indigeni.

La missione di Carlos, Juliana, Lidia e Mauro è quella di diffondere la cultura nativa per dare a più persone possibile opportunità di cura di anima, corpo, spirito e mente.

Questa diffusione avviene tramite l’organizzazione di cerimonie, workshop, corsi, conferenze, pubblicazioni e consultazioni private in Italia, Brasile, Europa.

Le cure individuali le effettua Carlos utilizzando sistemi tradizionali indigeni come canto, tamburo, sonagli, imposizione delle mani, massaggio spirituale, estrazioni con il respiro, induzione al rilassamento profondo, dialogo, meditazione. Le terapie le effettua insieme al fondamentale supporto Juliana, psicologa reichiana. In Italia Mauro e Lidia danno assistenza in vari modi e si occupano della traduzione simultanea dal portoghese.

Ottobre 2017 in Italia

Carlos e Juliana, accompagnati da Mauro e Lidia saranno in Italia dal 4 al 15 ottobre dove per ora è prevista una location nella splendida natura della Collina Torinese.

In questi giorni una serata sarà dedicata a un workshop per cominciare ad apprendere i canti e a suonare il tamburo.

Cinzano Torinese

In una “fazenda” italiana molto suggestiva e immersa nel verde della collina torinese abbiamo individuato la location adatta per le attività sciamaniche nell’area di Torino. È la Ca Dij Cavaij (Casa dei Cavalli in piemontese) dove Emma Trossarelli, Istruttrice Certificata Eponaquest, realizza campi, workshop e attività diverse legate all’approccio olistico agli animali e la natura.

6 ottobre – Cerimonia di Canti e tamburo intorno al fuoco

7-8 ottobre – Workshop sulla cultura e le tradizioni sciamaniche, guarigione e autoguarigione

9-10-11 ottobre – Consultazioni private

In questi giorni una serata sarà dedicata a un workshop per cominciare ad apprendere i canti e a suonare il tamburo.

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Tema dei workshop e programma

Esplorazione di diverse pratiche sciamaniche. Canti nativi con tamburi, Cheyenne, Lakota, Ojibwa,Cherokee, Chumash e Fulni-ô. Canzoni dell’orso (principale animale totem di Carlos Sauer) utilizzate durante una speciale sessione di guarigione nella quale i partecipanti in meditazione si uniscono al loro animale di potere e agli aiutanti spirituali. Il viaggio sciamanico, guarigione con l’imposizione delle mani e estrazione, anche con l’utilizzo di una pipa Fulni-ô con il loro tabacco sacro per la guarigione.

Sessioni di guarigione a gruppi. Quattro persone ruotano intorno a una, cantando e suonando il tamburo, generando un vortice di energia di guarigione.
Nella tradizione nativa la cura e la guarigione non sono un fatto individuale, ma collettivo.
Nel workshop possono manifestarsi momenti di introspezione e grande coinvolgimento emotivo.

Orari: Sabato 10-13 e 14-17; Domenica 10-13 e 14-17

Obbiettivi e benefici

Lo sciamanismo non è una religione, bensì una filosofia di vita nella quale viene data profonda importanza alle relazioni con gli altri, con l’universo e con la natura. La sapienza e la conoscenza di chi pratica lo sciamanismo avvengono nell’esperienza fisica e spirituale. La meditazione, i canti, l’uso del tamburo e altri strumenti, il fuoco, l’aria, la terra e l’acqua sono esperienze da vivere. L’obbiettivo è il raggiungimento della consapevolezza della sacralità di Sé stessi e di tutto il creato, il raggiungimento della consapevolezza dell’importanza e del significato di Sé e della propria missione nella vita.

Il riavvicinamento a questa consapevolezza è un beneficio fondamentale per chiunque, specie per le persone metropolitane e tecnologizzate, le quali nel tempo si sono sradicate e hanno perso la capacità di contatto profondo con la natura e i suoi elementi.

Per una persona che abbraccia lo sciamanismo nulla è privo di significato, ogni azione, ogni gesto, ogni accadimento viene sacralizzato e la vita quotidiana diventa così una cerimonia continua, un continuo ringraziamento al Grande Spirito.

Le attività non sono certo fine a sé stesse, bensì orientate allo sviluppo della consapevolezza e, in ultima analisi, dell’amore per sé stessi, i nostri compagni di viaggio, gli animali, la natura, gli elementi, gli spiriti, gli ancestrali e ogni altra cosa nel creato. Nello sciamanismo si perde l’erronea sensazione del duale, di vita e morte, di qui e là, di prima e dopo e Tutto diventa Uno.

Costi

Cerimonia canti e tamburi

30€ con iscrizione entro il 31 luglio

33€ con iscrizione entro il 8 settembre

36€ con iscrizione entro 20 settembre

40€ con iscrizione entro 27 settembre data chiusura iscrizioni

 

Workshop sciamanismo

320€ con iscrizione entro 08 settembre

350€ con iscrizione entro 15 settembre

370€ con iscrizione entro 22 settembre data chiusura iscrizioni

INCLUSI 2 PASTI

 

Consultazioni private

100€ con iscrizione entro 16 agosto

120€ con iscrizione entro 30 agosto

130€ con iscrizione entro 10 settembre

140€ con iscrizione entro 20 settembre data chiusura iscrizioni

VERSAMENTO SU:

ASSOCIAZIONE GENTE DELLA CITTA’ NUOVA

BANCA REGIONALE EUROPEA – AG.TORINO

IBAN:  IT85C0311101007000000005946

Mandare attestato bonifico e nomi a unaltrosguardo@libero.it

INFO: unaltrosguardo@libero.it

DOVE

Cerimonia e workshop saranno qui:

Ca Dij Cavaij – Assoc. Culturale

Via Derocati Inferiore 6/2, 10090 Cinzano (To)
Le consultazioni private in luogo che verrà comunicato più avanti.

 

Terroristi europei

Testo e foto: Mauro Villone

Huni Kuin dell'Acre (Amazzonia)

Huni Kuin dell’Acre (Amazzonia)

Dal XVI secolo dopo Cristo gli europei iniziarono a raggiungere a frotte il continente appena scoperto. Innumerevoli velieri riversavano sulle coste eserciti di soldati, religiosi e disperati in cerca di riscatto. Fu un’apocalisse.
Quello che gli europei chiamarono “scoperta” e poi “conquista”, per le popolazioni indigene fu non solo la fine, bensì una tragedia che nel XXI secolo, cinquecento anni dopo, non era ancora terminata. Loro la chiamarono, e la chiamano ancora oggi, invasione.
Ma i terroristi europei non si limitarono a invadere, bensì saccheggiarono e depredarono a piene mani. Ciò che non potevano rubare lo distruggevano. Uccidevano senza pietà i nativi e stupravano donne e bambini, con una efferatezza tale da lasciare sbigottiti persino i religiosi delle missioni che accompagnavano gli invasori. Fu, e continua ad essere tuttora, lo stupro di un intero continente e delle centinaia di popolazioni che ivi abitavano già da diecimila anni.
Nel sud del continente, la straordinaria foresta atlantica venne distrutta per il 93%. Quel che oggi ne rimane non solo non è che una infima parte di quanto c’era cinquecento anni fa, ma non è nemmeno costituita dalle specie originali. I continui e secolari flussi commerciali mescolarono anche le specie botaniche e animali. Così oggi molte piante del Sudamerica provengono da altre parti del mondo, come per esempio il mango, originario dell’India.
La foresta che costituisce lo straordinario Parco Nazionale di Tijuca, in Rio de Janeiro, non è originaria. Proviene dalla riforestazione voluta nel XIX secolo dall’imperatore Dom Pedro II, che aveva voluto ripristinare l’antico manto arboreo che era stato distrutto per collocare coltivazioni di caffè e banane.

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L’autore con Ari-tana Fulni-o, poco prima di un rituale.

Il processo in tutto il continente, che continua tuttora, era stato il seguente. Depredazione di legnami preziosi, utilizzo di altri legnami per la produzione di energia, sotto forma di carbone, incendio di quanto rimaneva per riconvertire l’antico territorio selvaggio in pascolo. I terroristi europei amavano mangiare carne, molta carne.
Quando gli armenti posano zoccolo sul terreno è finita, la trasformazione è ormai a livello chimico e ci vorrebbero migliaia di anni per ritornare a una situazione simile alla precedente.
Per rubare, depredare e sfruttare il terreno i terroristi utilizzavano a piene mani manodopera schiava. Tentarono di schiavizzare i nativi, ma con scarsi risultati. Si trattava di popolazioni troppo fiere e indipendenti che lottavano strenuamente per difendere la propria libertà, che i terroristi europei avevano perso ormai non solo da secoli, ma da millenni. Discendenti da culture tribali simili per molti versi a quelle dei nativi del nuovo continente, erano ormai diventati bestie accecate dalla sete di dominio e di potere. Nel loro continente originario, l’Europa, chi tentava ancora di resistere e si ostinava a continuare a vivere secondo gli armoniosi ritmi naturali, veniva addirittura torturato e bruciato vivo, o ucciso in modi tali che davanti al solo immaginarli si possono soltanto chiudere gli occhi. L’origine di tanta cieca violenza non è mai stato compreso, né forse è stato mai davvero indagato, addirittura forse la sua efferatezza non è nemmeno presente nelle coscienze degli europei colti di allora e di oggi. I risultati di questo modo di essere, se così si può chiamare, sono davanti agli occhi di tutti. La cosiddetta cultura occidentale sembra essere oggi alla fine. Se non si tratta della fine sarà una lunga e interminabile agonia. In ogni caso il tanto celebrato sviluppo tecnologico è stato in grado di produrre, oltre a innumerevoli strumenti utilizzati per la manipolazione di massa, oggetti micidiali il cui utilizzo anche solo di uno di essi potrebbe porre fine da subito a metà della vita dell’intero pianeta.

Xowá Tapuya Fulni-ô, nostro fratello nello Spirito.

Xowá Tapuya Fulni-ô, nostro fratello nello Spirito.

Tornando al saccheggio e all’invasione i terroristi, trovandosi di fronte a popolazioni che non intendevano farsi usare per schiavizzare a loro volta la terra, si rivolsero a un altro continente, l’Africa, anch’esso saccheggiato e depredato, dove si trovavano popoli altrettanto fieri e forti, ma più inclini alla fatica fisica, e che soprattutto gli europei deportarono a milioni, sapendo che sradicandoli dalla loro madre terra, avrebbero avuto possibilità enormemente inferiori di ribellarsi, sia sul piano tecnico che su quello psicologico. Fu un’altra tragedia, con la sua dose inconcepibile di orrori e violenze inaudite.
Oggi i terroristi europei, dimentichi del loro passato, tutti compiti e giallastri in volto, in fila davanti alle loro televisioncine, e schiavi a loro volta inconsapevoli, si scandalizzano enormemente per qualche gola tagliata da alcuni fanatici senza ragione e senza senso che scimmiottano in piccolo le loro efferate imprese di secoli prima. Grottesco.
Mentre gli europei usavano quelli che chiamavano “i negri” per saccheggiare e distruggere i territori degli indigeni, questi ultimi venivano sistematicamente distrutti nella carne con l’introduzione di malattie e con una violenza inspiegabile. Venivano anche utilizzati nelle guerre tra bande di terroristi, come per esempio tra olandesi e portoghesi, forse i peggiori di tutti. In alcuni scontri passati alla storia gli indigeni venivano mandati in prima linea a decine di migliaia ad affrontare con archi e frecce tecnologie enormemente superiori come cannoni e spingarde. I risultati erano continue stragi di persone native, a decine di migliaia. Quelli che restavano venivano massacrati, senza alcuna pietà nemmeno per vecchi, donne e bambini, a sciabolate, a centinaia di migliaia. Quelli che restavano venivano spezzati sul piano psicologico e culturale. Per esempio tagliando la lingua e le orecchie a quelli che si ostinavano a continuare a parlare la loro lingua nativa. Il processo di distruzione durò secoli (ed è tuttora in atto) e portò lentamente a circoscrivere la vita dei superstiti all’interno di territori relativamente limitati denominati “riserve”. I terroristi europei si rivelarono non solo di una ferocia del tutto sconosciuta a qualsiasi altra specie animale, ma anche invasivi, predatori e distruttivi, come sciami di cavallette. Forse gli unici animali per certi versi simili a questa specie umana: insetti.

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Iba Sales Huni Kuin, pajé e curandero, con la liana sacra dell’Ayahuasca

I nativi delle americhe, le popolazioni africane e indigene in genere avevano dalla loro parte (e hanno tuttora) una tecnologia spirituale e una conoscenza della psiche e dell’anima ben superiore a quella degli insetti terroristi. Per qualche ragione tuttora sconosciuta nessuno, né i sapienti nativi, né psicologi, sociologi, storici e antropologi occidentali sa spiegarsi perché ebbero così la peggio. Anche considerando l’enorme superiorità numerica degli umani insettoidi e la loro superiorità tecnologica sul piano materiale risulta difficile capire come mai popolazioni fortissime sul piano fisico, psicologico, spirituale e anche magico-sciamanico vennero sopraffatte in tal modo. Forse in realtà nessuno ha mai ancora indagato seriamente il fenomeno. Anche perché probabilmente non interessa nessuno che avrebbe il potere e le risorse per avviare una ricerca. Grandi antropologi, si limitarono a osservare cosa accadde, come per esempio Claude Levi-Strauss che riporta le sue osservazioni sulla distruzione delle antiche culture nel suo libro “Tristi Tropici”. Al tempo stesso io mi permetterò di abbozzare una spiegazione, grazie a quanto comunicatomi da diversi sciamani e guerrieri nativi. Ne parlerò in un piccolo libro che sto preparando.
Accadde però qualcosa di altrettanto inspiegabile allo stato attuale delle conoscenze. Alcuni gruppi di nativi si ritirarono non solo nelle riserve, ma anche in territori dell’anima inaccessibili agli europei. Tra questi, tanto per fare alcuni esempi i Sioux Lakota in Nordamerica, i discendenti degli antichi toltechi nell’attuale Messico, i Fulni-o in Brasile. Questi ultimi in particolare furono, e sono tuttora, protagonisti di una storia singolare.
Questi gruppi etnici riuscirono, in barba non solo a qualsiasi previsione, ma anche a violenze inaudite come lingue strappate e deportazioni in massa, a mantenere vivissime conoscenze antichissime, che risalgono a migliaia di anni orsono. Conoscenze che affondano le loro radici in un passato remotissimo, erroneamente designato dall’ignoranza degli studiosi europei come preistoria, nel quale era vivissima una tecnologia naturale, spirituale, farmacologica ed ecologica che i terroristi europei, tutti presi dalla loro grottesca, ridicola e inspiegabile avidità materiale e concentrati nello sviluppo di solo alcune parti di ciò che viene designato come “razionale”, non sono nemmeno in grado di concepire lontanamente.

Celendrina Fulni-o, 92 anni. Area indigena di Aguas Belas, Pernambuco.

Celendrina Fulni-o, 92 anni. Area indigena di Aguas Belas, Pernambuco.

Nel frattempo lo stupro di un intero continente è tuttora in atto, soprattutto con l’attacco continuo sul piano psicologico e sociale dei sopravvissuti, ma anche sul piano ambientale con la deforestazione sistematica di aree enormi in Amazzonia e con eventi fortuiti quali disastri ambientali che minano per sempre l’equilibrio di territori sopravvissuti miracolosamente allo scempio. Ciò che sta accadendo sta diventando irreversibile, con uno stupro ambientale che lentamente, ma con evidenza induce un cambiamento climatico che sta già tuttora minando i delicati equilibri dell’intero pianeta. Nessun leader occidentale oggi è in grado nemmeno di comprendere cosa stia accadendo. Paradossalmente i terroristi insettoidi stanno preparando il terreno alla propria autodistruzione. Sembra paradossale, ma questa razza dominante, cieca sul piano spirituale e psicologico, non sembra in grado di badare realmente a se stessa. Persino i suoi “esperti” non sembrano così coscienti del fatto di vivere una vita fittizia, nella quale i veri valori sono presi in considerazione solo sulla carta. I veri aspetti importanti della vita come le emozioni, i sentimenti, le relazioni umane, la coscienza e la devozione all’universo sono misconosciuti e considerati di secondo piano rispetto a quelli come lo sviluppo tecnologico che, peraltro, sul piano intuitivo è ben poca cosa rispetto a quello che potrebbe essere quello di un’ipotetica civiltà davvero avanzatissima. Un livello al quale non si arriverà mai, poiché lo squilibrio tra spirito e materia è tale da portare, così come sono messe le cose allo stato attuale, a distruzione sicura.
L’unica possibilità di salvezza è fermarsi un attimo e ripristinare l’antico equilibrio tra spirito e materia, razionale e irrazionale. Ma i terroristi europei non solo non sono nemmeno i grado di percepire tale necessità, tranne alcune sacche di popolazione attualmente in crescita, poiché non sono nemmeno in possesso delle capacità e delle conoscenze per poterlo fare. Unica via di uscita la presa di coscienza del fatto che c’è qualcuno, diversi gruppi sparsi sul pianeta, in possesso delle tecnologie spirituali per realizzare una simile impresa. L’unica speranza è che sia i gruppi di “coscienti” e “sapienti” occidentali, sia quelli di “coscienti” e “sapienti” nativi e legati a conoscenze antichissime, insieme, possano espandere le loro coscienze al punto da influenzare e coinvolgere sia altri individui, sia l’energia dell’intero pianeta.

L'autore con Sabino Huni Kuin a Rio de Janeiro.

L’autore con Sabino Huni Kuin a Rio de Janeiro.

Per chi è interessato ad approfondire ed eventualmente a partecipare a incontri che stiamo organizzando sia in Italia che in Brasile (Rio de Janeiro e Pernambuco), può riempire il sottostante modulo.

News Para Ti

Pheel Balliana in azione, con Tatiana e Rejane, alla festa di Natale.

Pheel Balliana in azione, con Tiziana e Rejane, alla festa di Natale.

Molte novità nella gestione e nei programmi della nostra ONG Para Ti di Rio per il 2016. Stiamo dando avvio a un nuovo corso più consono alle attuali esigenze, soprattutto dei bambini che frequentano il centro e delle loro famiglie.
Nelle favelas c’è ancora molta povertà, ma rispetto a 10 anni fa, la situazione è cambiata. Quello che necessita oggi è una presenza continua sul piano umano, educativo e culturale. Le mancanze che tali necessità devono coprire sono il senso di cittadinanza, la coscienza ecologica, il senso di appartenenza a una comunità, ma soprattutto la coscienza del proprio valore come esseri umani.
Per fare questo continuiamo ad avvalerci del supporto di 6 collaboratori, che lavorano al nostro fianco (Lidia Urani e Mauro Villone) e di diversi volontari che si avvicendano nel corso dell’anno.
Le attività principali rimangono il doposcuola, le lezioni di inglese, il gioco, la gastronomia, l’animazione, l’orticoltura più altre accessorie. In ogni caso è una nostra scelta quella di non redigere programmi troppo rigidi, dando maggiore importanza alle relazioni umane dirette e alla creatività. In questo momento abbiamo al centro circa 35 bambini, ma sono in aumento e presto accoglieremo anche bambini di altre favelas. Oltre alle lezioni beneficiano anche di colazione e merenda tutti i giorni.
Abbiamo deciso di interrompere la partnership con Favelatour, l’agenzia specializzata in escursioni nelle favelas per diverse ragioni precise. Ma in primo luogo poiché l’esagerato afflusso di turisti intralciava il regolare svolgimento delle attività. Non è stata una scelta semplice, la quale è scaturita da oltre un anno di attente valutazioni. Non ci piace il turismo di massa e preferiamo continuare a permettere di visitare il nostro Centro, unico in Brasile per tipologia, a un numero limitato di persone, dando più spazio alle relazioni con i visitatori.
Questa scelta naturalmente comporta una sfida sul piano finanziario, che cercheremo di affrontare con un incremento di sostegni privati e di turismo realmente solidale che coinvolga anche i membri della comunità povera. Non sarà una passeggiata, ma ce la faremo.
Abbiamo deciso di iniziare a pubblicare il bilancio di Para Ti. A breve renderemo disponibile, per chi ne facesse richiesta, il bilancio 2014 e, successivamente, quello del 2015. In ogni caso anticipiamo quello che è, nelle grandi linee, l’impegno finanziario.
La spesa annua per il mantenimento del Centro Para Ti e delle relative attività è di circa 140.000 Reali l’anno (intorno ai 35.000 euro, negli ultimi anni siamo aiutati da un cambio favorevole). Di questi circa 20.000 (Euro) sono coperti da donazioni, mentre il resto era coperto dall’attività turistica che è venuta meno. Riusciremo comunque a far fronte a tutte le spese di gestione grazie a parte dei proventi dell’affitto delle camere dell’annessa Guesthouse, che quest’anno andrà abbastanza bene grazie agli eventi olimpici.
In ogni caso a breve riprenderà l’attività turistica, organizzata diversamente in modo da non disturbare le lezioni.
È comunque nostra intenzione riuscire in futuro a raccogliere più fondi per la semplice ragione che, nel momento in cui avremo maggiori disponibilità, potremo rivolgerci ad altri minori che necessitano sostegno, specie gli adolescenti, che sono la fascia più a rischio, ma anche più impegnativa.
Avere maggiori disponibilità finanziarie significa poter avvalersi di ulteriori collaboratori qualificati.
I volontari sono sempre benvenuti poiché è molto importante sia per noi, che per i bambini, che per i volontari stessi questa osmosi umana, culturale e di amore.
Lo stesso vale per le donazioni, anche minime, che ci aiutano a sostenerci.
Siamo aperti al dialogo con chiunque sia interessato a collaborare per un sostegno creativo che non si limiti a inviare denaro, ma che preveda coinvolgimenti a diversi livelli. A titolo di esempio citiamo l’opportunità, per eventuali donatori, di poter usufruire di ospitalità nella nostra Guesthouse e della nostra accoglienza, in proporzione alle donazioni effettuate.
Un altro aiuto importante può scaturire dalla diffusione del nostro progetto e della nostra filosofia in Italia e in Europa. Uno dei nostri obbiettivi a medio termine, è quello di valorizzare il complesso Para Ti Guesthouse come un luogo di cura sul piano umano, emotivo e spirituale. Qui si incontrano bambini e adulti di comunità povere, artisti, professionisti, volontari, operatori olistici, sciamani indios, maestri di yoga e meditazione, viaggiatori consapevoli.
Ringraziamo tutti coloro i quali ci seguono in questa sfida, quelli che ci hanno inviato aiuti di ogni genere, quelli che, ricambiati, ci amano.
Grazie
Mauro Villone e Lidia Urani

Per ulteriori info e per richiesta del bilancio 2014, disponibile da metà Febbraio:
unaltrosguardo@libero.it

L’equivoco

di Mauro Villone

Pochi giorni fa hanno radiato dall’albo dei medici una dottoressa che sostiene di curare qualsiasi malattia con i fiori, le essenze e un supporto psicologico. La stessa dottoressa sostiene che il sistema medico-farmacologico sia una truffa ai danni dei cittadini. Era stata cuccata dalle solite Jene, bravissime per carità, che però fanno il processo mediatico prima di qualsiasi altro tipo di verifica. Una specie di inquisizione mediatica senza appello.
Dopo la sospensione della tipa c’è stato il discorsetto di Gianluca Nicoletti con un video sul giornaletto servo La Stampa. Gianluca Nicoletti l’ho sempre considerato un genio fin da quando seguivo negli anni ’90 le sue trasmissioni radiofoniche mattutine dove criticava magistralmente il fantasmagorico mondo televisivo. Continuo a considerarlo un intelligentone sorprendentemente acuto, ma si è dimostrato non solo un ignorante su certi argomenti, ma anche lui né più né meno che un servo della cultura imperante.
E adesso vado a dimostrare le mie affermazioni. Chi è interessato segua attentamente poiché la situazione è complessa.
In primo luogo il tema della malattia e ovviamente della guarigione è fondamentale e strategico per l’umanità. Si potrebbe addirittura dire che è uno dei pochi temi principali. Non posso dilungarmi troppo su questo che ovviamente potrebbe richiedere interi volumi di trattazione. Si tratta di qualcosa di così centrale da condizionare la vita di tutte le persone.
Tale formidabile campo d’azione nel tempo è diventato appannaggio solo ed esclusivamente della scienza e del razionale. Il razionale, come si affanna a sottolineare il Nicoletti nel video, è l’unica vera strada da percorrere per affrontare certe problematiche. Chi ce lo insegna? Ma la scienza stessa naturalmente, da Cartesio, Galilei e Newton in avanti. Ma occorre considerare che il razionale altro non è che la controparte dell’irrazionale, il quale esiste anch’esso e va tenuto in debita considerazione.

Curandero Indio (@lidiaurani)

Curandero Indio (@lidiaurani)

Orbene, se queste fossero solo idee mie ne sarei convinto ugualmente. Purtroppo per i deterministi però esiste tutta una linea di pensiero sostenuta persino da eminenti scienziati come per esempio Fritjof Capra (fisico delle alte energie) e Ilya Prigognine (premio Nobel per la chimica), solo per citarne un paio della sterminata serie.
Nel suo libro “Il punto di svolta” del 1982 Fritjof Capra spende quasi 400 pagine per dimostrare come ci si trovi oggi di fronte a un cambio profondo di paradigma nella visione dell’universo e delle cose.
Tornando al caso della dottoressa, guardando alcuni video in rete nelle quali ella è protagonista è difficile darle sostegno poiché si presenta come un personaggio ambiguo con uno stile di comunicazione discutibile, più facile da accettare da parte di creduloni che da parte di persone seriamente preparate. Il tipico personaggio utile da dare in pasto a Jene e Gabibbi vari. Questi predatori mediatici hanno bisogno di questo genere di persone per utilizzarli ai propri fini. Apparentemente queste trasmissioni difendono il consumatore dai ciarlatani, ma invece nella realtà utilizzano i ciarlatani per difendere il potere del sistema medico-farmacologico industriale.
Il sistema televisivo si guarda bene dal mandare in prima serata documentari seri su quelle che sono medicine alternative, nuove idee, correnti di pensiero diverse. Queste le puoi trovare al massimo su qualche rete secondaria alle tre di notte o, molto più facilmente in Internet. Ma il mainstream, quello che condiziona fortemente la grande massa di persone che vengono riempite di farmaci velenosi e di cure inutili tutti i giorni, rimane totalmente condizionato dallo strapotere dell’industria ospedaliera, delle case farmaceutiche e dei produttori di cibo velenoso.
Mentre esiste un movimento che si va allargando sempre di più il quale è a conoscenza del fatto che energie sottilissime, le quali non sono affatto estranee nemmeno al corpo umano, possono agire profondamente su di esso e guarire, così come far ammalare.

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Una quantità considerevole di ricercatori seri ha dimostrato come sciamani, guru, meditatori, utilizzatori di terapie legate ai colori, ai suoni, alle essenze delle piante, possano curare molto seriamente l’organismo umano e l’ambiente. Non solo, ma l’importanza dell’aspetto psicologico nella cura delle malattie, ormai ampiamente riconosciuto anche dalla scienza cosiddetta ufficiale, può essere enormemente ampliato dalle tecniche di meditazione che hanno più di 10.000 anni. Persino la magia ha un suo senso e le sue ragioni tutte da approfondire. A tal proposito è interessante notare come un personaggio come il mago Silvan, persona estremamente gradevole e di altissimo livello professionale, sia utilissima al sistema poiché in grado di dimostrare che qualsiasi cosa può essere realizzata con dei trucchi. Molti dimenticano però, a proposito di razionalità, che dimostrare che qualsiasi cosa possa essere rifatta con dei trucchi non dimostra affatto che tutte le cose che si imitano con i trucchi non abbiano una loro realtà inspiegabile sul piano razionale.
In sostanza, come mi pare di avere dimostrato, tutto il sistema mediatico mainstream, incluso quello che vorrebbe sembrare alternativo e un po’ rivoluzionario, sia in realtà funzionale al mantenimento della credulità popolare nello schifo che viene pubblicizzato nei loro spazi pubblicitari stampati e video. È ovvio. Figuriamoci se hanno interesse ad andare contro ai loro avidi sponsor che li coprono d’oro.
Personaggi come la dottoressa in questione, che paiono ambigui per il modo di comunicare, ma la cui filosofia è condivisibile e da approfondire prima di giudicare, o altri sono una manna per i venditori di merda chimica. Pochi hanno la capacità, la voglia, l’umiltà di andarsi a informare veramente, di studiare come stiano esattamente le cose e conseguentemente di avere il coraggio di rimettere tutto in discussione.
Difficile che servi del potere come Nicoletti, Gabibbi e Jene, con quello che prendono al mese, abbiano voglia di mettersi in discussione e perdere a loro volta potere, prestigio e, soprattutto, denaro e posizione sociale. Meglio continuare così.
Un altro col quale è persino impossibile parlare è Cecchi Paone, il leccapiedi di Veronesi. Tutti insieme sono una macchina da guerra inespugnabile, almeno apparentemente. In realtà io credo si stiano aprendo degli spiragli che sembrano diventare rapidamente delle voragini, vista la deplorevole situazione nella quale oggi versa l’umanità che si è affidata alle meraviglie del “razionale”. Razionale un corno, poiché davvero qualsiasi persona davvero ragionevole dovrebbe riconoscere che esiste una controparte “irrazionale” che va perlomeno considerata, valutata, approfondita e, soprattutto, non demonizzata. Trasmissioni televisive e giornalisti seri invece di dedicarsi alla caccia alle streghe (che fa fare soldi) potrebbero passare il tempo più proficuamente cercando di capire cosa di positivo c’è in giro di poco conosciuto e che possa aiutare le persone che a loro sta così a cuore “salvare” dai ciarlatani.
Ci stiamo avviando verso un’epoca nella quale per migliorare le cose occorre avere una mente aperta e considerare tutte le possibilità, con umiltà e senza dare niente per scontato.

Gli Uomini-giaguaro

uomo-giaguaro

Testo: Mauro Villone – Foto: Lidia Urani

La cortese domanda di un’amica su Facebook mi ha indotto a scrivere questo breve post per spiegare cosa stiamo facendo a Rio.
Il nostro centro Para Ti, oltre ad essere destinato a dare amore, rifugio, educazione e sostegno a bambini dai 5 ai 12 anni che abitano in povertà nelle favelas, lo abbiamo fatto diventare un laboratorio culturale per tutti, nel quale si intrecciano esperienze di viaggio, volontariato, meditazione, yoga, danze tribali, pitture corporali, canti indigeni, world music, ecoturismo, antropologia visuale, fotografia, giornalismo scritto e video.
Qui si incontrano artisti, scrittori, fotoreporter, giornalisti, videomaker, tribù indigene, curanderos, volontari, gente che abita e vive nelle favelas, attori di teatro e cinema, registi, meditatori, coreografi, antropologi, viaggiatori, avventurieri, studiosi, escursionisti, subacquei, surfisti e parapendisti.
Essendo tutto il lavoro al centro focalizzato sull’espansione della coscienza accettiamo (e attiriamo) solo persone dotate di consapevolezza umana ed ecologica, interessate ad approfondire le loro vite e ad espandere le loro coscienze nel massimo rispetto di tutta l’umanità e del pianeta.
Abbiamo chiamato di nostra iniziativa questo tipo di persone Uomini-giaguaro o Donne-giaguaro. Non si tratta di una categoria, un gruppo o un’etichetta. È semplicemente un modo di dire degli indios che ci piace molto e che abbiamo fatto nostro.
Gli indios brasiliani parlano spesso di donne-giaguaro o uomini-falco, tanto per fare un esempio, poiché per loro è normalissimo associare un certo comportamento umano in armonia con l’universo e la natura a quello di un qualche animale. Una delle strade sciamaniche più percorse è quella che porta alla natura e al mondo animale. Gli sciamani cercano di DIVENTARE come animali, poiché gli animali, indipendentemente dal fatto che pensino e ragionino o meno, “SANNO”. Ogni persona, anche se non è consapevole (e la stragrande maggioranaza degli urbanizzati ne è del tutto all’oscuro, anche se ha un cane o un gatto in casa) ha uno o più animali-totem. Spiriti guardiani che hanno un legame con egli e che lo guidano nell’altromondo, gli insegnano, lo mettono alla prova, gli danno forza, amore ed energia. Una persona può trasformarsi in donna-giaguaro, uomo-falco o qualsiasi altro animale. Può abbandonarsi al potere del serpente, all’amore di un’orsa, alla libertà di un condor.
Gli Uomini-giaguaro è un nostro modo di dire per indicare persone che hanno consapevolezza di essere centri energetici immersi nell’universo e nella natura e di dover lottare per salvaguardare la Madre Terra e tutto quello che ci sta sopra, dentro e attorno. Si tratta di persone qualsiasi, né superiori né inferiori alle altre, che non è detto debbano avere la vernice sulla faccia e i fiorellini in testa, ma che, più o meno consciamente, hanno deciso di combattere per arrivare a godere a fondo di ciò che è normale: l’amore, la solidarietà, la condivisione, la bellezza, la coscienza cosmica, la profonda essenza mitica della Vita.

L'autore con Ari-tan, capo di un gruppo di Fulni-o. Mio pittore corporale, artista e danzatore al quale offro la mia più profonda gratitudine per avermi fatto scoprire il mio grido di combattimento.

L’autore con Ari-tan, capo di un gruppo di Fulni-o. Mio pittore corporale, artista e danzatore al quale offro la mia più profonda gratitudine per avermi fatto scoprire il mio grido di combattimento.

Laura Boldrini in visita alla nostra ONG Para Ti

Laura Boldrini con Lidia Urani e alcuni bambini del Centro Para Ti a Rio.

Laura Boldrini con Lidia Urani e alcuni bambini del Centro Para Ti a Rio. (Foto: Allan Baltar)

La visita di ieri della Presidente della Camera Laura Boldrini alla nostra ONG Para Ti è stata un grande successo. Accolta da Lidia Urani​ e tutto il nostro staff a Villa Urani, ha poi visitato il Centro Para Ti gremito di bambini e di amici della favela di Vila Canoas dove operiamo. Erano presenti inoltre lo staff della Presidente, l’ambasciatore e il console, lo staff della RAI corrispondente a Rio. E’ stato un piacevole riconoscimento istituzionale, soprattutto del lavoro umanitario trentennale della famiglia Urani. Ed è stato un riconoscimento per tutti noi e per il nostro staff per la capacità di far incontrare due mondi distanti, come una favela di gente povera e istituzioni dello stato. Laura Boldrini e Lidia dopo aver parlato a lungo e giocato con i bambini si sono scambiate alcuni doni, come per esempio il libro autobiografico di Franco Urani, il mio libro Il Mistero della Libertà e i disegni realizzati per l’occasione dai nostri bambini. In seguito sono state in visita a piedi all’interno della favela e all’asilo per i bambini piccolissimi, realizzato dal padre di Lidia Franco Urani, negli anni ’80.
La nostra speranza è che questo incontro, al di là dell’utile e piacevole scambio umano e culturale, possa condurre ad azioni concrete, come per esempio, secondo quanto sostenuto dalla Presidente Boldrini, un contatto fruttuoso con Marchionne e la FIAT, che finora non ha mai sostenuto il nostro Centro, nonostante Franco Urani fosse stato il primo realizzatore dell’azienda in Brasile. Se accadesse significherebbe la possibilità concreta di aiutare più gente ed espandere il concept Para Ti sia a Rio che altrove coinvolgendo ancora di più istituzioni, volontari e artisti nel processo rivoluzionario che abbiamo avviato.
Ringraziamo tutti i cari amici che hanno reso possibile il successo dell’evento.

Perché Charlie Hebdo è a Parigi

di Mauro Villone

Potrebbe essere a Londra e chiamarsi Charlie Week, o in Italia e chiamarsi Il Foglio di Charlie, ma è a Parigi e non è certo un caso. Negli ultimi giorni ho letto alcuni articoli su giornali e blog di autori che spiegavano perché loro “non sono Charlie”. Li capisco perfettamente poiché è vero che Charlie Hebdo spesso ha esagerato con vignette irriverenti, è vero che adesso è diventato di moda schierarsi dalla parte di un giornale che molti forse non apprezzavano così tanto. C’è chi critica, non senza ragione, l’accanimento di certi vignettisti verso certi argomenti, in particolare di tipo religioso. Qui a Rio c’è molta gente che sostiene come sarebbe stato meglio non andare a rompere le uova a qualcuno troppo suscettibile. È come andare a giocare con i calabroni, non è saggio, mi hanno detto. Può darsi. Peccato che i musulmani non siano insetti, fino a prova contraria, bensì adepti di una religione più antica della stessa storia d’Europa. Dunque esseri umani con una grande responsabilità. Il fatto è che alcuni di loro hanno il cervello e l’anima distrutti da una propaganda, per l’appunto, millenaria.

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Si tratta di estremisti e fondamentalisti, che esecutano persone segando loro il collo, compiono stragi, seminano il terrore. Purtroppo questa perversione sociale trova i suoi semi in un ambiente sociale che non è mai troppo chiaro. Amo i paesi musulmani. Sono stato più e più volte in Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Turchia, Nigeria, Serbia. Anche nella mia città, Torino, c’è una moschea. Ci sono entrato e mi permisero pure di farci delle fotografie. Sono entrato nelle moschee, sempre con il massimo rispetto, con attenzione a far indossare un velo sui capelli alla eventuale amica o amiche che potessero accompagnarmi, mi raccoglievo in meditazione nel fresco dei magnifici spazi di questi santuari, apprezzavo l’assenza di icone e immagini, talvolta mi fermavo a parlare con qualche fedele, apprezzandone la devozione e la saggezza. Adesso non ho più troppa voglia di andarci. O meglio, mi piacerebbe, ma mi fa schifo avere un po’ di paura. Che bel risultato che hanno ottenuto questi “fedeli”. Ma non si può pretendere che cervelli distrutti dalla propaganda abbiano ancora capacità di riflettere sul disastro ormai combinato.
Ma torniamo a Parigi.
Ho alcuni amici francesi e non mi è passata certo inosservata la loro avversione per qualsiasi tipo di indottrinamento. Partecipando in passato, anche come relatore, a convegni sulle nuove religioni, ho appreso come il governo francese sia particolarmente guardingo e perfino repressivo nei confronti di qualsiasi movimento religioso, anche se non necessariamente messianico o fondamentalista. I pericoli in effetti esistono ed esistono persino, in diverse parti del mondo, agenzie specializzate di teste di cuoio in grado di strappare a sette di vario tipo ragazzi a cui è stato fatto il lavaggio del cervello, per restituirli ai loro genitori, previo periodo di riadattamento alla società cosiddetta civile. Cioè in altri termini la situa è complicata e non c’è niente da ridere.
Per tornare ai francesi non è che li difenda a spada tratta, spesso sono dei presuntuosi saccenti che pensano di sapere tutto loro e di potersi permettere il lusso di spiegare a tutto il mondo come si fa. D’altra parte la loro sicumera poggia su basi solide e antiche, tra le quali quelle dell’illuminismo. Sebbene io abbia una sviscerata passione per l’irrazionale, mi rendo perfettamente conto di quanto sia fondamentale la ragione. Si tratta di due facce della stessa medaglia: l’essere umano. E sentite cosa diceva Voltaire nel suo “Dizionario Filosofico a proposito dell’Islam.

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“Che cosa rispondere a un uomo il quale vi dice che preferisce ubbidire a Dio che agli uomini e che, di conseguenza, è sicuro di meritare il cielo sgozzandovi?
Di solito sono le canaglie a guidare i fanatici e a mettere loro in mano il pugnale; somigliano a quel Vecchio della Montagna che faceva, si dice, gustare le gioie del paradiso a certi imbecilli, e prometteva loro un’eternità di quei piaceri di cui avevano avuto un assaggio, a condizione che andassero ad assassinare tutti coloro che egli avesse indicato.A questa malattia epidemica non c’è altro rimedio che lo spirito filosofico, il quale, man mano diffondendosi, addolcirà finalmente i costumi degli uomini, prevenendo gli accessi del male: perché, non appena questo male fa dei progressi, bisogna correr via, e aspettare che l’aria si sia purificata. Le leggi e la religione non bastano contro questa peste degli animi; la religione, invece di essere per loro un alimento salutare, si tramuta in veleno nei cervelli infetti.”
Aggiungo che, sorprendentemente, sono passati quasi 300 anni da quando Voltaire aveva scritto la tragedia: “Maometto, ossia il fanatismo”. Probabilmente accadesse ora lo farebbero a pezzi insieme a tutti gli altri enciclopedisti.
Questo è il retaggio su cui poggia la critica francese, che si esprime anche con dei disegnini. Sono presuntuosi, d’accordo, ma la ragione è appannaggio di tutti e non è nemmeno necessario essere Voltaire per rendersi conto di come stiano le cose. Questo per spiegare per quale ragione, anche se spesso non mi fa impazzire la mancanza di rispetto tipica di qualche vignettista, credo che il mondo occidentale faccia benissimo a mostrare coesione contro la mostruosità del giocare con la sofferenza e con la morte per l’obbedienza cieca a un libro, un dio, una religione, come sempre inventati da qualcuno prima o poi.
La libertà non è una teoria, la libertà è in primo luogo la celebrazione quotidiana della vita, nella quale gioca un ruolo fondamentale l’accettazione profonda della morte, che dovrebbe essere rispettata da qualsiasi essere umano, a maggior ragione se si professa fedele di un Dio che è Grande.

Animali o Déi

Testo e foto: Mauro Villone

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Ho da poco terminato di leggere il best-seller di Yuval Noah Harari, uscito in Italia nel maggio 2014. “Da Animali a Dei, breve storia dell’Umanità”.
Yuval Noah Harari è un giovane ricercatore e docente di storia all’università di Gerusalemme. Il libro è interessantissimo e, francamente, utile per avere una visione globale della storia e di quello che sono i meccanismi di interazione tra l’uomo, la natura, le leggi fisiche. Ma durante tutto il tempo della pur piacevole lettura ho avuto la sensazione che qualcosa non tornasse. Ho dovuto arrivare alla fine del volume e poi riflettere a lungo per riuscire a capire cosa fosse. E alla fine ce l’ho fatta. Naturalmente si tratta del mio punto di vista opinabile, ma che supporto con argomentazioni che scaturiscono da lunghe ricerche.
Ritengo che Harari sia di fatto un autore di regime. Non nutre dubbio alcuno sulla veridicità della storia, sui meccanismi evolutivi, biologici e sociali. Per lui la storia è quella che è e che sappiamo. L’essere umano è una scimmia evolutasi per una serie di accidenti sorprendenti. Il cammino dell’uomo per lui è un susseguirsi di fatti, incluse le rivoluzioni, che hanno portato l’uomo ad essere ciò che è ora. In particolare le rivoluzioni sono eventi necessari allo sviluppo, determinate da problematiche sociali o scoperte tecnologiche. Sarebbe tutto condivisibile, infatti lo condivido in gran parte. Ma.
Ma l’autore, essendo uno scientista determinista, non tiene affatto conto di numerosi fattori, per il semplice fatto che per lui non esistono, come non esistono per gran parte della scienza ufficiale in genere.

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In primo luogo glissa sapientemente su quello che è lo sviluppo della coscienza, di cui lui, in qualità di storico, non può sapere nulla. Ne sanno poco persino psicologi, sociologi, medici, biologi e cognitivisti. Non accenna poi minimamente a quello che, secondo filosofie orientali o comunque non occidentali o antiche, è la faccia spirituale dell’uomo. Faccia spirituale che si manifesta non solo nei pensieri e nei sentimenti, ma anche in veri e propri concetti come corpo eterico, corpo astrale, anima, spirito, chackras, aura. Si tratta di concetti che la scienza occidentale fatica ad accettare. E dico occidentale in contrapposizione anche agli studi “oltre cortina” di numerosi scienziati russi, che sono giunti in Europa e in America solo grazie a studiosi e a curiosi di esoterismo, e che sono studi scientifici a tutti gli effetti, ma misconosciuti dal mondo accademico occidentale. Uno fra molti quello dei coniugi Kirlian, i quali misero a punto ancora negli anni ’40 una camera che permette di fotografare l’aura umana. Lo scienziato russo Konstantin Korotkov, direttore del Research Institute of Physical Culture di San Pietroburgo, meno di un anno fa avrebbe fotografato l’anima di una persona con un dispositivo bioelettrografico nel momento esatto in cui lascia il corpo. Di fatto Korotkov ha scattato la foto con la tecnica Kirlian, da lui modificata e perfezionata con una tecnica particolare.

A questi concetti è legato quello di “Prana”, conosciuto da millenni in India e in generale in oriente, ma anche presso gli indios del continente americano che lo designano come “Forza”. L’energia presente in tutto l’universo, nell’uomo, nella natura. Energia difficilmente percepibile da chi non sia particolarmente allenato, ma che viene largamente sentita e condivisa da ricercatori spirituali di ogni parte del mondo, è visibile in condizioni particolari ed è persino misurabile con alcune macchine.

La notte della taranta. Puglia.
Si tratta di aspetti dell’esistenza umana che, sebbene ormai da tempo interessino fasce sempre più ampie di popolazione, inclusi non addetti ai lavori, rimangono marginali sul piano mass-mediatico e su quello scientifico ortodosso.
Per Harari oggi ci troviamo di fronte a una rivoluzione digitale, e l’uomo, nell’impasse in cui si trova, dovrebbe riuscire a utilizzare al meglio le nuove tecnologie per diventare qualcosa di diverso. Come una macchina però. Una visione tutto sommato allucinante nella quale l’autore cita anche la possibilità, per alcuni esseri umani (pochissimi privilegiati), di diventare a-mortali in un futuro non troppo lontano, grazie alle biotecnologie. In sostanza per lui biotecnologie, robotica, digitale sono i mezzi per diventare uomini diversi in futuro ed essere grandi come lo furono la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Mi viene persino il sospetto che qualcuno lo finanzi. Da un’intervista a La Stampa risulta questa dichiarazione (il virgolettato è suo): È questa la scelta che «spetta alla nostra generazione»: usare la tecnologia «per perfezionare l’uomo» o «sostituirlo con i robot». «Dobbiamo decidere cosa diventare».
Perfezionare l’uomo. È sorprendente come questo coltissimo ebreo parli come i nazisti. C’è da riflettere seriamente.
Non mi fa alcuna impressione la sua cattedra altisonante a Gerusalemme e nemmeno che il suo libro sia un best-seller interessante e scritto benissimo. Mi dispiace per lui, ma credo profondamente che quello che vogliamo diventare abbia solo in parte a che fare con la tecnologia, la quale potrebbe rivelarsi utilissima o anche del tutto inutile per quello che l’uomo è chiamato a fare, ovvero un salto di stato di coscienza. Non escluderei che le tecnologie possano aiutarci, anzi probabilmente accadrà, ma il futuro dell’uomo si dovrà giocare su un piano completamente diverso, che è quello dello sviluppo della coscienza ottenuto utilizzando tecnologie spirituali antichissime, magari rinnovate e adattate. Ma «immaginare nuove realtà per non essere risucchiati dal passato» come dice lui non è una faccenda da élite scientifiche e di governo, bensì un cambiamento profondo di ogni singolo individuo, per avviarsi su un piano di coscienza completamente diverso che vedrà uomo e natura non più come antagonisti ma come un tutto armonico. Per fare questo non servono robot, uomini a-mortali o computer, bensì comuni mortali capaci di immaginare sì, ma scenari che solo una visione profonda può permettere.
Siamo alle solite. La scienza e la cultura ufficiale pontificano e spiegano com’è e come non è, e cosa si deve fare. Mentre gli esseri umani che “non stanno al passo” dovranno lasciare spazio a quelli che «potrebbero essere dei super-esseri umani, grazie all’incrocio tra biologia e alta tecnologia, oppure degli esseri artificiali» (è sempre Harari che parla nell’intervista a La Stampa). Ammazza!

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Per fortuna ci sono anche in occidente scienziati diversi, come Leonard Susskind, per esempio, fisico teorico della Stanford University e studioso dei quanti e della teoria delle stringhe, il quale ha ipotizzato il “paradigma olografico”, nel quale in estrema sintesi (semplifico molto), l’universo potrebbe essere un ologramma proiettato dal pensiero. Lo dichiara, e lo argomenta, nel suo saggio “La guerra dei buchi neri”. Un concetto sorprendentemente simile al mito degli aborigeni australiani, i quali credono che il mondo sia “sognato”.
Fritjof Capra, fisico e teorico dei sistemi, autore del famosissimo “Tao della fisica”, ha dato avvio, insieme ad altri ricercatori di tutto il mondo, a quello che potremmo sintetizzare come il pensiero della “Nuova alleanza” tra uomo e natura. Le visioni di questi scienziati, filosofi e ricercatori, portano a concepire davvero un nuovo mondo, dove concetti come “competizione, superiore, migliore, caso, gerarchia, attacco, difesa” sarebbero ormai vetusti, sostituiti da “cooperazione, compassione, amore, coscienza, profondità, sincronicità, condivisione, armonia”. Saranno l’argomento di uno dei miei prossimi articoli.

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Suonare il colore

Elena Vecchi e Iano Nicolò sono due artisti di rilievo che vivono in Piemonte, per l’esattezza nel Monferrato, in una casa rossa tra le colline presso Costigliole d’Asti. Oltre che di una casa accogliente, si tratta di un vero e proprio atelier/laboratorio di arti plastiche, visive e sonore. Un paradiso per creativi. Da qui escono progetti artistici, di arte-terapia, di grafica e musica, tra i quali quelli del gruppo storico Arti&Mestieri, di cui Iano è il cantante.

Iano

Iano Nicolò con una delle sue creazioni: Bumba. Bombola modificata che diventa uno strumento a percussione, come un vibrafono. Ph.: Mauro Villone

Elena e Iano li ho visti per la prima volta anni fa al festival Collisioni, dove, in una chiesa, suonavano le “Bumbe”, bombole di birra e di gas, modificate da Iano e decorate da Elena, che producono suoni simili a quelli di un vibrafono. Mi innamorai subito del concept e pensai che tali suoni potevano servire per sonorizzazioni e meditazioni. Non vorrei dilungarmi troppo, ma la creatività di questi due signori è davvero sorprendente. Fatto sta che siamo diventati amici e ora collaboriamo su diversi fronti, anche a Rio de Janeiro. Ma andiamo per ordine e parliamo di come sono arrivati a “suonare il colore”.
UAS (Unaltrosguardo/Mauro Villone): “Elena, come siete arrivati a suonare il colore?”
Elena (Elena Vecchi): “La forza del colore è qualcosa che va ben al di là delle impressioni visive ed emozionali, la luce ci circonda e ci avvolge quotidianamente. Il colore di per sé è vibrazione, che si muove secondo le leggi della fisica, secondo frequenze e lunghezze d’onda. Il colore agisce per tanto sugli organismi viventi e sull’uomo da un punto di vista fisico, chimico e sensoriale, organico. Nella storia e nelle culture il colore ha acquisito varie funzioni simboliche e da anni mi interesso di studiare queste simbologie sia per passione sia in relazione al lavoro che svolgo con le terapie espressive indirizzate ai bambini e nei corsi di formazione per adulti. Da questa ricerca sono nati vari percorsi mirati a divulgare la conoscenza del potenziale comunicativo del colore, alcuni destinati ai piccini fin nel periodo della scuola per l‘infanzia, altri proposti alle persone che vogliono sperimentarsi attraverso esperienze pittoriche di ricerca interiore.”

Elena Vecchi- Autoritratto

Elena Vecchi – Autoritratto

UAS: “Dunque si tratta di percorsi che si possono sperimentare.”
Elena: “Senza dubbio. Due anni fa ho incominciato a lavorare su un metodo semplificato che potesse introdurre la conoscenza comunicativa, espressiva del colore per i bambini molto piccoli, di 3-5 anni, e dalle esperienze dei laboratori è nato un piccolo libro autoprodotto che racconta la relazione tra emozioni, colore e circolarità della vita: “Il cerchio di tutte le cose”. La storia di un cerchio in cui i colori entrano in un susseguirsi di eventi emozionali e mutano seguendo un iter di circolarità narrativa. Il cerchio come simbolo dell’individuazione di sé che compie il bambino intorno all’anno e mezzo, il mandala evolutivo, in cui i colori accompagnano il percorso verso la scoperta dei cicli della vita e delle emozioni correlate.”
UAS: “Molto interessante. Tra l’altro anche Jung pose l’accento sulla valenza terapeutica dei Mandala, cosa che, tra l’altro, ho sperimentato personalmente con un Maestro Buddista. Sono decenni che circolano idee simili.”
Elena: “Infatti. Avvicinatami al metodo Steineriano di pittura antroposofica e alle ricerche di Goethe e Kandinsky risalenti al periodo dell’Accademia di Brera, ho sviluppato un percorso personale di sperimentazione del colore che utilizzo negli incontri di pittura per adulti.
Da qui è nato il desiderio di affiancare all’esperienza sensoriale del colore dal punto di vista visivo e pittorico, quella dell’aspetto sonoro, che ha portato allo sviluppo del progetto “Vibrare con colore” e al coinvolgimento di Iano Nicolo’ (musicista, cantante e compositore).”
UAS: “In effetti, come ci insegna la fisica, tutto e vibrazione, in particolar modo luce e suono, si tratta solo di lunghezze d’onda differenti. Ma come avete fatto a rendere queste relazioni tra luce e colore reali e utilizzabili sul piano terapeutico?”
Elena: “Attraverso la ricerca di materiale letterario sulle sperimentazioni e gli studi legati al suono e al colore, attivati fin dal ‘500 e poi sviluppati in tempi più recenti da artisti, musicisti e scienziati fino all’interessante studio di Luigi Veronesi, Iano ha messo in pratica alcune indicazioni, componendo 3 brani originali di 15 minuti. Uno dedicato al Blu, uno al Giallo e uno al Rosso, arricchendo il percorso di interpretazioni personali e sfumature sonore. Il progetto è nato due anni fa come ricerca sulla valenza curativa del colore puro. Un percorso esperienziale di immersione nella materia fluida del colore liquido, attraverso la pittura e l’avvicinamento dal punto di vista antroposofico. Occorre ascoltare ciò che il colore porta alla nostra coscienza, senza alcun tentativo di controllare su di lui alcuna forza formale, se non rispettandolo nelle sue caratteristiche vibrazionali, seguendo una strada puramente sensoriale, di abbandono e di arricchimento immaginativo.
Il desiderio di completare l’esperienza con l’accostamento del suono, ricercato secondo gli stessi canoni, ha orientato la nostra ricerca verso gli studi delle frequenze percepibili dall’orecchio umano e sulla corrispondenza di una scala tonale, cercando di tradurre la potenza vibrazionale del colore, in suoni.
Iano ha lavorato alla realizzazione di brani appositamente elaborati in linea con gli obiettivi del percorso.”

Alcune delle crazioni di Elena, dal suo Atelier - Ph: Lidia Urani

Alcune delle crazioni di Elena, dal suo Atelier – Ph: Lidia Urani

UAS: “Con un effetto straordinario devo dire.” (Ho sperimentato i brani su me stesso in meditazione profonda.)
Elena: “Si tratta di un viaggio emozionale attraverso la luce colorata, dove il colore suona e riverbera come esperienza sensoriale, per aprire finestre sul mondo interno soggettivo e nello stesso tempo universale. Partendo dalla sperimentazione del colore dal punto di vista dell’ascolto possiamo entrare in uno spazio fuori dal tempo lasciandoci accompagnare in un viaggio ricco di visioni immaginative, ricco di scoperte e memoria evocativa.
Ascolto visivo, ascolto uditivo, ascolto organico.
UAS: “Chi volesse sperimentare questa metodologia su se stesso cosa deve fare?”
Elena: “La fruizione di questo progetto comporta la sperimentazione completa del colore secondo 4 tappe:
-ricezione della luce colorata, insieme ai suoni della composizione musicale;
-ascolto e sperimentazione del movimento energetico insito in ciascun colore;
-restituzione dell’esperienza attraverso la pittura fluida;
-ricerca evocativa delle forme rivelate.

Un primo appuntamento per vivere l ‘esperienza sarà Domenica 8 febbraio preso Lo Spazio del Sé di Nizza Monferrato.
In settembre sperimenteremo la terapia artistica a Rio de Janeiro presso la Para Ti, immersi nella foresta del Parco Nazionale di Tijuca.

Elena Vecchi svolge pratica e ricerca nel settore della terapia espressiva e delle tecniche pittoriche. Iano Nicolò è cantante, musicista e compositore: si occupa di ricerca sonora sperimentale, anche con l’utilizzo di materiali inconsueti e di recupero. Sono compagni nella vita, e collaborano a progetti sperimentali da dieci anni.

Info: vempart@libero.it