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Vivere e morire

Testo e foto: Mauro Villone

Se qualcosa non funziona nella vostra vita, date un’occhiata all’apertura nei confronti di altri, che non siano solo parenti stretti e amici. Forse lì c’è la risposta.

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Da ormai decenni dedico parte del mio tempo alla ricerca in ambito spirituale, filosofico, psicologico e, come si suole dire, nel campo del benessere olistico. Niente di strano o di particolare, si tratta di un’attività utile e piacevole.
Nel corso degli anni mi sono imbattuto in una quantità di corsi, associazioni, stage, maestri, attività di ogni tipo. Alcune, la maggioranza, interessanti, altre meno. Ma ciò che intendo sottolineare, relativamente a questo settore, è una cosa specifica. All’interno di esso si parla spesso di amore. È una cosa del tutto naturale poiché rappresenta uno dei punti fondamentali per ottenere un benessere psicofisico globale. Ma in sostanza, e questo lo sostengo dopo lunghi anni di esperienza personale, l’amore di cui siamo protagonisti attivi o ricettivi è ben poca cosa rispetto a quello che dovrebbe o potrebbe essere. Se ci fate caso l’amore nella nostra cultura si riduce spesso all’amore di coppia, esaltato e celebrato (per fortuna), a quello per i figli e per i genitori, a quello per la famiglia in generale. Ci sono poi le amicizie e i gruppi di amici nei quali, sebbene di amore si parli, il concetto viene leggermente meno, e poi altre situazioni sociali nelle quali l’amore forse è sottinteso, ma non è che se ne parli così tanto. Se poi queste situazioni sono quelle aziendali o di condominio, immaginare di “amare” i propri colleghi o i propri condomini è una cosa che fa quantomeno sorridere, se non sbellicarsi dalle risa. Anzi, in certi contesti, parlare d’amore è addirittura un tabù, o magari è imbarazzante.
Il concetto di “condomini” fa venire l’orticaria al solo pensarci, ma in realtà persone con le quali condivido lo spazio nel quale abito, vorrei poterle amare e mi piacerebbe condividere con loro esperienze emotive e di vita. Sarebbe quantomeno sano e normale e invece sembra ridicolo persino pensarci. Ma il fatto è che la nostra convivenza sociale è talmente marcita in profondità da dare per scontato che certi contenitori è meglio non solo non aprirli, ma dimenticare addirittura che esistano.

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Tornando ai corsi e agli stage di cui parlavo in apertura è incredibile come essi pongano l’accento, anche per quanto riguarda i sentimenti, sulle relazioni familiari più strette che, oltretutto, spesso non vanno affatto bene. E le famiglie che funzionano bene, di solito sono rinchiuse in se stesse. Certamente sono in tanti quelli che si commuovono a vedere in TV i morti nelle alluvioni e i bambini pieni di mosche, ma sono pochissimi quelli che si aprono davvero a una dimensione d’amore allargata che vada ben al di là delle proprie ristrette relazioni personali, interessando gruppi anche molto vasti, fino ad arrivare a tutta l’umanità. Si tende a credere che questo tipo di atteggiamento sia riservato a pochi maestri eccezionali, ma in realtà credo di poter affermare che si tratterebbe dell’unica strada plausibile per guarire definitivamente tutti, sia sul piano individuale che su quello sociale. Ovvero, sempre parlando di corsi, stage e psicoterapie o percorsi spirituali, è sorprendente come essi si concentrino tutti sull’individuo e sui suoi problemi personali, che di solito sono una pletora di fisime nate in un contesto di vita più o meno agiata, ma comunque distante dalla natura (non basta il giro in bici o in sci del fine settimana, o vivere in una casa nel bosco – il punto è la mancanza di contatto profondo con gli elementi naturali) e staccata dalla terra, dall’aria, dall’acqua e, in generale, dalla consapevolezza.
Tutto si riduce sempre a cosa ti hanno fatto il papà e la mamma o forse qualcun altro quando eri piccolo o magari, con le costellazioni familiari, cosa hanno fatto i tuoi bisavoli o tua zia, quando tu non c’eri, o ancora cosa ti è successo nelle vite precedenti. Comunque si tratta sempre e solo di te, tu e ancora tu. Io, io, io.
Tempo fa lessi le dichiarazioni di un etologo che spiegava come cani e gatti, e in generale gli animali domestici sono in realtà perennemente cuccioli, hanno sempre cuccia, cibo e coccole gratis, senza doversi sbattere. Non crescono mai. Nella realtà questo fenomeno si palesa anche nelle società umane occidentali. Si rimane piccoli, fino alla vecchiaia. Non sono mica solo io a sostenerlo, ho dei predecessori illustri. Uno fra essi è Murray Bookchin, scrittore e docente universitario, il quale affronta l’argomento nel suo libro “L’ecologia della libertà”. La sicurezza, insieme alla schiavitù, il posto fisso, le regole predeterminate, gli orari inderogabili hanno fatto dell’uomo occidentale non solo un automa, ma anche un bambino eterno che pensa solo a se stesso e a succhiare dalla tetta materna che, quando si è grandi, sono le istituzioni sociali che, secondo il concetto del diritto, dovrebbero dare casa, cibo, lavoro, pensione, assicurazioni, educazione, assistenza sanitaria. Tutto questo sistema, che senza dubbio presenta i suoi lati positivi, ha irrimediabilmente allontanato dalla morte, che nelle società primitive era una compagna e un consigliere, la quale si manifestava nella pressione della natura. Ma serviva, tra le altre cose, per vivere meglio e più in profondità.
Adesso, da centinaia di anni, siamo ormai abituati a vivere in una realtà edulcorata dove IO sono la cosa più importante, al limite con la MIA compagna e la MIA famiglia, e forse il MIO gruppo. Il resto è funzionale al mantenimento della sicurezza di questo mini-sistema. Naturalmente un sistemino che continua a fare acqua da tutte le parti, per la semplice ragione che l’avventura, la morte, il rischio, la voglia di conoscenza, sono insiti istintivamente in ogni individuo, anche nei più recidivi dei woody allen. È da qui che scaturiscono corna, scappatelle, crisi nelle quali si anela alla libertà e si vorrebbe mandare tutti a fare in culo, lavoro per primo, perché non se ne può più della sicurezza e del predefinito, ma non se ne ha il coraggio, poiché tutti troppo abituati a succhiare la tetta e a mangiare pappette premasticate. È da qui che nascono le menzogne della pubblicità che fanno rasoi per uomini duri, auto che garantiscono la libertà, viaggi che vi faranno sentire l’infinito (per poi tornare a casa dopo quindici giorni a fare lo schiavo).

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Da individui piazzati così, che compongono gruppi così, cosa ci si può aspettare? Amore per l’umanità forse? Fortunatamente c’è chi si sforza in tutti i modi di uscire da questo impasse e, se si tratta di una minoranza, è una minoranza senza dubbio cospicua. Resta il fatto che immaginare scenari d’amore molto allargati, come a molti di noi piacerebbe, a volte può risultare addirittura ridicolo. Ci sono anche storici e sociologi pronti a spiegare che in realtà l’uomo è fatto per vincere una battaglia di sopraffazione/sottomissione e che i patetici ottimisti amanti dell’amore non hanno capito niente: è sulla forza che si gioca il futuro. Peccato che quelli che dovrebbero averla, come abbiamo visto, siano poco più che dei poppanti (guardate che faccia ha Matteo). Devono dunque avere forza altri per loro, i soliti politici, tiranni, dittatori, uomini forti. Categorie di nient’altro che poveri psicopatici messi peggio dei primi.
L’unica speranza che abbiamo, l’unica via d’uscita, non è altro che il risveglio. Ricordarsi di essere persone, entità coscienti con una missione (anche se non sappiamo quale, ma che possiamo “sentire” o intuire) e combattere con tutte le nostre forze per riacquisire l’unico vero diritto degno di questo nome: amare tutto l’universo. Di sicuro non è che sia una cosa facile. Almeno per me, non lo è affatto. Ma anche se sono un essere umano discutibile e un educatore così così, faccio i miei bravi sforzi quotidiani in quella associazione italo-brasiliana dove mi trovo ora e che io chiamo “comunità creativa”. Mica perché sono buono, figuriamoci, è che ho scoperto che mi rende felice e appagato. Abbiamo perso l’allenamento che avevano le società primitive, ma c’è la possibilità di riacquisirlo. Per citare ancora Bookchin: “In quel tempo (le società primeve – n.d.a.), la comunità raggiungeva una completezza così intensa e naturale che le cose e i servizi necessari si disponevano in un incantevole mosaico che aveva la sua affascinante personalità. Non dovremmo disdegnare queste fugaci visioni, quasi utopiche, delle potenzialità umane, dell’intatta disponibilità al dono e alla collettività. Le popolazioni preletterate, cui manca ancora un io da sostituire al noi, non sono tanto carenti di individualismo quanto ricche di comunitarismo.” (L’ecologia della libertà, Elèuthera – 1988).

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Si trovano numerosi esperimenti in giro per il mondo che tentano di ricostruire gruppi più o meno allargati basati sulla cooperazione, sul dono, sulla solidarietà. Si tratta di esperimenti, o di idee in via di sviluppo. A sostenere queste tesi troviamo anche il “Movimento per la decrescita felice”, guidato in Italia da Maurizio Pallante. Sono idee tanto articolate e raffinate quanto semplici, che di sicuro vengono accettate con difficoltà da un sistema politico ed economico che fa del consumo, dello spreco, della menzogna i suoi strumenti di crescita selvaggia. Gli strumenti per cambiare ci sono e sono pure a portata di mano, a cominciare non solo da una gestione più sobria della propria vita, ma anche dalla possibilità di guardarsi dentro e osservare la nostra relazione con l’universo intero.
Mi trovate ridicolo? D’accordo. Allora si continui pure con le lamentele, a litigare sulla politica, su cosa è meglio e cosa e peggio, o peggio ancora a parlare di personaggi televisivi, di moda, di scarpe e di orologi o di quello che vi sarebbe piaciuto fare se fosse stato così o se fosse stato colà. Aspettando sempre che succeda qualcosa. Nel frattempo la vita passa e molto, ma molto più inaspettatamne di quanto non sareste portati a credere, ci si troverà di fronte la consigliera e sarà ora di fare le valigie per destinazioni sconosciute dove di nuovo, ammesso che ci sia un di nuovo, si potrà essere liberi di scegliere se vivere o morire.