Carioca Healing

Testo e foto: Mauro Villone

Brasil

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Ho lanciato un progetto, legato all’ospitalità nella nostra Para Ti Guesthouse a Rio, che ho intitolato Carioca Healing (Cura Carioca). Approfitto della richiesta di spiegazioni da parte di una cara amica di Torino, per illustrarne il concept.
Io divido la mia vita tra Piemonte, Rio de Janeiro e altre località che incontro nei miei viaggi. Francamente mi trovo molto bene ovunque, ma è altrettanto vero che esistono differenze sostanziali di varia natura tra un posto e l’altro. Differenze di energie, di paesaggi, di persone e via dicendo. Ogni luogo ha le sue caratteristiche. Il Brasile è dotato di un altissimo livello di energia, che si riscontra nel paesaggio, nella natura e nei suoi stessi abitanti, incluse le attività che vi si svolgono. Rio de Janeiro in particolare è un po’ la capitale culturale del paese e qui si possono trovare, pur tra innumerevoli problemi, una quantità di aspetti della vita quotidiana che hanno, a mio parere, una valenza “terapeutica” sul piano psico-fisico e spirituale. Naturalmente non voglio affatto dire che ci si possa curare solo stando qua un po’ di tempo. Il termine terapeutico lo utilizzo con licenza poetica per dire che assorbire la filosofia carioca può essere utile per lasciar andare moltissimi di quei pensieri che non sono altro che costruzioni mentali indotte dalla frenetica vita lavorativa occidentale.
A Rio lavoro parecchio. Ciò non toglie che sia riuscito a fare miei alcuni degli atteggiamenti tipici del popolo brasiliano. Proprio la quantità di problemi legata alla carenza di servizi, di impiego e, un tempo, di cibo, insieme al mix di culture e provenienze etniche e culturali, ha creato un popolo che ha fatto del rilassarsi in ogni momento una sorta di bandiera. È facilissimo sentir dire a un brasiliano, di fronte a una qualsiasi difficoltà cose tipo: Não esquenta a cabeza (non ti scaldare la testa), fica tranquilo (stai tranquillo), ‘ta redondo (stai rotondo), toda joia (è tutto prezioso), fala meu amor (dimmi amore mio), tudo bem meu irmão (tutto bene fratello), beleza… o altre cose di questo tipo. L’atmosfera del paese, anche dove si possono incontrare difficoltà non indifferenti, è sempre rilassata e tranquilla. A questo va ad aggiungersi una propensione storica alla solidarietà, radicatasi soprattutto nelle fasce povere della popolazione, che per secoli ha dovuto lottare contro difficoltà di ogni tipo. È tutt’altro che infrequente incontrare propensione all’aiuto in qualsiasi frangente, anche tra persone che non hanno niente. È difficile essere abbandonati in Brasile. E poi l’allegria. Il popolo brasiliano, proprio per affrontare una vita non facile, ha fatto dell’allegria il proprio stendardo e se il famoso Carnevale qui è tra i più scatenati del mondo, la felicità, il Samba, la musica, il sorriso sono la vita quotidiana. E poi l’abbraccio. A parte il fatto che l’abbraccio in sé è terapeutico, come è stato dimostrato scientificamente da equipe mediche, poiché sviluppa ossitocina (l’ormone dell’amore), l’abbraccio brasiliano è qualcosa di veramente sorprendente e toccante. Un famosissimo Samba canta, tra le altre, le seguenti parole: “Um sonriso negro, um abraço negro, la felicidade” (non credo serva traduzione). Ed è realmente così, non c’è niente che possa aggiustare una giornata, anche passata tra mille difficoltà, più del simpatico e solare sorriso di una negra o lo stritolante abbraccio di un negro. È spesso addirittura commovente.

Emozioni

Emozioni

(A proposito, la parola negro qui non ha alcuna accezione negativa e designa solo una persona dalla carnagione scura. Non amo il ridicolo e pacchiano “di colore”, totalmente fuori luogo, visto che il colore ce l’hanno anche i bianchi, per l’esattezza una sorta di rosa maialino. E finiamola con ‘ste cazzate).
Tutto quanto descritto prima è fondamentale. A questo si aggiungono cose che si trovano in molte altre parti del mondo come le spiagge, il sole, l’oceano, le cascate, le foreste, le isole, i deserti, ma tutto questo, supportato da gente come quella descritta prima, fa del Brasile e di Rio posti che possono davvero avere un profondo impatto sulla psiche, sul fisico e sullo spirito delle persone.
Detto questo. In cosa consiste il programma?
La permanenza può ovviamente anche essere a tempo indeterminato, ma noi abbiamo ipotizzato un assaggino di dieci giorni con il seguente programma. (Anche se è chiaro che non c’è niente di obbligatorio, ci mancherebbe altro).
Sveglia al mattino e colazione. Meditazione e Yoga con Rogerio Barros, istruttore qualificato che è responsabile del settore, e fa Meditazione Infantile con i bambini del nostro centro Para Ti. Chi lo desidera può fermarsi qualche ora al centro per partecipare alle numerose attività con i bambini quali pittura creativa, cucina e fotografia.
Nel periodo sono previste due escursioni nella foresta del Parco nazionale di Tijuca, di cui una con il nostro amico e collaboratore Xepa, grande conoscitore delle piante tropicali (anche se non sa scrivere). Ci si porta il pranzo al sacco nella foresta, dove si può anche fare il bagno di cascata. Chi vuole può partecipare alla meditazione che faremo nella foresta.

Escursione nella foresta di Tijuca con Xepa

Escursione nella foresta di Tijuca con Xepa

Le altre escursioni, parte in van collettivo, parte in fuoristrada e parte in autobus o taxi, toccheranno i must della città come il Cristo del Corcovado e il Pan di Zucchero. Ma anche una quantità di luoghi molto meno conosciuti della città. La Pedra do Sal, oggi luogo di ritrovo con musica, samba e artisti, ma un tempo dove gli schiavi portavano il sale ad asciugare. Il quartiere di Urca, con la passeggiata in un Parco Naturale e lungo la Baia di Guanabara, dove si trova il porto peschereccio e uno dei bar sulla strada più frequentati da universitari e intellettuali. Il quartiere Lapa, con i locali notturni e Santa Teresa con i ristoranti con vista sulla città. La sorprendente isola di Jigoya, nella laguna di Barra.
Ma la cosa più importante è l’interazione con i Carioca. Questa avviene ovunque, ma ci sono situazioni specifiche che sono i locali e le scuole di Samba, dove ci vogliono cinque minuti per essere accolti da grandi amici e le Rodas de Samba, interminabili concerti di grandi artisti e comuni appassionati, che hanno luogo per lo più sulle spiagge, tra le quali le più famose del mondo: Ipanema e Copacabana.

Candomblé

Candomblé

Sempre in condivisione con la gente del luogo può capitare di assistere (e forse partecipare) a un rituale di Candomblè sulla spiaggia. Per quanto riguarda il Candomblé per chi lo desidera possiamo organizzare una mattinata in un Centro di Candomblé vero e non per turisti, dove si può fare un “banho de descarrego”, un bagno rituale con acqua e erbe per scaricare le energie negative e poi dedicare un po’ di tempo in tutta tranquillità, rilassanosi nelle diverse “case degli spiriti”. È gratuito, basta fare un’offerta.
Sempre a richiesta, se si è disposti a dedicare un intero pomeriggio si può essere visitati nei “Centri Spirita” (sempre gratuitamente e facendo un’offerta) da medici ospedalieri (e medium), che collaborano con pranoterapeuti, fisici quantistici, spiritisti, veggenti e medium. In pratica si partecipa a un percorso nel quale eventuali patologie vengono affrontate da diversi punti di vista. In questo i brasiliani sono avanti di anni luce. Per quanto riguarda i guaritori, in generale in Brasile ce ne sono alcuni tra i più potenti del mondo, ovviamente per avvicinarli ci vuole tempo e occorre quindi un’ampia preparazione preventiva. Cito queste possibilità non perché sia possibile usufruirne i dieci giorni, ma per dare un’idea dell’ambiente generale. Per chiunque fosse interessato ad approfondire è possibile organizzare incontri seri, ma che proprio per tale ragione richiedono preparazione sia degli ospiti, sia da parte nostra.

Roda de Samba

Roda de Samba

Le sere che non sono dedicate alla “movida carioca” si possono passare nella nostra sede, immersa nella foresta, dove talvolta abbiamo ospiti musicisti e cantanti di samba.
Chi desidera sperimentare degli sport, oltre all’ecoturismo, può optare per la bicicletta, il parapendio, il deltaplano, il surf, il body-board e il kyte-surf, ma può anche sperimentare una seduta di Capoeira.
Una ulteriore escursione prevista è al parco naturale marino di Grumary, fuori città, dove dopo una giornata dedicata all’oceano si può cenare in “boutecos” tipici, che si trovano nei pressi del parco in una vallata immersa nella foresta.
Ma esiste un altro aspetto estremamente importante per chi vuole capire come si può vivere (e sopravvivere) allegramente, anche quando non si ha niente. È possibile fare, accompagnati da noi ed eventualmente da altri amici del luogo, un giro nelle favelas. Avvicinandosi con il massimo rispetto a chi vive in un mondo poverissimo, ci si può rendere conto di come tutto ciò che diamo ampiamente per scontato non lo sia affatto e come possano essere feroci le disuguaglianze, passando dai centri commerciali più eleganti del mondo alle fogne a cielo aperto a meno di trecento metri da essi. Quello che risulta, a un animo sensibile, è quanto sia miserabile il lusso pacchiano e quanto possa essere nobile lo stile di vita di persone che faticano letteralmente a mettere insieme il pranzo e la cena.
Tornare poi al nostro Centro Para Ti, con 50 bambini della vicina favela, ai quali diamo assistenza educativa, è sufficiente per vedere, una volta per tutte, le cose con “unaltrosguardo”.
Le profondità di Rio di certo non finiscono qui, ma mi fermo poiché credo sia sufficiente per trasmettere cosa sia ciò che chiamiamo “Carioca Healing”. Un’esperienza forte e profonda, con un tasso emotivo altissimo che, se si è ricettivi a sufficienza, può cambiare se non la vita, per lo meno il punto di vista.

Samba, samba, samba....

Samba, samba, samba….

Patetici parassiti

(testo e foto: Mauro Villone)

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Credo che su una cosa siamo tutti d’accordo ormai: la situazione non è facile, a tutti i livelli. Voglio dire: se sei una persona di classe media occidentale non te la passi troppo bene da un po’, se sei un piccolo imprenditore sei preso alla gola dalle tasse, se sei un grande imprenditore il lavoro di fino lo fanno i sindacati, se sei un disgraziato qualsiasi sei in odore di sterminio, se sei uno dei fortunati della emergente classe media asiatica o sudamericana presto ti troverai obeso, con le rate da pagare, i denti marci e una catena d’oro al collo. Insomma, non se ne esce. Chi riesce ad avere un minimo di lucidità, a farsi bastare un po’ di soldi e a usufruire della cultura sembrerebbe stare un po’ meglio, ma anche questi rischiano la depressione oppure di finire e passare da un annoiato vernissage di male lingue all’altro, come succede a Torino.
Per fuggire da questo impasse ci sono sempre la coca, le canne e l’ecstasy, a seconda della classe socioeconomica nella quale ti trovi e, per i reietti all’ultimo stadio è stato inventato il crack che, oltre a costare pochissimo, rimanda al creatore nel giro di un anno e mezzo senza scampo.
Tutto intorno a sto casino si trovano ancora paesaggi da urlo e luoghi meravigliosi, dove oltretutto si può sopravvivere con quattro soldi, ma oggi voglio parlare invece di un’altra categoria: quelli che in questo casino ci sguazzano. Sono tanti.
La maggior parte di essi non possono essere persone che abbiano fatto dell’onestà una delle loro priorità. Non che siano disonesti tout-court, semplicemente sono predisposti al compromesso più di altri. Premetto che personalmente non credo affatto che i ricchissimi siano per forza disonesti. Può accadere infatti che persone oneste abbiano la fortuna di incocciare in una congiuntura favorevole prolungata, nella quale si immettono realizzando prodotti o servizi di qualità con una forte richiesta di mercato. Succede.
Il punto è un altro. Ci sono persone, e non importa nemmeno la provenienza socioculturale, le quali si trovano bene laddove altri si arrabattano. Di solito si tratta di politici, ma possono anche essere banchieri, semplici truffatori, allibratori o altre categorie criminose. Facendo un lecito parallelo con la biologia potremmo ascriverli alla categoria dei parassiti.
Wikipedia recita: Il parassitismo (dal greco παράσιτος) è una forma di interazione biologica, generalmente di natura trofica, fra due specie di organismi di cui uno è detto parassita e l’altro ospite. Il parassitismo è una forma di simbiosi, ma a differenza della simbiosi per antonomasia (la simbiosi mutualistica), il parassita trae un vantaggio (nutrimento, protezione) a spese dell’ospite, creandogli un danno biologico.
Le proprietà che identificano in generale un rapporto di parassitismo sono le seguenti:

1. Il parassita è privo di vita autonoma e dipende dall’ospite a cui è più o meno intimamente legato da una relazione anatomica e fisiologica obbligata.
2. Il parassita ha una struttura anatomica e morfologica semplificata rispetto all’ospite.
3. Il ciclo vitale del parassita è più breve di quello dell’ospite e si conclude prima della morte dell’ospite.
4. Il parassita ha rapporti con un solo ospite. A sua volta questi può avere rapporti con più parassiti.

È molto interessante. Ma andiamo per ordine.
Primo. A differenza della simbiosi per antonomasia (la simbiosi mutualistica), il parassita trae un vantaggio (nutrimento, protezione) a spese dell’ospite, creandogli un danno biologico. Nel caso sociologico di cui ci stiamo occupando il parassita trae nutrimento dall’ospite, la società onesta, tramite tasse, interessi etc. Creando un danno biologico, in questo caso sociale, come meno disponibilità economica, sensazione di sfruttamento, meno opportunità, più ore di lavoro, meno servizi in quanto il depauperamento economico causa una caduta di qualità dell’intero contesto sociale.
Secondo. Il parassita è privo di vita autonoma e dipende dall’ospite a cui è più o meno intimamente legato da una relazione anatomica e fisiologica obbligata. Senza società politici, bancari, mafiosi, etc. dovrebbero trovare un altro ospite, che di solito è un’altra società. Vedi ad esempio la mafia siciliana che negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso si radica a New York, vedi in conquistadores spagnoli che sterminano gli indios. Senza lavoratori, imprenditori seri, creativi veri i parassiti politici non potrebbero esistere. Per estensione, in assenza di una società che li accogliesse sarebbero costretti anch’essi a lavorare.
Terzo. Il parassita ha una struttura anatomica e morfologica semplificata rispetto all’ospite. Politici e compagni non hanno né la struttura psico-spirituale, né quella fisica e nemmeno quella professionale di chi affronta la vita tutti i giorni per curare il proprio lavoro, la propria azienda, il proprio studio o ancora la propria arte e persino il proprio fisico. Molto spesso politici e padroni sono afflitti da una vita di bassissimo profilo sul piano creativo e ancora più spesso hanno fisici flaccidi e sgradevoli. Tanto è vero che, più si sale nella scala gerarchica, più sono costretti a pagare per avere attenzioni da una donna.
Quarto. Il ciclo vitale del parassita è più breve di quello dell’ospite e si conclude prima della morte dell’ospite. Certamente questo avviene anche sul pano sociale. A parte casi singolari, di solito riferibili a dittature, come quello, ad esempio, di Fidel Castro, i parassiti si nutrono della società magari anche per anni, ma occorre riconoscere che spesso finiscono nell’oblio, vengono esclusi o rovesciati da altri parassiti ben prima che la società nel suo insieme soccomba. Questo sarebbe un bene e una fortuna, se non fosse che di solito i sistemi sociali, morto un parassita, riescano a procurarsene subito un altro.
Quinto. Il parassita ha rapporti con un solo ospite. A sua volta questi può avere rapporti con più parassiti. È evidente. Sebbene in ambito socio-antropologico i parassiti che ben conosciamo cerchino di disporre di più ospiti, accade che in effetti di solito siano costretti a concentrarsi su un solo ospite. Questo avviene sia per ragioni legali che pratiche. Per fare un esempio Berlusconi non aveva il tempo materiale per occuparsi sia del suo impero privato sia della politica, optando per quest’ultima come prioritaria. È chiaro che ha sempre tenuto il controllo su tutto, questo è evidente, ma è anche vero che ciò che lo ha fatto invecchiare, incartapecorire e invelenire è la politica. In ogni caso l’ospite, sia che si tratti di succhiarlo con le tasse, sia vendendogli servizi di bassa qualità (per lo più televisivi), è sempre lo stesso: Noi.
Che poi noi, cioè l’ospite, abbiamo rapporti con più parassiti questo è evidente, poiché basta dare uno sguardo alla pletora di parlamentari, senatori, ministri, sottosegretari e scaldasedie governativi e amministrativi sparsi in tutto il paese.

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Questi parassiti, dai piccoli ai grandi che siano non sono nemmeno necessariamente “cattivi” tout-court, svolgono semplicemente il loro sporco lavoro bio-sociologico di parassiti. In biologia possono esser addirittura utili o necessari e anche sul piano sociologico occorrerebbe analizzare le situazioni per valutare la loro eventuale utilità. Non sono nemmeno antipatici, comunicano bene e credo che spesso siano addirittura in buona fede. Questo accade quando parlano è chiaro, poiché quando agiscono lo fanno in una sorta di trance nella quale sono preda dell’intero sistema vampiro autodigerentesi.
Renzi oggettivamente non è così antipatico. È meglio senza dubbio nella sua veste alteregoica di Crozza, ma anche lui non se la cava male, diciamolo. Appare preparato, convinto, lucido e sicuro di sé. È proprio questo il suo lavoro. Berlusconi lo stesso. Avrà i suoi problemi, ma non è antipatico, probabilmente non è nemmeno in mala fede quando sostiene di lavorare per il bene e lo sviluppo. Lui ci crede davvero e trasmette questa fede a milionate di elettori privi di anticorpi adeguati, i quali lo sosterranno nella successiva campagna. Lo stesso avviene con Salvini. Talvolta senza dubbio viene voglia di strozzarlo per il suo fascismo e razzismo endemici, ma in fondo spesso dice cose che paiono del tutto sensate e io sono convinto che tutto sommato non voglia né uccidere né sottomettere nessuno. Ha solo bisogno di preparare il terreno per la sua mangiatoia che spartirà con altri parassiti del suo gruppo e nella quale probabilmente riuscirà a svolgere persino un ruolo in parte utile.
Persino i grandi parassiti, addirittura vampiri, della storia, hanno svolto un ruolo utile e avevano le loro capacità. Mussolini aveva realizzato, nel disastro, anche qualcosa di buono, Hitler, nella sua follia, era un grande comunicatore, Stalin era un maestro della retorica e della propaganda. Devastarono interi popoli, e il loro ruolo, con pro e contro, è compito della storia valutarlo. Grandi e piccoli parassiti sono comunque sostenuti da un sistema funzionale al parassitismo, con sostegni finanziari e mediatici. Dunque ci sono altri vampiri, capi del sistema parassita, che hanno condizionato intere tragedie dell’umanità, come per esempio Rotschild e Rockfeller. Occorre però accettare la loro esistenza, così come occorre lucidamente accettare la realtà del sistema nel quale siamo immersi, anziché continuare a lamentarci come vittime ignare e buone di cattivi senza scrupoli. È tutto molto più complicato.
Questo discorso vale per qualsiasi altro politico piccolo o grande che sia e qualsiasi funzionario governativo piccolo o grande. È proprio il sistema che è fatto così. Questo sistema sociale ha bisogno dei parassiti per autorigenerarsi, così come ne ha bisogno un sistema biologico. Beninteso che possano esistere leader capaci in ogni settore, incluso quello della conduzione di interi popoli, ma sono probabilmente una sparuta minoranza. D’altra parte quando interi popoli sembrano vivere bene, nell’agiatezza e a un buon livello culturale e spirituale, spesso finiscono col farlo a spese di altri popoli di cui essi sono i parassiti. Nella perfetta buona fede di ogni singolo individuo di quel popolo, educato a non farsi troppe domande.
Come già detto questo sistema è così ed è così da millenni. Probabilmente potrebbe migliorare o potrebbe anche cambiare, ma sembra sia difficile. Chi ci ha provato, come i vampiri precedentemente citati, ha combinato disastri epocali. Gli esperimenti di ingegneria sociale sono stati orrendi. Evidentemente se deve esserci un cambiamento deve passare per altre strade.
E veniamo ora al titolo di questo pensiero condiviso. Perché parassiti patetici? È molto semplice. Sebbene questi individui credano di avere vinto, sembra che abbiano vinto e tutto il sistema fashion-mediatico li presenti come gli incontrastati “winners”, in realtà hanno poco meno di un pugno di mosche in mano. Di sicuro nel giro di massimo 80 anni, se proprio prendiamo i più giovani, non si sarà nemmeno più in grado di stabilire il livello di qualità delle loro carni, essendo i vermi un target che non va troppo per il sottile quando si tratta di cibo. Ma questo è nulla in confronto agli altri due parametri che io considero rilevanti. Dopo la morte, casomai ci fosse qualcosa che dà continuità in qualche modo al nostro io, non credo si troverebbero a proprio agio, per lo meno perché non saranno preparati. Beninteso, non che io sia convinto dell’esistenza di una vita dopo la morte o che mi aspetti chissà quale giudizio, o creda nell’esistenza di un essere inconcepibile che comanda e commina ipotetiche punizioni. Non ci sono vere prove incontrovertibili di alcun genere. D’altra parte non c’è nemmeno uno straccio di prova che non ci sia più nulla. Siamo a cinquanta cinquanta.
Ma per essere più concreti la cosa peggiore è in realtà un’altra. La miserabilità della propria vita adesso, su questa terra. Sono continuamente impegnati nel non farsi scivolare la cadrega da sotto il culo. Passano da una riunione all’altra, da una trasmissione all’altra. Fanno tardi la sera, devono continuamente sembrare anziché essere. Devono manipolare, osservare, gestire potere e denaro che sono loro oggetti di culto più che un cucchiaino pieno di polverina bianca di un qualsiasi tossico senza nome.
Raramente riescono a fare qualcosa per se stessi che il più delle volte si riduce a far vedere che hanno una famiglia felice, ma ancor più spesso devono accontentarsi di rabastare figa a pagamento, reclutata tra immigrate e disperate varie. Non mancano tra i loro rituali le partecipazioni a feste e, soprattutto, a trasmissioni televisive, nelle quali sono convinti di dare lustro alle decine di migliaia di euro che prendono ogni mese (alla faccia di chi si spacca la schiena per racimolarne uno, se ce la fa), litigando su qualsiasi cosa con i parassiti della fazione opposta. Il risultato spesso, per chi è riuscito a spostare lo sguardo al di là delle stelle, dove i sogni si confondono con la realtà, è la visione di un patetico teatrino, a volte triste, più spesso vomitevole.
Devono fingere di interessarsi dei veri e sacrosanti problemi della gente comune al solo e unico scopo di mantenere il potere, di vincere le successive elezioni.
Mi spiace, ma francamente mi sembra una malattia. Una patetica malattia. Questi vincitori fanno francamente pena. Forse questa è una delle ragioni che giocano a loro favore affinché essi siano lì da secoli, da millenni. Quando la loro pressione negativa, che succhia il sangue, diventa intollerabile scattano le rivoluzioni o altri sommovimenti sociali i quali, come ben sappiamo non sono altro che valvole di sfogo sociale fisiologico, che portano alla fine ad altri regimi vampirici, talvolta peggiori dei precedenti.
Soluzioni non ne ho, ci mancherebbe altro. Fosse così semplice. Posso però suggerire strategie di sopravvivenza, ma non mi va troppo di farlo poiché si rischia spesso e seriamente di finire involontariamente in una retorica trita. Posso solo dire che personalmente mi ha aiutato respirare a fondo, respirare con la coscienza. E poi concentrarmi sulla bellezza, che non manca mai, nemmeno quando la battaglia sembra non offrire vie di uscita. La vita quotidiana di una qualsiasi persona comune, se si guarda in fondo, se si entra nella coscienza di essere una consapevolezza in rete con miliardi di altre consapevolezze, può essere dieci milione di volte più ricca di quelle di questi succiacapre da quattro soldi. Ma la mia sensazione, non saprei affatto dire perché, è che i vampiri abbiano i giorni contati. Li vedo sgretolarsi ogni giorno che passa.

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“BEST” – Buone pratiche

Autore: Mauro Villone

C’è chi come me, continua a credere ed essere ottimista, nonostante tutto.

Nicolas Stoppa è uno di questi. Film-maker, regista e creativo sta lavorando a un progetto che, oltre ad essere interessante nel concept, potrebbe essere davvero utile sul piano pratico. Certo dovrebbe intercettare persone disposte a mettersi in discussione seriamente, una razza che non è così facile da trovare, specialmente in Italia, dove, chi non è al potere, corrotto e intrallazzato, deve salvarsi come può. Ma con i segni di cambiamento in atto si può ben sperare che l’idea di Nicolas non solo crei seguito, ma serva come linea guida, in un mondo dove la condivisione diventa sempre più importante. Ho già avuto modo di intervistare Nicolas in altre occasioni. Si tratta di una persona entusiasta, ma con i piedi per terra. E questo suo ultimo progetto trovo abbia argomentazioni estremamente concrete, per poter diventare non solo un’ennesima “buona idea”, ma uno strumento concreto di condivisione per chi è capace di considerare gli ostacoli opportunità di crescita. Pubblico qui una chiacchierata con questo caro amico. Chiacchierata/intervista che mi sembra esponga con molta chiarezza i punti fondamentali del progetto.

Foto: ©LidiaUrani - Nicolas Stoppa

Foto: ©LidiaUrani – Nicolas Stoppa

Tutto nasce dall’idea di un film-documentario: “BEST”.

UAS (Unaltrosguardo/Mauro Villone): “Di che si tratta Nicolas?”

NS (Nicolas Stoppa): Si tratta di un film in cui si focalizzano solo ed esclusivamente le migliori pratiche messe in campo dall’umanità sul pianeta. A seconda dell’ambito, le “migliori prassi” possono essere definite come raccolta di esempi, che vengono opportunamente formalizzati in regole che possono essere osservate. Tanto per fare un esempio, può essere un’idea manageriale che asserisce l’esistenza di una tecnica, un metodo, un processo o un’attività, che sono più efficaci nel raggiungere un particolare risultato. Si afferma che, con i processi adeguati, con i giusti controlli e le corrette analisi, il risultato voluto può essere ottenuto evitando problemi e complicazioni impreviste. Le “migliori pratiche” possono essere definite come il metodo migliore per effettuare una certa produzione. Basandosi su quelle procedure ripetibili che nel tempo si sono dimostrate migliori sia per la loro efficienza (meno quantità di sforzo) sia per la loro efficacia (risultati migliori), la best practice garantisce il raggiungimento degli obiettivi nel massimo dell’economia e della qualità.

Ecco quindi un film che glorifica quelle attività sane e positive che la comunità internazionale in tutte le sue sfumature sviluppa.

UAS. “Dunque una visione positiva”

NS: “Non più lamenti e inchieste su quello che non va, ma al contrario un documento che favorisca un’idea di mondo possibile a favore di un benessere condiviso non solo per le élite ma per un numero sempre più grande di individui.”

UAS: “In pratica come si realizzerà il progetto?”

NS: “Il metodo per la produzione di “BEST” è di CROWD-SOURCING e CROWD-RELEASE e CROWD-FUNDING, ovvero una tipologia di attività online partecipativa nella quale il gruppo di lavoro di base, costituito da MULINO FILMS, DEFERRARI EDITORE E UNIVERSITA’ DI TRENTO propone ad un gruppo di individui sparsi per il mondo, mediante un annuncio aperto e flessibile, la realizzazione libera e volontaria di un compito specifico, ovvero di individuare nel proprio territorio la migliore BEST PRACTICE e di produrre un documento filmico della durata massima di 5 minuti. La realizzazione di tale compito, di complessità e modularità variabile, e nella quale il gruppo di riferimento deve partecipare apportando lavoro, denaro, conoscenze e/o esperienza, implica sempre un beneficio per ambo le parti. L’utente otterrà, in cambio della sua partecipazione, il soddisfacimento di una concreta necessità, economica, di riconoscimento sociale, di autostima, o di sviluppo di capacità personali, il crowd-sourcer d’altro canto, otterrà e utilizzerà a proprio beneficio il contributo offerto dall’utente, la cui forma dipenderà dalla qualità espressa.

La durata del film originale ed il suo final-cut è di circa 130 minuti, ma è prevista la realizzazione di un sito dove saranno presenti tutte le clip.

UAS: “Dunque non solo un evento, ma un’attività che si svilupperà nel tempo.”

NS: “Esattamente. Il sito WWW.BESTPRACTICE.INFO diventerà una piattaforma per la visualizzazione del film “BEST” e di tutte le clip BEST PRACTICE nel loro formato e durata originali. Ci sarà inoltre lo spazio dove caricare nuovi video.

Nella sua versione finale questo sito sarà un trampolino per consulenze di genere amministrativo, governativo pubblico e privato.

Un sindaco, un amministratore, un manager, un creativo potranno osservare come dall’altra parte del pianeta, o semplicemente dal suo vicino di casa, si risolvono specifici problemi nel migliore dei modi.”

UAS: “Una vera e propria condivisione da villaggio globale.”

NS: “La nostra generazione, quella tra i trenta e i quaranta, può essere considerata una di quelle generazioni se non sfortunata, sicuramente non pronta agli eventi storici e tecnologici che lo sviluppo aveva in serbo. Una generazione che sta in mezzo, una sorta di meta-generazione…

Un ventenne di oggi è cresciuto direttamente con internet, e molti di loro non hanno nemmeno la Tv. Sono antropologicamente nati in un nuovo sistema. I loro fratelli maggiori, invece, hanno dovuto accettare nuove forme di comunicazione e tutto quello che viene insieme a questo, perdendo il tempo ad affinare la tecnologia stessa di quelle nuove forme, e rendendosi talvolta obsoleti rispetto a chi si è trovato con un sistema già pronto.

Oggi però possiamo dire tranquillamente che la tecnologia, pur sempre in continua evoluzione, si è fermata, almeno nella sua struttura base. Permettendo quindi a tutti, senza distinzione di età, di poter decidere di studiare ed applicare un sistema composito che almeno nella sua struttura rimane stabile. Tale stabilità sta finalmente dando i suoi frutti e non è raro vedere finalmente un senso collettivo non più di frustrazione ed incertezza, ma al contrario un sentimento entusiastico e positivista nell’affrontare il futuro.”

UAS: “Tutto questo ritieni possa davvero realizzarsi in pratica?”

NS: “Certamente. Oggi è facilissimo vedere effettivamente il beneficio di alcune applicazioni che l’intelletto, attraverso le tecnologie digitali ha sviluppato. Sistemi di CAR-SHARING con cui si può viaggiare in macchina dividendo le spese e facendo nuove amicizie. Il CROWD-FUNDING, piattaforme di raccolta fondi, per lo più tramite Internet, attraverso piccoli contributi di gruppi molto numerosi che condividono un medesimo interesse o un progetto comune oppure intendono sostenere un’idea innovativa. O ancora sistemi di SLEEP-SHARING con cui si accede ad un servizio online di ospitalità gratuita gestito tramite un sito web, grazie al quale si può chiedere od offrire ad altri una stanza o il divano della propria casa per un soggiorno più o meno breve. Queste sono solo alcune delle “migliori pratiche” o ”migliori prassi” o ancora più correttamente in inglese BEST PRACTICE.

Per migliore pratica o migliore prassi o buona prassi si intendono in genere le esperienze più significative, o comunque quelle che hanno permesso di ottenere migliori risultati, relativamente a svariati contesti. Il termine è usato per esempio nell’ingegneria del software, in medicina, nelle organizzazioni aziendali o governative.”

UAS: “Come si va a inserire questa visione nel contesto storico difficile in cui ci stiamo dibattendo?”

NS: “Se il secolo scorso aveva nella sua seconda parte un fenomeno antropologico di ribellione, oggi questi ribelli sono riusciti a spezzare quell’incantesimo medioevale che impediva una comunione di intenti a favore di una giustizia nei processi sociali. Trovo di vitale importanza produrre e distribuire questo film-documentario, il più possibile, per “contagiare” ed informare le masse ancora ignare di un nuovo mondo possibile. Non ci sono più scuse, anche se la Rete e ancora piena di inutili concetti, oggi è necessario coinvolgere i pessimisti in una nuova versione di progettualità della società. Non da meno il coinvolgimento delle classi dirigenti e governative che spesso non sono malvagie ma ignorano le possibilità contemporanee a loro disposizione. E se Marcuse ci diceva che le capacità intellettuali e materiali della società contemporanea sono smisuratamente più grandi di quanto siano mai state, ciò significa che la portata del dominio della società sull’individuo è smisuratamente più grande di quanto sia mai stata. Il modo vigente di organizzare una società è posto quindi a confronto con altri modi possibili, che si ritiene offrano migliori opportunità per alleviare la lotta dell’uomo per l’esistenza: una specifica pratica storica è posta a confronto con le sue alternative storiche. E allora non ci resta che potenziare queste “buone pratiche” per migliorare il mondo.”

UAS: “A che punto è l’organizzazione, esiste già il sito?

NS: “Il sito sarà pronto a settembre 2015, siamo solo all’inizio di questa avventura

UAS: “La raccolta fondi è già partita?”

NS: “La raccolta fondi per il documentario partirà a febbraio.”

UAS: “Come possono partecipare persone che non sono film-maker? con segnalazioni?”

NS: “Le persone che non sono film-maker possono collaborare dando informazioni relative a esperienze positive a 360 gradi dando e illustrando esempi concreti.”

UAS: “Ci sono limiti, per così dire, alle buone pratiche? O qualsiasi progetto o attività va bene?”

NS: “Tutte sono buone…se sono buone.”

UAS: “Chi partecipa realizzando un video deve in prima battuta autofinanziarselo?”

NS: “L’idea è che per il film documentario saremo noi dell’organizzazione madre a dare per paese delle linee guida/soggetti/temi ai film-maker e saremo noi a finanziarlo, con 500 o 1000 euro per 6/8 minuti.

UAS: “Nel sito sarà possibile postare anche video amatoriali o che comunque non partecipano al final-cut?”

NS: “Sì.”

UAS: “Potrebbe anche essere dunque un sito tipo you-reporter autogestito, con come focus il tema delle best-practice?”

NS: “Sì.”

Bene. Non ci resta che cominciare. Noi, come Unaltrosguardo, intendiamo partecipare con il nostro progetto Para Ti, ONG di Rio de Janeiro. www.parationg.org

Ci auguriamo davvero che un’idea come questa, bella e concreta, possa avere seri sviluppi in futuro.

Per ulteriori info: nicolasstoppa@hotmail.com

Pranic Healing

Guarigione con il prana.

Ph.: ©mvillone - Cerimonia Ganga Aarti (Varanasi - India)

Ph.: ©mvillone – Cerimonia Ganga Aarti (Varanasi – India)

Un’esperienza personale molto interessante. La diffondo poiché credo sia importante approfondire.

Nell’arco della mia vita ho sperimentato diverse discipline e mi sono avvicinato ad numerose religioni e filosofie. La motivazione è stata (ed è tuttora) per me la ricerca delle remote profondità della nostra esistenza. Senza indulgere troppo nel misticismo, oserei dire che la lunga ricerca, per me iniziata quando ero ancora davvero molto giovane, ha dato frutti di cui sono molto soddisfatto. Ho effettivamente trovato qualcosa. Non certo risposte, visto che in questo campo si ha a che fare con immensità difficilmente spiegabili. Bensì sensazioni profonde che, soprattutto sviluppando la capacità di abbandonarsi a “quel che è”, mi hanno portato a un profondo senso di appagamento. Ovvero, per dirla in parole povere, pur avendo capito poco di quello che è il mistero dell’universo e senza la benché minima certezza su cosa sia vero e cosa non lo sia, ho radicato la profonda sensazione che tutto ciò a cui ci troviamo di fronte e che ci avvolge, sebbene inspiegabile, abbia un senso. Una sorta di intuizione. Forse un atto di fede. Ma rimane la sensazione che il nostro passaggio in questa dimensione sia importante, sebbene non certo l’unica prova che ci attendeva.

Oserei affermare che la vita, il cui significato ultimo rimane misterioso, è un susseguirsi di prove, esperimenti, sfide, tentativi, dai quali talvolta usciamo massacrati, talvolta vittoriosi. La vera evoluzione scaturisce dalla condivisione di queste esperienze, dall’aiutare e lasciarsi aiutare, dall’amare e lasciarsi amare, dall’abbandonarsi alle emozioni, dal non risparmiarsi nel cooperare e nella compassione, a cominciare da quella per se stessi. Il risultato sarà un sogno confuso e straordinario, nel quale crediamo di vedere figure a volte meravigliose, altre volte terribili, mentre in realtà sono solo vibrazioni provenienti dal più profondo e inconoscibile infinito.

A questa concezione ci sono arrivato dopo un lunghissimo percorso personale, come in fondo, alla fine dei conti, lo è per tutti. Ho intrecciato pratiche di meditazione con letture di metafisica, di fisica quantistica e di altre conoscenze. Mi sono applicato allo studio dei chackras, delle religioni e ho praticato a lungo alcune discipline. Ma soprattutto ho fatto del viaggiare una sorta di cammino di ricerca, dialogando e confrontandomi con più gente possibile: maestri o semplici ricercatori, come me. Ho avvicinato maestri di culture indigene sudamericane, asiatiche e africane. Non sono diventato un gran che, me ne rendo conto. Tuttavia questo lungo viaggio ha inondato in qualche modo, di una dolce luce, tutto quello che vedo. Il mondo, nonostante tutti i suoi orrori e le sue meraviglie, è un posto straordinario e siamo qui per fare qualcosa, che non so cosa sia esattamente, ma c’è.

Dopo questa breve, ma necessaria premessa, vengo alle faccende pratiche. Un grande umorista inglese dell’inizio del XX secolo, Jerome Klapka Jerome, sosteneva che è molto difficile provare vibrazioni mistiche con la pancia vuota. Aggiungerei di mio la seguente domanda, con relativa risposta: “Problemi spirituali?” – “Prova tre giorni senza cibo”. Seppur vero che molti guru rinunciano a lauti pasti e che spesso la ricerca spirituale nasce proprio laddove abbondano problemi pratici, occorre riconoscere che se non si è troppo allenati, dopo un paio di giorni di digiuno è molto più facile aggirarsi famelici alla ricerca di un tozzo di pane e faticare per nascondere una irascibilità del tutto incontenibile. Siamo fatti così.

Lo stesso vale per i disagi fisici, psichici ed emozionali. La meditazione, lo yoga e altri sentieri possono senza dubbio curarli, ma non è esattamente facile affrontarli. Dunque da qui la strenua ricerca di strumenti che, se da una parte permettono di approfondire il significato della nostra esistenza, dall’altra dovrebbero permetterci di stare meglio. La malattia in particolare è uno dei punti chiave della nostra vita. Una di quelle cose che, specie quando sono pesanti, si trasformano in una sorta di resa dei conti. Tutti ne sappiamo qualcosa.

Moltissimi avranno sentito parlare del prana. È una parola sanscrita che significa molte cose, ma, fondamentalmente energia o fluido energetico. Si sa che i pranoterapeuti sono persone in grado di convogliare questo fluido verso se stessi o altri, nel tentativo (a volte riuscito) di curare patologie di vario genere.

Secondo la conoscenza del Pranic Healing in realtà questa capacità può essere di pertinenza di chiunque (chi più chi meno) ed esistono metodi per riuscire ad attivarla e a utilizzarla per la cura.

“Il Pranic Healing ha le sue radici in una antica terapia cinese che ha le stesse origini della Digitopressione, del Massaggio Chi, dell’Agopuntura, dell’antichissimo Yoga cinese chiamato CHI KONG. Il moderno Pranic Healing deriva dunque da antiche discipline che si chiamavano “la Mano che guarisce”, la “Palma del Buddha” e la “Prova dell’Aura”. Il Pranic Healing è dunque una scienza antichissima, ma nella sua veste moderna, evoluta ed aggiornata è opera del Maestro Cinese-Filippino CHOA KOK SUI che ha il grande merito di avere voluto diffondere nel mondo le antiche arti cinesi di guarigione con le mani, rendendole semplici e facilmente trasferibili.” (fonte: sito www.pranic.com).

Sembra impossibile sia così semplice, lo capisco. Io stesso non è che mi beva facilmente qualsiasi cosa mi venga propinata. Infatti ho partecipato a uno stage di Pranic Healing della durata di due giorni e la sensazione che ho avuto è stata quella di trovarmi di fronte a qualcosa di molto serio. Non ha niente a che vedere col “diventare guaritori”. Ovviamente avere capacità taumaturgiche può essere un dono e/o si può sviluppare con anni di studi e di pratica. Ma resta il fatto che è possibile, con precisi esercizi di meditazione e di percezione, cominciare ad attivare questa possibilità. Quello che parla sono i risultati. Ho cominciato a testare le pratiche apprese con un certo beneficio, ma, al di là della mia breve esperienza di principiante, il fatto è che migliaia di persone nel mondo applicano questa pratica con risultati per lo meno sorprendenti.

La pratica consiste nell’applicare precisi esercizi di scanning, percezione e attivazione di energie. Si comincia testandosi senza dubbio su patologie non gravi e leggerissime, per poi proseguire. Inoltre non si tratta certo di una pratica che sostituisce la medicina, che va seguita con attenzione affidandosi a medici seri e alla ricerca scientifica. Ciò non toglie che se in un primo momento tale pratica possa essere un coadiuvante importante, in seguito possa diventare determinante nella guarigione di numerose patologie (sempre senza abbandonare la medicina scientifica).

Mi rendo conto di muovermi su un campo minato, dove ci sono moltissimi interessi in gioco, e dove è facile fare passi falsi. Ma sono numerosi i medici che, anche se cautamente, iniziano a prendere in considerazione la possibilità di aprire un dialogo con terapie alternative. Basti sapere che in Brasile fior di medici ospedalieri collaborano, nei cosiddetti ”Centri Spirita”, con pranoterapeuti e veggenti.

In ogni caso questa disciplina è antica come l’uomo e in ogni caso un vero approccio razionale consiste nello sperimentare, senza pregiudizi, qualsiasi forma di interazione con altri esseri umani e con l’ambiente.

Nel sito www.pranic.com si possono trovare i riferimenti all’Associazione e agli istruttori ufficiali accreditati che, in qualità di volontari, diffondono il metodo.

In ogni caso si tratta di un’esperienza interessantissima che, al di là di tutto, permette di approfondire la conoscenza di se stessi e dell’incredibile mistero che ci circonda.

Specchio dei tempi

Specchio dei tempi

rospo

Il tizio nella foto è un rospo. Bufo bufo o Bufo marinus e altre specie, classificate per la prima volta da Linnaeus nel 1758. Il suo corpicino contiene bufotenina, un alcaloide allucinogeno micidiale, utilizzato dalle streghe per la preparazione di unguenti e miscele utili al volo magico, il volo che cura.

E io il rospo devo ingoiarlo (forse persino meglio che baciarlo). Se, una volta digerito, i suoi alcaloidi si legheranno ad alcuni recettori del mio sistema nervoso, volerò. Il rospo da ingoiare è il comportamento a etica zero, avuto dalla direzione de La Stampa, nei miei confronti. Anche se non sono certo l’unico, poiché blogger e giornalisti scontenti della büsiarda, non si contano nemmeno. Ovvero non si tratta di un rospo personale poiché non scriverò più sul giornale, questo francamente ha per me davvero un’importanza molto relativa. Si trattasse del Times o del Washington Post o, ancora, dello Yomiuri Shinbun giapponese, con 14 milioni di copie giornaliere, sarebbe un altro conto. Invece è, in fondo, né più né meno che un giornale di provincia importante perché storico, e con grandi firme, ma che senza dubbio ha visto tempi migliori. In ogni caso credo che il motivo per cui scrivo oggi solo più sul mio blog (e altri giornali on-line), letto sì e no da una dozzina di persone, inclusi mio padre e mia zia, non sia dovuto solo a incapacità letterarie o giornalistiche, bensì anche a incapacità di adattamento alla servitù, alla sottomissione, alla rinuncia a dire quello che penso, come fanno invece praticamente tutti i giornalisti d’Italia costretti a lavorare sotto padrone. Padrone che, nella fattispecie, è la FIAT. Ma, se ne avrete la cortesia, lasciatemi raccontare perché dico tutto questo. Ho degli argomenti molto seri.

Dunque, il fatto che io sia afflitto da sindrome delle “palle eoliche” parte sì da quello che ho trovato un’offesa personale dovuta semplicemente a mancanza di etica ed educazione, ma finisce per portare a interessanti considerazioni sul livello delle relazioni umane di tutto un sistema di potere mediatico autoreferenziale, che bada solo ai fatti suoi e, naturalmente, a quelli di sponsor, padroni, amichetti e inserzionisti.

Il blog su lastampa.it me lo aprirono per risarcirmi (per così dire) del fatto che, grazie alle solite manovre poco etiche (questa volta del servizio marketing insieme a un tizio che ha un sito che si chiama photographer.it), rimasi tagliato fuori indebitamente dal portale de lastampa.it sulla fotografia. Fu una mia idea proporlo al servizio marketing del giornale, ma ebbero l’accortezza di realizarlo senza coinvolgermi nel progetto. Complimenti. Nel mio blog, in seguito, ci ho scritto per cinque anni, senza riuscire, nonostante ripetuti tentativi, ad aprire un dialogo con la direzione. Lo trovo assurdo, poiché i blogger ospitati dal giornale potrebbero essere una vera risorsa. È chiaro che non è facile da gestire, ma d’altra parte ci sono molti modi di dirimere le relazioni umane.

Nel settembre scorso ho scritto questo articolo: Sconsolarte (vedi link) che, avendo disturbato poteri forti e amici della direzione, ha fatto sì che avessero la scusa per chiudere il mio spazio. La motivazione addotta è “incompatibilità con la linea editoriale”. A parte il fatto che sarebbe bello sapere qual è questa linea editoriale. Il punto è che la “linea editoriale” è una maniera scontata e light per dire che un giornalista deve scrivere quello che “serve” al giornale, senza rompere troppo le palle a destra o a sinistra. Ovvero la “linea editoriale” è quella che decidono i proprietari e gli sponsor e non la direzione “responsabile” (la cui vera responsabilità è quella di fare attenzione a non dare fastidio ai suoi proprietari), con conseguente quasi azzeramento della libertà di stampa. Per fortuna oggi esiste la rete. D’altra parte i giornalisti sgomitano e sbavano per scrivere in una testata importante, per indiscusse ragioni di prestigio e di visibilità. Anche questo è un mito da sfatare, per la semplice ragione che con l’indubbia acquisizione di prestigio si finisce con il vendere le proprie idee e perdere la libertà, dovendo stare attentissimi a non sforare la cosiddetta “linea editoriale”. Prestigio peraltro relativo in quanto l’immagine di numerose testate dai nomi altisonanti, costruito in decenni, quasi secoli, di storia, è spesso oggi immeritata, essendo fortemente compromessa da interessi finanziari, politici e di potere. Basti pensare che La Stampa è della Fiat, il Gruppo editoriale l’Espresso per più di metà di De Benedetti e per il resto di banche e finanziarie, mentre il Corsera è di Fiat per più del 20% e per il resto di altri nomi dell’industria e della finanza. Credete possa essere libera un’informazione messa così? Lo sanno tutti, ma sembra non ricordarsene mai nessuno. Senza contare che molti dei nemmeno 200.000 acquirenti de La Stampa, probabilmente nemmeno se lo chiede. Tanto per dare un’idea poi, Corriere della Sera ha venduto a settembre 2014 nemmeno 280.000 copie. Se si pensa che, per esempio, il New York Times ne tira oltre un milione, c’è da morire dal ridere. Non che il N.Y. Times sia certo una testata “libera”, ma la proporzione numerica da l’idea di come l’Italia sia nient’altro che un insieme di provincie con dei giornaletti locali. Italia Oggi ha nel web poco più di 23.000 contatti, roba che un bravo blogger polverizza come niente, mentre qualsiasi buona pagina di Facebook supera i centomila.

In Italia chi domina sul piano dell’informazione non sono i giornali, bensì le reti televisive.

Tornando alla mia vicenda, la direzione de La Stampa, che sa a malapena chi io sia, considerandomi, dal loro punto di vista correttamente, un nessuno tra tanti, come sono per loro dei nessuno la maggioranza degli altri blogger, mi ha liquidato come se non esistessi. Senza nemmeno peritarsi di cosa avevo scritto e non scritto per cinque anni, prima dell’articolo che aveva pestato i piedi ai loro amichetti che fanno soldi utilizzando denaro pubblico. E nemmeno di capire cosa faccio e non faccio, che se fosse anche il calzolaio sarebbe un’attività di tutto rispetto. Non gli viene nemmeno in mente che tutto questo materiale umano (passatemi il termine) potrebbe essere una risorsa che aumenta la diffusione e la audience, dando inoltre spazio alla pluralità dell’informazione. neanche pensano aprire le loro menti concentrate su carriere e audience. Ma d’altra parte nemmeno potrebbero fare niente, preoccupati come sono della “linea editoriale”, ovvero fare attenzione a non disturbare i loro padroni. Credono in cuor loro di fare scelte professionali e libere, mentre in realtà non fanno altro che i cani da guardia dell’organo dell’azienda di cui sono al soldo.

In uno dei miei tentativi di aprire un dialogo mi è stato persino detto che “il giornale non è una buca delle lettere per i cittadini”, come se per cinque anni avessi scritto sfoghi e cazzate varie come per esempio la cacca dei cani sul marciapiede. Mi sono offeso sul piano personale e in seguito ne ho ricevuto delle scuse. Chi me l’ha scritto lo considero tutto sommato in buona fede, ma la battuta la dice lunga sulla sua triste inconsapevolezza.

La mia principale attività si svolge sul piano umanitario, oltre che su quelli artistico e dell’informazione. I miei progetti (Para Ti e Unaltrosguardo) sono profondi e articolati e di livello internazionale. Se La Stampa non fosse un giornale ipocrita, si sarebbe potuto operare insieme per iniziative sia umanitarie che di informazione di alto rilievo, che avrebbero coinvolto anche il Brasile, dove opero con molti mezzi. La loro storica rubrica “Specchio dei tempi” ormai non è altro che uno specchietto per allodole ignoranti, e non è veramente rivolta a fare informazione umanitaria. Al contrario non sono nemmeno in grado di aprire un dialogo con chi, dal loro limitato punto di vista, non ha molto da dire. Pensano di sapere tutto solo loro. Mentre nel frattempo riempiono pagine e blog con paroloni quali “umano”, “amore”, “futuro”, “valori”. Nella realtà si tratta di un posto chiuso, vecchio e autoreferenziale, dove hanno posizioni di rilievo solo i figli di questo e gli amici di quell’altro. Oppure quei personaggi che hanno letteralmente “bisogno” di esistere sul piano mediatico, e hanno dedicato a questo tutta la vita. Nutrono il proprio ego con il loro successo mediatico e sono ossessionati dalla carriera. Soffrono se non riescono a conseguire posizioni sempre più importanti. Uno di loro, ai quali ho scritto con il cuore in mano, nella ulteriore speranza di aprire un dialogo, ha chiamato il giornale La Stampa “casa nostra”. La dice lunga. Da “casa nostra” a “cosa nostra” il passo è brevissimo, ma loro si presentano invece come i paladini della libertà, della verità, della lotta alla cultura mafiosa e dell’informazione giusta. Sono un sacco di balle. Quello che in effetti davvero dispiace, alla fine dei conti, è il loro disinteresse per tutto ciò che non è “roba loro”. In fondo questi figuri, che senza dubbio hanno anche i loro lati positivi, ci mancherebbe, mi fanno persino pena. Possono funzionare con un target tutto sommato poco informato e vittima della demagogia mediatica. Sono dei fasulli di successo, che sinceramente non invidio per niente. Un po’ degli sfigati di successo, se vogliamo.

Non mi resta di augurare loro di scendere a terra e osservare. Vedranno che in giro ci sono un sacco di situazioni interessanti che non sono solo la politica, il lavoro, la cronaca nera, le banalità che fanno fare tanti lettori, ma anche argomenti di nicchia di alto valore spirituale e umano, che varrebbe la pena approfondire. Chiunque in questi anni abbia dato un’occhiata al mio blog può rendersene conto. Altro che buca delle lettere.

Cari amici, di sicuro non mi faccio più illusioni. Spero solo si rendano conto che senza paraocchi, senza essere autoreferenziali e senza pensare solo a “casa nostra” e alla “famigghia”, si vive meglio. Provate a provarci, e vedrete quante vere opportunità di dialogo e apertura ci sono al mondo. Vi accorgerete che la vita è altrove, a grandi profondità, negli occhi e nelle anime delle persone comuni che per voi non sono altro che “lettori” e numeri di tabelle riguardanti la audience.

Tutto questo sì che è un vero “Specchio dei tempi”.

Stati modificati di Coscienza

Stati modificati di Coscienza

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Da moltissimi anni sono molto interessato e coinvolto nello studio degli stati modificati di coscienza. Preferisco chiamarli “stati modificati” anziché “alterati” per la semplice ragione che quest’ultimo aggettivo presuppone intrinsecamente una leggera connotazione negativa. Mentre stati modificati secondo me rende maggiormente l’idea di una variazione, spontanea o indotta, dello stato di coscienza. Si parla anche, nei casi più estremi, di “stati di allucinazione” e “stati di trance”, quando la modificazione porta alla percezione, sempre più forte, di altre realtà oppure di cose inesistenti.

L’argomento è ben poco conosciuto, nonostante tutto. Nonostante siano passati quasi 70 anni dalla scoperta dell’LSD e siano stati fatti innumerevoli studi riguardo al tema degli stati modificati in genere, si sa ancora poco su di essi, anche perché l’argomento non può essere trattato come qualcosa a sé, bensì deve essere riferito a quello che è in generale la coscienza nel suo insieme, anche quando non sopraggiungano modificazioni. Lo psicologo Charles W. Tart, della Stanford University, parla nei suoi lavori di stati modificati rispetto a uno stato di coscienza di base preso convenzionalmente come punto di riferimento. Egli stesso spiega chiaramente due cose. In primo luogo come non si possa parlare di stato di coscienza, per così dire, normale, ma si possa solo pervenire a stabilire quale sia uno stato di coscienza di base, dal quale partire per indurre modificazioni. In secondo luogo spiega come tali modificazioni possano essere solo di natura “discreta”, ovvero procedano a piccoli salti, come dei gradini di cambiamento da uno stato all’altro. Come avviene per gli stati energetici delle particelle subatomiche e per la distribuzione di massa nell’universo, che non sono continui, ma, per l’appunto, discreti.

Il tema in oggetto è stato più volte affrontato da studiosi, dalla letteratura, dai media, ma tutto sommato è ancora molto poco conosciuto, anche se fa ampiamente parte della storia dell’uomo. Stati modificati, soprattutto legati a credenze e religioni, sono descritti da libri antichissimi, soprattutto sacri o religiosi, come i Veda, la Bibbia, il Popol Vuh e molti altri. La disciplina dello yoga e le discipline psico-spirituali in genere sono proprio basate sulla ricerca scientifica della modificazione della coscienza. Questo accade proprio perché è del tutto intuitivo il fatto che, per percepire realtà più profonde e supernormali, non è sufficiente agire con i normali strumenti della coscienza di veglia più o meno accettata come quella standard. Occorre riuscire ad espanderla per poter percepire qualcosa d’altro. Uno dei dibattiti più accessi dalla notte dei tempi ad oggi è se questo qualcosa sia di natura reale oppure no. Naturalmente questo dilemma se ne trascina dietro un secondo immediatamente. Ovvero: cos’è la realtà? Cosa possiamo definire come realtà?

Mentre impazza la polemica che forse potrà pervenire e una soluzione o forse no, una cosa che chiunque può fare è la sperimentazione personale. Con lo yoga, la meditazione profonda, la meditazione trascendentale, ma anche con la danza, il teatro e mille altre discipline.

Gli stati modificati, in ogni caso, sono generalmente considerati dall’opinione pubblica, standardizzata e nutrita di disinformazione televisiva e altre droghe tecnologiche e mediatiche, come un tabù, qualcosa da cui stare alla larga. Specie se questi stati modificati sono indotti da droghe di vario genere.

E qui entriamo nel delicato e in uno dei temi più controversi e misconosciuti degli ultimi due secoli.

Baudelaire e i suoi amici, riconosciuti dalla letteratura ufficiale come grandi scrittori, non fumavano l’hashish, bensì lo ingerivano. Con questo tipo di assunzione gli effetti perdurano più a lungo. Erano forse i primi, nella società occidentale moderna, a fare uso di droghe, in aperta polemica con gli standard dei benpensanti dell’epoca. Tutte le altre occasioni passate nelle quali si utilizzavano stupefacenti erano legate a culture che le accettavano normalmente come facenti parte dell’insieme di usanze e comportamenti. Questo vale per le civiltà antiche di Roma e della Grecia, dell’India e molte altre. Lo stesso vale per le sostanze utilizzate dalle streghe, ancora in epoca storica, come la Datura, l’Aconito, la Belladonna e il Giusquiamo, che erano legate a precedenti culture (come per esempio quelle celtiche e nordiche) sopraffatte e spazzate via da quella occidentale. Al di là dell’utilizzo di droghe, in queste culture, la modificazione dello stato di coscienza era vista come normalissima e per lo più legata alla ricerca spirituale e all’afflato religioso. Solo nella nostra cultura occidentale tale ricerca viene vista come il diavolo ed è ufficialmente repressa e perseguita.

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La ragione è semplicissima: modificare lo stato di coscienza permette di allargare la propria visuale e di osservare le cose da punti di vista differenti. Permette inoltre di percepire realtà diverse che spesso mettono pesantemente in discussione tutta l’impalcatura sulla quale si regge, malferma, la traballante costruzione schiavista della civiltà occidentale. Una delle prime cose ad essere vietate in qualsiasi regime totalitario, di destra, di sinistra, di sopra e di sotto, sono sostanze stupefacenti e movimenti spirituali, a meno che non si conformino al potere costituito e gli tengano bordone. Come, per esempio, la chiesa cattolica con il fascismo e lo shintoismo con il governo di destra giapponese dello stesso periodo.

La repressione, paradossalmente, è ampiamente aiutata dai produttori e spacciatori di droghe sintetiche, come cocaina, morfina, eroina, ecstasy, crack, colle e altre schifezze simili, continuamente aggiornate o inventate. La spaventosa diffusione di questi veleni è dovuta principalmente a una enorme richiesta. Richiesta amplificata da un altrettanto enorme disagio, ma che parte da una necessità, probabilmente innata nell’esser umano, per l’appunto di modificare lo stato di coscienza. Tale necessità, misconosciuta o comunque repressa, ha portato nei decenni alla situazione spaventosa che vediamo oggi. Ovvero milioni di persone dipendenti da sostanze chimiche di sintesi, che non fanno altro che aspettare la morte dopo aver passato una vita di fallimenti dopo fallimenti, ma soprattutto all’insegna di una totale mancanza di amore.

Se ci fate caso spacciatori e luridi mafiosi  e narcotrafficanti vari fanno i loro business solo ed esclusivamente da droghe sintetiche. Sostanze di sintesi come la cocaina e l’eroina, che derivano sì in origine da piante come la coca e il papavero, ma che sono del tutto manipolate. Unica eccezione la marijuana, anch’essa però ultimamente abbondantemente manipolata. Gli allucinogeni potenti non hanno un mercato nero parallelo, poiché sono troppo impegnativi e non si possono assumere solo per divertimento. Le droghe comunemente spacciate sono perlopiù narcotici o stimolanti e non allucinogeni.

Ai cervelli totalitari questa situazione fa molto comodo, poiché possono additare un folto gruppo di persone come i drogati cattivi da sterminare e dei quali non seguire l’esempio. Mettendo in tale calderone chiunque assuma qualsiasi sostanza. Senza peritarsi di approfondire e capire che ci sono differenze profonde. Anziché peritarsi di capire per quale ragione tanta gente provi disagio, cerchi di fuggire chimicamente oppure cerchi, maldestramente, di esplorare le infinite possibilità della coscienza, oppure faccia della seria ricerca psico-spirituale.

Anche un ghiro alcolizzato si rende conto che assumere intrugli chimici velenosi sia assurdo. Purtroppo questo accade poiché chi ha bisogno di aiuto viene abbandonato a se stesso da questo sistema di merda ed essendo le droghe vietate, punto e basta, si lascia in totale balia della delinquenza comune o organizzata la loro produzione e distribuzione. I risultati li conosciamo tutti: veleno, morte, violenza, miliardi per produrre altra violenza, prostituzione, armi, ulteriore controllo, addirittura inquinamento pesante di quello che potrebbe anche essere un sistema capitalista sano. Un sistema perfetto per chi vuole controllare con la violenza e la paura tutta la situazione.

In tale sistema l’impiegato e il dirigente benpensanti fanno la loro grossa parte, voltandosi per non guardare o additando i cattivi e crogiolandosi nel loro ben-essere fatto di altre droghe come la televisione, le auto e il calcio, che loro non percepiscono come tali, ma come chissà quali figate.

In ultima analisi, spesso, le persone che hanno disagi o semplicemente cercano amore o solo di capire di più sul senso della vita, rimangono soli. Ma disgraziatamente per il potere economico-culturale che l’ha messa nel culo a milioni di persone per decenni, le cose oggi stanno cambiando. Sono ormai numerosi in tutto il mondo i gruppi di ricerca culturale, sociale, spirituale, che si stanno dimostrando in grado di far fronte a questa situazione disperata e di cambiarla.

In tale contesto si inserisce anche il tema sostanze/modificazione della coscienza. Si tratta di un tema ancora tabù per gran parte della popolazione. Per tale ragione sto scrivendo queste righe, per dare il mio contributo personale.

Anzitutto la prima osservazione da fare è quella relativa a quanto già sottolineato sulla differenza sostanziale tra sostanze stupefacenti di sintesi e altre naturali. È fondamentale. Le sostanze di sintesi sono perlopiù veleni prodotti per essere venduti e fare business sulla salute degli altri. Mentre le sostanze stupefacenti e allucinogene naturali sono prodotte dalla natura e la loro esistenza è oggi ancora tutto sommato un mistero. Per mettere subito le mani avanti e non perdere tempo poi con obiezioni banali, dico subito che sì è vero, anche il curaro e la cicuta sono naturali e uccidono. Grazie al cazzo. Anche lavorare come uno schiavo tutta la vita fa venire il cancro, ma non per questo il lavoro in sé è qualcosa di negativo. Anche l’ingestione di esagerate quantità di cibo o acqua può uccidere. E guardare la televisione e i videogiochi per molte ore al giorno manda completamente fuori di testa. Quindi, in buona sostanza, per cortesia, lasciamo perdere tali obiezioni poiché il punto è cercare di capire come stanno le cose. E dunque una cosa sono i veleni sintetici prodotti per fare business, altra cosa sono piante e erbe, utilizzate da tempi immemorabili, anche per produrre stati mistici.

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Da tempi immemorabili culture antichissime, come quella dei Veda  per esempio, spiegano come fare a modificare la coscienza, per percepire l’essenza dell’universo più profondamente. Lo yoga, il controllo della respirazione, la meditazione sono alcuni di questi strumenti. Altrove si usano altre pratiche e, sempre da tempi immemorabili, in Europa, in Asia e nelle Americhe, sono state spesso utilizzate piante psicotrope di varia natura.

Ora, mettere subito in competizione, alla maniera occidentale, lo yoga e il peyote, a mio parere non serve a nulla. È chiaro anche a un topo morto che ingerire sostanze possa essere mediamente più pericoloso che controllare il respiro, ma è anche vero che non è troppo logico liquidare come “negativo” un sistema che viene utilizzato da millenni, spesso con risultati quanto meno interessanti.

Gli allucinogeni utilizzati per scopi spirituali, mistici o religiosi, non hanno niente di sintetico, sono del tutto naturali. Si tratta di piante e funghi, diffusi nelle foreste tropicali e delle zone temperate, dotate di proprietà psicotrope che non sono casuali. Ovvero alcune delle sostanze chimiche che le compongono sono adatte a legarsi con specifici recettori del sistema neurologico umano. Tale legame talvolta può causare una modificazione della coscienza, allucinazioni, stati di trance e mistici.

Prima osservazione: perché questo avvenga è ancora un mistero.

Seconda osservazione, utile per evitare di nuovo perdite di tempo e anticipare osservazioni ridicole di chi ha idee rigide. Una delle osservazioni più stupide che vengano fatte è che le popolazioni del passato inclini al misticismo e a una visione più olistica della vita si siano estinte e non siano state competitive. Niente di più falso. Nonostante la colonizzazione barbara degli europei le antichissime culture come quelle dell’India e dell’Asia in generale non solo sono sopravvissute, ma sono oggi addirittura all’avanguardia nella visione dell’universo. Sono grandi studiosi come Fritjof Capra che hanno sottolineato la convergenza tra antiche concezioni Vediche e fisica quantistica. Nonostante lo sterminio perpetrato da spagnoli e altri popoli europei violenti, e nonostante la distruzione di un patrimonio culturale immenso e antichissimo, le culture mesoamericane non solo influenzano ancora oggi il mondo, ma gruppi indigeni più o meno grandi sono riusciti a sopravvivere, salvando persino costumi e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. E poi non ci vuole una laurea in storia per rendersi conto che anche i grandi greco-romani si sono estinti. E allora? Sono i normali cicli storici, come potrebbe confermare un Toynbee qualsiasi.

Tra queste popolazioni ve ne sono diverse che, per entrare in contatto con le profondità di se stessi, con l’universo e con l’infinito, utilizzano sostanze psicoattive. Come migliaia o forse decine di millenni orsono siano giunti a conoscere queste proprietà delle piante e a utilizzarle in maniera corretta, è un altro mistero, che sarà oggetto di una mia prossima trattazione. In ogni caso ci troviamo di fronte a una tecnologia botanica e farmacologica di altissimo livello proveniente da chissà dove e sviluppatasi in tempi antichissimi. Fatto sta che la conoscenza delle piante, dei minerali, persino degli animali, del vento e di altri elementi naturali per la cura delle persone sul piano fisico, spirituale e della coscienza, di queste persone è profonda e grandissima. Così grande, lo dico a beneficio degli appassionati della pericolosissima razionalità, da interessare professori emeriti di biochimica, farmacologia, botanica e fisica quantistica delle migliori università del mondo. Come per esempio, tanto per citarne un paio, Richard Evans Shultz, eminente biologo dell’Università di Harvard, e Albert Hoffman, scienziato ricercatore della Sandoz di Basilea, scopritore dell’LSD nel 1938. Scrissero insieme, tra l’altro, il volume “Allucinogeni e Cultura”.

Per una serie di eventi sincronici dei quali non solo non mi stupisco più, ma che addirittura ormai riesco in parte a vivere attivamente, sono entrato in contatto a Rio con una delle popolazioni più strutturate in questo senso, anche se non sono certo i soli: gli Huni Kuin.

Si tratta di una popolazione che vive nelle foreste dello stato amazzonico dell’Acre, in Brasile, al confine con il Perù. Oggi sono più di tremila e il vasto territorio nel quale abitano è di loro proprietà. Sono portatori di una cultura antichissima, in parte misteriosa, che si perde nella notte dei tempi e che è molto ricca. Artigiani sopraffini e artisti. Molti di loro suonano, cantano, dipingono, modellano, creano. Essendo parzialmente in contatto con la cultura occidentale sono in grado di creare un ponte di scambio creativo interessante, cercando di fare attenzione a non distruggere le tradizioni. Oggi alcuni di essi sono laureati in diverse discipline, altri sono anche fotografi e videomaker di livello e altri ancora rappresentano presso gli enti politici federali, la loro tribù. Ma quello che è l’aspetto più interessante è la conoscenza straordinaria dei misteri delle piante, sia per scopi medici e farmacologici che spirituali. Sapienza così profonda e seria da interessare l’Università e il Giardino Botanico di Rio de Janeiro, il Governo Federale e altre università di tutto il mondo, e persino gli esponenti brasiliani della chiesa cattolica.

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Sono stato testimone dell’incontro tra una delegazione di sciamani Huni Kuin e i dirigenti dell’Istituto di Ricerca del Giardino Botanico di Rio. Incontro nel quale si è sancito, tra le altre cose, l’intento di collaborare per la ricerca in futuro.

Gli Huni Kuin, insieme al Giardino Botanico, hanno realizzato un libro, fotografico e di testo, dove vengono illustrate le caratteristiche botaniche e gli usi terapeutici di centinaia di specie tropicali. Una grande vittoria e un grande riconoscimento per questo popolo e per tutte le altre popolazioni indigene, che loro potranno aiutare per un futuro prossimo riscatto. Perché non sono certo i soli. Le popolazioni indigene presenti sul pianeta che non hanno ancora perduto la loro sapienza sono per fortuna ancora abbastanza numerose. Si può fare molto.

Ma quello che degli Huni Kuin è affascinante è il loro profondo equilibrio, la loro serenità e, soprattutto, l’amore. Quello che hanno per se stessi, per la foresta, per gli altri, per gli spiriti. Non si tratta di qualcosa di affascinante per hippy vagamente sognatori e nostalgici, bensì dell’osservazione della loro concreta capacità, ormai collaudata da millenni di vivere in armonia e, oggi, vivere in equilibrio tra due mondi, quello indigeno e quello tecnologico.

Tra le loro caratteristiche si trova un forte misticismo, come lo si può trovare in molte popolazioni indigene. Hanno una forte spiritualità che vivono in serenità e condividono continuamente all’interno delle loro tribù, ma anche con gli occidentali con cui vengono in contatto. In poche parole danno la sensazione di essere tutt’altro che poveri indios perdenti, ma persone molto ben radicate a terra, concrete, che badano all’agricoltura, all’artigianato e al commercio, ma anche alle terapie fisiche e spirituali. Al tempo stesso sono capaci di sognare, di volare, di comunicare con gli spiriti, a livello sorprendentemente profondo. Per fare tutto questo utilizzano la meditazione e l’amore, ma anche le piante, che conoscono e utilizzano da migliaia di anni. L’inizio di questa conoscenza si perde nella notte dei tempi e della leggenda.

In particolare utilizzano il succo di due piante allucinogene Kawa e Hunì, conosciute dalla tassonomia occidentale come Psychotria Viridis e Banisteriopsis Caapi. Come si sia pervenuti millenni orsono a scoprire che le due piante andavano miscelate (per ragioni, sa oggi la scienza occidentale, di carattere biochimico) rimane un mistero. Gli Huni Kuin dicono che tutto quello che sanno sulle piante è tramandato da nove milioni di anni di generazione in generazione e che il primo maestro degli antenati arcaici fu Jiboia, l’Anaconda Sacro. Su queste tematiche di ordine mitico e cosmogonico tornerò in futuro con altri scritti, poiché sono troppo complesse e ci porterebbero ora troppo lontano.

Quello che interessa sapere è che non si tratta affatto di quattro indigeni sballoni disperati, bensì di popoli con una fortissima identità, un passato antico, solide radici, una sapienza profonda e nei quali si trovano anche persone che sono state in grado di andare a insegnare in università occidentali. Questi ragionamenti valgono per numerosi altri popoli.

Questo genere di persone, abituate a vivere nella foresta, immerse nelle piante, ha un rapporto con esse e con la natura, estremamente profondo e articolato. Frequentandoli potrei dire di aver avuto la sensazione che, in qualche modo, siano essi stessi, in parte, delle piante. Sono clorofilliani. Hanno nell’aspetto spesso qualcosa che ricorda semi, arbusti, radici, petali. Credo che l’uomo occidentale, dipendente dalle piante né più né meno che come tutti gli altri, visto che anch’esso si ciba di semi (il pane, il riso), radici (le patate), frutti e ortaggi, debba recuperare il rapporto non solo con se stesso e la natura, ma anche con il mondo vegetale in particolare. Le piante non sono solo cibo, ma anche rimedio, abiti e rifugio. Con le piante si fa tutto, incluso nutrire gli animali che alla fine danno latte e carne. Per un occidentale ormai tutte queste cose non sono altro che prodotti di un supermercato o di un negozio, ovvero la “coscienza” di che cosa sia ciò che mangiamo o usiamo per vestirci è ormai ridotta quasi a zero. Per un indigeno le piante sono amici, spiriti che ci indicano la via, alleati, entità da amare. Fra queste anche quelle che chiamano le “piante del sogno”, le quali possono stimolare sogni speciali o le piante sacre del “cammino incantato”, che possono portare in volo a “vedere” l’universo e la propria vita in modo diverso.

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Alla luce di tali considerazioni ho sperimentato su me stesso la miscela sacra delle due piante Kawa e Hunì: l’Ayahuasca. Ho vissuto un’esperienza interessante e profonda che ho raccontato perché amo condividere e lo ritengo proficuo sul piano culturale e umano. Il racconto si trova a questo link: Allucinogeni sacri – Ayahuasca.

Al di là di ciò, tutto quanto riguarda l’esplorazione della mente, della coscienza, della psiche è ancora all’inizio. Si stanno recuperando antiche tradizioni allucinogene, ma si usano ormai da decenni lo yoga, la respirazione, e altre pratiche. Credo che l’obbiettivo non siano certo lo sballo, o solo il recupero dello stress o il rilassamento, bensì la ricerca di una nuova coscienza, più espansa. Una coscienza che tenga conto di quelli che sono i veri obbiettivi e significati della vita umana, che non sarò certo io a enumerare, ma che mi permetto di ipotizzare non siano la competizione, il conflitto, il possesso e la sopraffazione. Queste ultime sono nient’altro che la vera barbarie. La vera società barbara è quella occidentale odierna, che senza dubbio ha prodotto cose positive come la chirurgia, internet, l’attenzione ai diritti umani, il land-rover e la pizza, ma pagando un prezzo altissimo in termini di devastazione del territorio, della natura e, soprattutto, di vite e anime umane. Nel complesso, sebbene si siano ottenuti in vari campi risultati ottimi, siamo al fallimento in termini di vero “ben-essere” e letteralmente nei pasticci per quanto riguarda una serie di problemi quali l’estinzione di diverse specie, la depauperazione delle risorse e del territorio, l’equilibrio naturale. Abbiamo vinto il vaiolo, ma siamo devastati dal cancro.

Naturalmente non sto minimamente dicendo che assumere allucinogeni sia la soluzione a questi mali, ci mancherebbe altro. E non ritengo nemmeno che tutto ciò che è antico e tradizionale sia meglio. Quello che dico è che dare attenzione a nuove, ma anche antichissime metodologie per lo sviluppo della coscienza e l’approfondimento di quella che è la nostra Vera Vita, sia fondamentale per un futuro di pace, armonia ed equilibrio sia personali che per tutta l’umanità.

Testo e foto: MVillone

Una Isi Kayawa

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Una straordinaria storia con angeli provenienti dalle foreste amazzoniche e dell’Acre. Grazie a Anna Dantes, Editora brasiliana, e a moltissimi altri amici e volontari, ma anche alle autorità del Comune di Rio e di altri enti. Per arrivare a Rio de Janeiro, dove sono ospitati da noi a Para Ti Guesthouse, hanno viaggiato nei fiumi dell’Acre per due giorni in canoa e poi hanno preso tre aerei il giorno successivo.

 Non tutto è perduto amici.

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UN MOMENTO STORICO. Presentazione solenne a Parque Laje, Rio de Janeiro, di Una Isi Kayawa, che significa “Libro di Cura”, dedicato al loro sciamano Agostino, scomparso pochi giorni prima che il progetto, da lui voluto venisse lanciato. Gli Huni Kuĩ sono depositari di una scienza delle piante sacre che potrebbe avere molto più di 5.000 anni, sempre trasmessa oralmente. Ieri è stato lanciato il libro dell’editora Anna Dantes, che per la prima volta pubblica su carta la loro sapienza millenaria, fino ad oggi tramandata oralmente. Alla presentazione erano presenti, commossi, tra il numerosissimo pubblico, autorità, giornalisti, fotografi, televisioni e, soprattutto, ricercatori e scienziati del Giardino Botanico. Tutti hanno ringraziato per lo straordinario apporto dato dalla scienza degli Huni Kuĩ alla medicina di tutto il mondo. Uno straordinario riscatto e un grande riconoscimento, per popolazioni per secoli emarginate e discriminate.

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Meccanismi di distruzione (e di ricostruzione) di massa

Ho promesso che per un po’ avrei scritto su argomenti positivi. Non mi sottraggo a questa promessa che, tra l’altro, onoro agevolmente, visto che il mondo è strapieno di persone meravigliose che lottano con risultati apprezzabili per l’equilibrio e la luce. Tuttavia non posso esimermi di continuare, qua e là, a condividere ciò che vedo accadere in tutto il mondo.

Opera di artista indio, Alagoas, Brasile

Opera di artista indio, Alagoas, Brasile

Sto attraversando il Brasile con un mio mezzo di trasporto, impresa ardua di migliaia di chilometri, che però mi permette di entrare in contatto con realtà locali spesso nascoste. Come piccoli paesi e città fuori dai circuiti turistici o comunque poco conosciute in alcuni loro aspetti.

Piccoli paesi brasiliani, nei quali fino a pochissimo tempo fa si viveva tranquillamente con le porte spalancate, si stanno attrezzando per i nuovi assetti sociali. Accade quello che purtroppo ho già vissuto in Italia nei decenni scorsi. L’amata cascina nelle campagne piemontesi, in cui passavo felici estati negli anni ’60 e ’70, non aveva bisogno di serrature. La porta sul cortile si apriva da fuori tirando un cordino collegato col chiavistello interno e quella sul retro si chiudeva la sera, se qualcuno si ricordava di farlo. Poi le cose cambiarono e oggi la porta sul cortile è dotata di una Antonioli a quattro mandate, mentre sul retro c’è un cancello di ferro con il lucchetto.

Tornando ai paesini di pescatori, tranquilli avamposti dell’infinito fino a pochi anni fa, oggi sono covi di narcotraffico, tossici, malandri, prostitute e violenza. Solo l’altro giorno sono passato in uno di questi dove, in una sparatoria, la polizia ha freddato un ragazzo. Le case sono ormai dei bunker con le grate alle finestre e il filo spinato elettrificato sui muretti. Molte cose stanno cambiando.

Ma vediamo i meccanismi, semplici concettualmente come complessi nelle loro relazioni sociali, di mercato, psicologiche e spirituali. Li semplificherò al massimo poiché la matrice è relativamente facile da individuare.

Non c’è casa, capanna o la baracca più fatiscente, nel mondo, che non abbia una parabolica sulla testa. Possono mancare le mutande, il cibo, l’istruzione, uno straccio di motivazione a vivere, ma la merda mediatica quotidiana non deve mancare, quella no, per carità.

Non è certo tutto uno schifo ciò che propone la TV, ma abbonda indecentemente di apologia della ricchezza, come fosse la soluzione di tutti i mali, la vera meta della vita. La ricchezza di bassa lega propugnata da media, pubblicitari e aziende è davvero penosa, con le loro auto da classe media, merendine velenose, moto di dubbio gusto, vestiti che scimmiottano i ricchi e i nobili, venduti come chissà che figh,i e che invece sono molto spesso sull’orlo del suicidio. Ma che cazzo ne sa di tutto ciò un ragazzetto di periferia, di slum o di un villaggio qualunque? L’ipnosi mediatica lo convince che suo padre è stato un coglione a passare tutti i giorni della sua vita in mezzo al mare e che sua madre è ridicola con quei vestiti antichi.

Tutte le cose belle (?) che hanno i ricchi miglioreranno la tua miserabile esistenza. La Tv lo spiega benissimo. 1. Per essere felice devi possedere. 2. Per possedere devi avere denaro. 3. Per avere denaro ci sono diverse strade: averlo già in partenza; ottenerlo lavorando onestamente; oppure….. Quello che non c’è nelle istruzioni è come trovarlo il lavoro, specie se i tuoi genitori non hanno potuto farti studiare e non hai imparato a fare niente, perché l’artigiano, come quel cretino di tuo nonno, è una occupazione miserabile e vecchia.

Ma la TV incalza, con tutte quelle belle auto e quella figa; e il testosterone non è che sia una sostanza leggera, è roba da maneggiare con cura. Allora, se per fortuna, per karma o per amore hai un barlume di coscienza e di volontà cercherai di trovare una soluzione onesta, roba quasi da santi in un qualsiasi slum. Sennò prima o poi per non impazzire assumerai delle sostanze, sempre peggiori, sempre più a buon mercato, sempre più sintetiche. Per pagartele le dovrai vendere, per venderle ti dovrai difendere dalla polizia, perché sono illegali. Sono illegali perché è molto più comodo e demagogico reprimere che capire, con il fantastico effetto collaterale di alzare i prezzi e far guadagnare così non solo i narcos, ma anche le polizie, le banche e i governi corrotti di tutto il mondo, che si fregano le mani per la miserabile pochezza umana dei poveri ignoranti che, a milioni, ci lasceranno la pelle.

Così José a 16 anni ha deciso che anche lui è figo con la 38 special, si scopa un sacco di ragazze, diventerà un boss. Sa che finirà presto con una pallottola nella schiena, ma se la vita è uno schifo chissenefrega. Tanto vale prendere a piene mani, tutto e subito, poi si vedrà. A 18 anni avrà già ucciso 30, 40 volte, avrà gli occhi iniettati di sangue, sempre fatto come un cavallo di roba che lo fa sentire potente, non avrà più limiti, per lo meno in quella melma che lui conosce benissimo. Finché un giorno come qualsiasi altro…

“Gli sbirri, gli sbirri!” – grida Pedro.

“Cazzo! Prendi la roba e usciamo dal retro!” – Josè, in orbita col cervello ormai chimico.

“Ci sono anche due elicotteri!” – Pedro è terrorizzato.

“Ma non li avevi pagati? Cazzo!”

“Volevano troppo stavolta. Già diamo un casino di soldi alla Milicia e agli spazzini che portano la roba coi camion della spazzatura”.

Escono dal retro di corsa in una viuzza con la roba e i revolver in mano. Cazzo no! Cazzo no! Il battaglione di shock! Con i Barrett M82A1, i fucili di precisione dell’esercito brasiliano che Josè ci teneva tanto ad averne uno prima o poi. Allora fanno sul serio stavolta. È un attimo, che sembra un’eternità, sembra quasi di vederla, la pallottola, che arriva, inesorabile, devastando il petto di Josè, dove forse un tempo, quando era ancora piccolo, c’era stato anche un cuore. Nessuno saprà mai se Josè, che ora non esiste più, aveva avuto il tempo di pensare: almeno non nella schiena…

Rio de Janeiro. Grattacieli della "classe media" - ©mvillone

Rio de Janeiro. Grattacieli della “classe media” – ©mvillone

Storie così, in tutto il mondo, sono a decine, forse centinaia di migliaia. E se non sono proprio come questa sono anche peggio. Sono tutte storie di abbandono. Ragazzi abbandonati da una umanità che crede di crescere ed evolversi producendo sempre più cianfrusaglie inutili, parlando di sviluppo del mercato, di espansione della classe media, ovvero schiavi che vanno a vivere in alveari-prigione come quelli nella foto, facendo lavori senzanima che non li interessano affatto e che li faranno diventare automi assenteisti, forse ancora più morti di José.

Nel frattempo, mentre nel sottobosco umano si consumano le tragedie della vita e della morte, i benestanti, anche quelli evoluti, si trovano a fare i conti con paradisi devastati da mostruosità urbane senza senso o con paradisi a cui è stata strappata l’anima e dove pescatori e artigiani devono fare i servi per turisti inconsapevoli e arroganti.

Grazie. Possiamo dire grazie alla mafia. Laddove la mafia non è nemmeno più “La Mafia”, un’organizzazione antica, orrenda, violenta, fuorilegge e spietata, ma con le sue regole. Ormai la mafia è un coacervo del vuoto presente nei cuori e nelle menti di banchieri, capi di governo, delinquenti ricchissimi e feroci, ministri, deputati, sindaci, imprenditori senza scrupolo alcuno o semplicemente poveri disgraziati ignoranti che non hanno la minima idea di cosa siano la vita e la bellezza.

La cultura mafiosa ha travalicato i limiti umani rendendo milioni di persone vampiri che amano l’oscurità e sguazzare nella melma.

Possiamo anche dire grazie a governi come quello americano che, anziché peritarsi di capire cosa sia l’Islam, preferisce massacrarne gli esponenti, mandando contemporaneamente al massacro migliaia dei propri giovani soldati. Gente povera che, magistralmente pilotata, non ha altra alternativa in America, che fare il soldato. Grazie al governo brasiliano che ha speso letteralmente miliardi per Coppa del Mondo e Olimpiadi, lasciando nella stramerda, soprattutto senza educazione e istruzione, milioni dei propri ragazzi. Grazie agli esponenti del governo italiano che, anziché preoccuparsi di dare di nuovo lavoro alle menti eccelse e alle persone oneste che, per loro disgrazia si trovano ancora lì, non mancano di ritirare i loro lauti stipendi e le loro assurde pensioni, per passare il tempo a insultarsi a vicenda. O grazie a governi come quello cinese, che manipolando i suoi miliardi di automi si preoccupa soltanto di comprare tutto quello che può, Africa compresa, per vendere tutto quello che può: cianfrusaglie senza alcun valore.

Grazie a tutti. Ma sapete che cazzo vi dico? Che potremmo fare molto meglio da soli. È ora che vi leviate dai coglioni.

Il lavoro che sto facendo, oltre a documentare inferni e paradisi è quello di avviarmi su un cammino diverso, dove non provare più rabbia per questi miserabili, ma infinita compassione, e mostrare ad altri che ci sono i presupposti per guardarli con compassione, ma levarceli dalle palle. Ci saranno anche detrattori (anzi ci sono) che moriranno dal ridere a sentirmi parlare di lavoro su una cosa che mi finanzio personalmente e che nessuno controlla. Per loro il lavoro deve essere appunto controllo, manipolazione, noia, dovere, per produrre reddito. Nient’altro. Per me invece il lavoro è la missione che uno si sceglie, anche se lo fa nel quartiere di casa, basta che lo faccia seriamente e con l’anima e non solo per sbarcare il lunario o per accumulare chissà che.

Artisti, artigiani, creativi, tutte le persone qualsiasi che ancora credono che “SI PUO’ FARE per Dio!”, anche se finora non hanno avuto il successo che meritano, anche se si sentono degli sfigati (ne sappiamo tutti qualcosa), perché li hanno convinti che le cose che desideravano veramente, fin da piccoli erano solo cretinate, sono i guerrieri del XXI secolo che potranno (e dovranno) porre fine a questo schifo.

Le persone comuni che hanno ancora voglia di credere che sia possibile non solo uscire da questa situazione, ma addirittura ribaltarla, tornando a sperare in un mondo in equilibrio tra bene e male, e non governato dal vuoto, non hanno altra via d’uscita che amare, meditare, creare, condividere e provare compassione per tutti, nessuno escluso, a cominciare da se stessi.

La prima e l’ultima foto di questo articolo sono dell’autore e ritraggono due delle opere di un artista indio dell’Alagoas, Brasile. Me ne sono imbattuto per caso, in mezzo a un palmeto, dove girovagavo senza meta. Si trovano, fisse, nell’area circostante la capanna di paglia dove vive, davanti all’oceano. Sono straordinarie. Non sono in vendita.

Opera di artista indio, Alagoas, Brasile

Opera di artista indio, Alagoas, Brasile

Sambaterapia

Siete depressi, demotivati, tutto sta andando dal culo? Pensate al suicidio?

Ebbene, prima di fare il grande passo (peraltro del tutto inutile, ma questo è un altro discorso) provate a considerare la nostra proposta di Sambaterapia.

Si tratta di una disciplina antica, che forse prima non è stata formalizzata con questo nome, ma che ora chiamano così, incluso il Comune di Rio de Janeiro. Noi personalmente sperimentiamo continuamente i benefici di questa attività, quindi possiamo tranquillamente sottoscrivere la pertinenza di questa divertente denominazione. Molto probabilmente un medico che facesse un’anamnesi di un paziente, prima e dopo una sessione di Sambaterapia, si troverebbe a incontrare valori di pressione, battito, circolazione, tonicità e pulizia degli organi ben diversi. Per non parlare di uno psicolgo, che avrebbe la sensazione di trovarsi di fronte due persone diverse.

Scuola di Samba Mangueoira - ©lidiaurani

Scuola di Samba Mangueira – ©lidiaurani

Ovviamente è un punto di vista divertente, ma la proposta è estremamente seria. Chiunque abbia sperimentato una sessione di Samba si rende conto della differenza tra il prima e il dopo. I Carioca conoscono questo sistema da decenni ed è servito loro per resistere alla povertà, alle difficoltà, alla dittatura, alla corruzione di tutti i governi che si sono succeduti in questo meraviglioso paese, con un meraviglioso popolo, ma con un sacco di problemi. È un’eredità ricevuta dagli schiavi dei secoli precedenti che, come negli Stati Uniti, hanno dovuto trovare la maniera di sopravvivere a condizioni durissime. Dal nord al sud del continente americano sono così nati il Blues, il Jazz, l’Afro-cubano, il Samba e innumerevoli altri generi musicali che hanno cambiato il mondo.

A Rio de Janeiro il Samba non solo è cultura popolare di livello che si esprime nel Carnevale e nelle Scuole di Samba, ma anche vita quotidiana. I Carioca si muovono elegantemente, sambando. Non passa giorno che negli innumerevoli locali, nei teatri, nei boutecos sulla strada, non ci sia un gruppo che suona, oltre a tutti i generi musicali, soprattutto il Samba. Ma quello che rappresenta la vera e propria “terapia” sono le “Rodas de Samba”, Ruote di Samba. Gruppi di professionisti e dilettanti, chitarristi, percussionisti, cantanti e sambistas, si trovano sulle spiagge o nei quartieri caldi, ma potremmo anche dire quasi ovunque, per suonare, ballare, cantare insieme per alcune ore. Bianchi, neri, mulatti, giovani, vecchi, indigeni, gringos, uomini, donne, impiegati, artisti, sfaccendati, imprenditori, insomma chiunque, si incontrano e condividono, senza percepire differenza alcuna. La comunicazione emotiva ed empatica è totale e non ci sono pregiudizi e condizionamenti, chiunque arrivi o passi da una Roda de Samba, anche per caso, può partecipare ed è ben accetto. Può portarsi uno strumento da casa oppure battere sul tavolo o utilizzare lattine e bottiglie per tenere il ritmo. Non ballare risulta impossibile. È un’attività spontanea dove il denaro non entra nemmeno un po’. Si canta per la Vita, la Pace, l’Amicizia, l’Amore, il semplice divertimento. Si suona, si ascolta, si balla. È letteralmente impossibile restare soli e non fare amicizia con tutti gli altri.

Roda de Samba, Leme, RJ - ©mvillone

Roda de Samba, Leme, RJ – ©mvillone

Chiunque partecipi, anche per caso, a una simile riunione, anche se fosse all’ultimo stadio di depressione, avrebbe un barlume di speranza. Semplicemente perché la genuina voglia di stare insieme a celebrare la vita, senza nessun altro motivo, si vede e si sente.

Quindi in sostanza chi volesse farla finita o comunque se la passa male, prima ci scriva. Ah beh certo. Io non è che lo faccia gratis. Col cavolo. Ospito la gente nella nostra Guesthouse a prezzi modici e organizzo il programma che in 10 gg prevede (indicativamente):

1° giorno – arrivo dall’Italia e sistemazione. Breve escursione in favela.

2° giorno – Spiaggia. Per chi lo desidera training sportivo sulla spiaggia. Nel pomeriggio escursione a Ipanema e Copacabana. Partecipazione a una Roda de Samba.

3° giorno – escursione ai Parchi Nazionali e al giardino Botanico. Workshop di Fotografia. Serata al pan di Zucchero e al Morro da Urca.

4° giorno – Spiaggia e training. Pomeriggio in una delle migliori Scuole di Samba di Rio. Serata nel quartiere degli artisti di Santa Teresa.

5° giorno – Visita alla Cidade do Samba. Pomeriggio visita alla favela della Rocinha. Tardo pomeriggio e sera Roda de Samba.

6° giorno – Spiaggia nel Parco Nazionale di Grumary. Serata al Carioca da Gema oppure un altro dei pazzeschi locali del quartiere Lapa di Rio.

7° giorno – Spiagga. Nel pomeriggio Roda de Samba in spiaggia. Serata a una festa a Santa Teresa o a Lapa.

8° giorno – Spiaggia. Nel pomeriggio visita ad altra Scuola di Samba. In serata Roda di Samba o locale di Samba a Lapa.

9° giorno – Spiaggia. Saluti e partenza.

10° giorno arrivo in Italia.

A tutto questo, se davvero foste molto depressi, si può aggiungere un po’ di attività (a richiesta) con noi, i nostri collaboratori e i nostri bambini (che non hanno niente) al Centro Para Ti.

Ovviamente la Sambaterapia non esclude il turismo responsabile, sociale e culturale che organizziamo a Rio. Le possibilità sono pressoché infinite.

Il programma è indicativo e variabile a piacere, essendo sartoriale. Ovvero lo facciamo anche per due sole persone. Il motivo è semplice. È il nostro lavoro, ma lo facciamo per passione e non abbiamo alcun bisogno di fare chissà che fatturati. Ci interessa di più divertirci e ospitare amici e/o persone che possano continuare anche dopo a interagire con il nostro progetto.

Se qualcuno dopo questo trattamento torna a casa infelice gli restituiamo i soldi.

Preventivi solo a richiesta. Scrivendo a mauro.villone@gmail.com

A questo link video di Roda de Samba a Rio – Um soriso negro um abraço negro

Il Clitoride, questo misconosciuto

Strategie del piacere e della sofferenza – Testo e foto: Mauro Villone

Donna che prega nel Gange

Donna che prega nel Gange

Se c’è un elemento del corpo femminile che ho sempre trovato particolarmente affascinante, questo è il clitoride. Se non proprio tutti, moltissimi sanno di cosa si tratti: una sorta di minipene per lo più interno che si presenta come una escrescenza posta nella parte superiore della vagina, dotata di terminazioni nervose molto sensibili, la cui funzione sembra sia “solamente” quella di dare piacere. D’altra parte non è qualcosa di cui si parli moltissimo, al punto da poter essere considerato, persino al giorno d’oggi, tutto sommato un tabù. Tanto è vero che il parlarne, o lo scriverne, così come il semplice titolo di questo mio articolo, possono risultare una provocazione. In effetti lo è, ma se ci pensate bene, solo nella misura in cui l’argomento è considerato tabù. Ovvero un tema di cui è meglio non parlare in pubblico e nemmeno troppo in privato.

I frangenti nei quali può essere citato sono fondamentalmente tre. In primo luogo nell’ambito medico e della sessuologia, poi in qualche sporadica discussione da salotto sull’orgasmo femminile e infine a proposito delle barbariche pratiche chirurgiche popolari, di alcune culture, sugli organi genitali femminili. Ma andiamo per ordine.

Anzitutto per quale ragione lo trovo così affascinante. Nonostante Wikipedia liquidi l’argomento con poche righe scontate, dice su di esso una cosa importantissima. Si tratta dell’unico organo umano destinato solo ed esclusivamente al piacere. Opportunamente stimolato può far raggiungere alla donna un orgasmo che viene definito appunto orgasmo clitorideo. Sigmund Freud, continua Wikipedia, e come è ben noto, dall’alto del suo scranno, eretto in un periodo culturale nel quale erano presenti forti convinzioni su quello che fossero il bene e il male, sentenzia che si tratta di un orgasmo “immaturo” a differenza di quello vaginale che definirebbe “maturo”. Anzitutto, senza trovarsi su uno scranno alcuno, ma usando il semplice buon senso, non si capisce per quale ragione la natura avrebbe dovuto dotare un organismo di un elemento destinato a far vivere un’esperienza immatura. Più logico pensare che debba trattarsi di due funzioni complementari per provare un piacere più profondo e intenso, così come, anche se in maniera molto meno evidente, si può notare una differenza tra la sensibilità della punta del pene, il prepuzio, e tutto l’organo genitale maschile nel suo insieme.

Sadhu - Varanasi

Sadhu – Varanasi

Quello che trovo invece affascinante è proprio questo: il clitoride serve solo, soltanto ed esclusivamente per godere, e non è dotato di nessuna altra funzione. Non si potrebbe ammettere con umiltà, anziché emettere sentenze, che la natura segue il suo corso armonico, forse addirittura “sapendo” cosa fa? E che si sia preoccupata di “creare” qualcosa destinato a dare un piacere così intenso da permettere a un essere umano di “abbandonarsi” ad esso come può accadere per l’estasi spirituale o sciamanica?

Ma andiamo avanti.

A differenza di quanto comunemente si sia portati a credere la repressione del piacere non è un’insana attività solo di matrice cattolica. La si può trovare in molte altre culture, come quella islamica, alcune africane e altre ancora. In Africa per esempio sono stranamente presenti diversi tipi di atteggiamenti nei confronti di questo argomento. Tanto per avere un’idea in merito, ad esempio in Nigeria viene praticata la circoncisione del clitoride, pratica applicata alle neonate e destinata addirittura a far provare più agevolmente piacere in futuro. Mentre in alcuni paesi dell’Africa orientale sono usate pratiche chirurgiche barbare e sommarie che vanno dall’infibulazione (la cucitura delle grandi labbra della vagina) al taglio delle grandi labbra stesse, fino all’escissione del clitoride, ovvero la sua totale asportazione. Queste due ultime operazioni possono portare alla completa incapacità di provare l’orgasmo e quindi in ultima analisi, a godere del piacere in maniera profondamente intensa.

Nella repressiva cultura cattolica invece la negazione del piacere è operata sul piano più strettamente psicologico con un programma addirittura secolare di repressione così efficace da riuscire a mettere in imbarazzo se non chiunque, una vasta fetta di popolazione nel parlare di queste cose. Semplicemente, per lo più, non se ne parla e basta. Tanto per fare un esempio avete mai trovato nei programmi scolastici qualcosa che si avvicini anche solo minimamente al tema della stimolazione orale o manuale dei genitali per provare godimento? L’educazione sessuale ancora oggi, sempre che esista, si limita a spiegare che il pene penetra nella vagina per procreare e che bisogna fare attenzione se non si vogliono avere figli e a non prendersi l’AIDS. Finito.

Ci sono alcune culture sul pianeta che invece vedono le cose in una maniera completamente diversa. Per esempio alcune culture centro e sudamericane. Ma anche, nonostante a livello popolare si tratti anche qui di una cultura repressiva soprattutto nei confronti della donna, nelle più alte espressioni spirituali della cultura indiana e orientale in generale.

Una storia buddista della tradizione tibetana racconta di un viaggiatore che attraversava le meravigliose e deserte valli dell’Himalaya, il quale venne ospitato per una notte in un monastero, dove si trovavano sia monache che monaci. A un certo punto durante la notte, nell’oscurità, dalla finestra il viaggiatore vide un bagliore intensissimo che si sprigionava da una delle celle dei monaci. Non seppe resistere alla curiosità, uscì, e si avvicinò per vedere di cosa si trattasse. Erano una monaca e un monaco che stavano facendo l’amore in modo così intenso da produrre una luce così forte da inondare la camera e sprigionarsi fin fuori dalla finestra.

Anima - Varanasi

Anima – Varanasi

Nichiren Daishonin, un maestro buddista giapponese del XIII secolo sosteneva che “se un uomo e una donna recitano Nam-Myo-Ho-Ren-Ge-Kyo* durante il rapporto sessuale, i desideri terreni si trasformano in illuminazione e le sofferenze di nascita e morte si trasformano in Nirvana”.

Nella tradizione Hindu Kama è il Dio del desiderio, uno degli innumerevoli dei del Pantheon induista. Il Kama Sutra è il Sutra o Libro del desiderio e non un libro sulle posizioni dell’amplesso. Bensì un profondo trattato che spiega come raggiungere l’illuminazione attraverso la soddisfazione dei desideri. Il Tantrismo è una pratica, talvolta anche molto difficile, che serve per cercare di raggiungere un’estasi profonda che unisce le persone.

La stessa parola sanscrita Yoga significa unione. Unione con l’assoluto, unione con l’universo, con gli altri, ma soprattutto con se stessi. Tutta la costruzione spirituale Hindu è basata sull’unione del Lingam, simbolo dell’organo sessuale maschile e pene del Dio Shiva, con la Yoni, simbolo dell’organo sessuale femminile e vagina di Shakti, l’energia cosmica, manifestazione femminile di Shiva. Shiva è un Dio multiforme che rappresenta molte cose, talvolta la distruzione e la morte, talvolta la rinascita, talvolta il sonno, talvolta le lacrime. Si dice che l’induismo abbia trentatré milioni di Dei. È perché per gli Hindu qualsiasi cosa è una manifestazione del divino.

Organi biologici destinati solo al godimento sono una ennesima manifestazione divina da usare con rispetto, venerazione, profondità. Culture che negano la femminilità, il godere, l’estasi, la luce che può derivare dall’unione sessuale, per vivere ogni cosa, inclusi il piacere e l’orgasmo come prodotti da consumare, per giunta di nascosto, sono probabilmente destinate ad esaurire le loro energie, come puntualmente sta accadendo. Il petrolio e le altre risorse succhiate alla terra lasciano cavità vuote, così come sono svuotate le persone che sfruttano il proprio corpo come una fonte di piacere usa e getta. Molta gente, molti giovani persino, sono costretti a bere, stordirsi, ingerire sostanze, assumere Viagra, eccitanti, narcotici e stimolanti, per poter rinnovare continuamente un piacere vacuo e incompreso nella sua profondità, perché da una parte represso e dall’altra svuotato della sua sacralità. Fame chimica, sonno chimico, orgasmo chimico, oblio chimico. Sono l’assicurazione dei narcotrafficanti di tutto il mondo, gli unici che non sentono crisi. Anzi si fregano le mani per la povertà di spirito del genere umano.

Tutto ciò potrebbe generare il sospetto che vivere con serenità e abbandono qualsiasi esigenza del proprio corpo e abbandonarsi totalmente, senza pregiudizi a qualsiasi esperienza di piacere potrebbe abbattere la dicotomia cartesiana spirito-materia. Per portare a quello che i tibetani chiamano “pace della mente e visione profonda”. Ecco perché Shiva sarebbe il Dio della Distruzione e della Rinascita e anche il Dio del Sonno. E l’unione tra Shiva e Shakti, tra materia ed energia le quali, come ci insegna la fisica quantistica, sono la stessa cosa, abbatterebbe l’apparente dualità per dare luogo alla monade assoluta: il Brahma. Là dove scompare la sensazione “io e il resto” per lasciare spazio solo più al Sé transpersonale.

Una cultura che vive con profonda consapevolezza la gioia e la sofferenza, il godere e il desiderio in assoluto abbandono e naturalezza, senza sensi di colpa e di dovere, sarebbe forse la via d’uscita dall’impasse in cui ci troviamo. Per correre una volta per tutte verso i meravigliosi paesaggi che ancora ci attendono.

*Nam-Myo-Ho-Ren-Ge-Kyo è un mantra (o un’invocazione) che, in estrema sintesi, significa: Mi affido (o mi abbandono o mi dedico) alla Legge Mistica di Causa ed Effetto dell’Universo tramite vibrazione. Ma la sua funzione e il suo significato sono estremamente articolati  e profondi.