PARA TI COSCIENZA E CREATIVITÀ. LO SVILUPPO DELLA COSCIENZA PER UN NUOVO MONDO.

Para Ti (www.parationg.org) esiste da 25 anni per dare sostegno a bambini di favela e alle loro famiglie. È un progetto d’amore.
Nel corso del tempo sono profondamente mutati gli scenari sociali e psicologici. Il Brasile, così come il mondo di oggi non è più quello di quindici o venti anni fa.
Mentre un tempo si lottava tout-court contro la miseria e la fame, oggi si lotta contro la miseria culturale e la fame di amore.
Gli organizzatori del progetto, Mauro Villone e Lidia Urani si occupano, ormai da decenni, di ricerca in ambito culturale e spirituale e sono viaggiatori di lungo corso. A loro si è unito, in qualità di collaboratore, Rogerio Barros, attore e regista teatrale, insegnante di Yoga e Meditazione. Dalla loro ricerca è scaturita la consapevolezza che i punti chiave per uno sviluppo futuro degno di questo nome sono la “Coscienza” e la “Creatività”.
Da qui la determinazione a imprimere ulteriore sviluppo al progetto Para Ti puntando sulla cura della Coscienza con la Meditazione e sull’espressione creativa, con laboratori d’arte, arte-terapia e residenze d’artista.

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Il panorama sociale

Para Ti opera per lo più nella Favela di Vila Canoas. Qui le situazioni sono le stesse che si possono trovare nel resto di Rio, del Brasile, del Sudamerica e, se vogliamo, con punti in comune con alcune che possono incontrarsi di tutto il mondo. Ovvero bambini e ragazzi poveri, provenienti da famiglie distrutte dalla miseria, dall’abbandono e, soprattutto, da alcol e droga, abbandonati a se stessi e privi di una qualsiasi progettualità. Su questo substrato si erge, in Brasile, quello che chiamano sviluppo, che, secondo le statistiche governative, sta creando una nuova “classe media” un po’ più benestante. In realtà quello che sta avvenendo è sì l’aumento del potere di acquisto, incentivato da una selvaggia politica di credito al consumo, ma senza un corrispondente sviluppo sul piano educativo e su quello culturale. Il risultato è l’aumento esponenziale di consumatori di alimenti errati e oggetti superflui che peggiorano ulteriormente la salute e la qualità della vita. Rimangono l’abbandono, la mancanza di educazione e soprattutto di amore per tutti. In questo meccanismo quelli che più sono colpiti sono i bambini che non hanno punti di riferimento, se non la televisione e altri media, e tutto ciò che cresce in loro sono l’arroganza, l’alienazione con giochi stupidi, il possesso di telefonini e il rimpinzarsi di alimenti errati. Uno dei problemi che stanno crescendo in Brasile, come nel resto del mondo, è la cattiva alimentazione con conseguente obesità e altre patologie di diversa natura.
Oltre a questo i bambini delle favelas (e di slum di tutto il mondo) non imparano correttamente nemmeno la loro lingua, non hanno educazione civica e al tempo stesso non possono più nemmeno avere come punto di riferimento le antiche tradizioni, ormai distrutte. Non fanno attività fisica e vivono in tuguri poco illuminati e sporchi, dove per lo più dormono per terra. Spesso non conoscono il padre e, quando i genitori ci sono, con una certa frequenza sono tossici, alcolizzati, trafficanti o in galera.
Ma c’è di più. La violenza e la diffusione di droghe e alcol stanno aumentando. Da un documentario che stiamo realizzando si evincerà come bambini e ragazzi siano estremamente esposti. Almeno il 70% dei bambini da noi intervistati è stato protagonista o ha assistito a episodi di violenza. Le storie che stiamo registrando sono quasi sempre commoventi, talvolta agghiaccianti. Le istituzioni governative rispondono con altra violenza e i poliziotti sono in massima parte corrotti dai trafficanti. L’UPP (Unità di Polizia Pacificatrice) che dovrebbe presidiare il territorio e controllarlo, col tempo si corrompe o comunque non riesce nel suo intento per la ferocia della situazione. I poliziotti sono, in qualsiasi caso, persone mal pagate, armate fino ai denti, che devono sbarcare il lunario e far fronte a una violenza inaudita. Capita con una certa frequenza che si vedano sparare addosso da bambini di 12 anni.

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La sfida

In tale panorama devastante la sfida della nostra piccola organizzazione è quella di portare punti di riferimento materiali, educativi, culturali e spirituali. Da qui l’attività con i laboratori, tenuti dallo staff, da collaboratori a progetto, da volontari.
Nel 2015 parte il nuovo cronogramma che prevede gruppi di 4-6 bambini. Ogni gruppo viene seguito da un operatore.
I laboratori principali sono:
1. Meditazione
2. Rinforzo scolare
3. Artigianato artistico
4. Fotografia e Video
5. Cucina
6. Arte e Arte-terapia
7. Teatro, musica ed espressione psico-fisica
8. Attività ludiche diverse

Ai laboratori si affiancano i colloqui e le interviste individuali. Le interviste possono essere registrate per il documentario in preparazione. Ogni famiglia (o, spesso, chi ne fa le veci) ha sottoscritto l’autorizzazione all’utilizzo dell’immagine dei figli per soli fini di documentazione e divulgazione del progetto Para Ti.
Sono previsti colloqui a scadenza bimestrale con i genitori o con chi ne fa le veci. Anche alcuni degli adulti della comunità saranno intervistati.

Le attività sono parzialmente aperte anche agli adulti. I familiari dei bambini e altri delle favelas potranno partecipare gratuitamente. Chi viene da fuori può essere protagonista di un’esperienza straordinaria e lasciare un’offerta.

Nostra intenzione è coinvolgere, nei limiti del possibile, anche persone lontane da questo mondo, ma che hanno estremo bisogno di aiuto (e ne sono consapevoli), come trafficanti e border-line di varia natura. Abbiamo già cominciato. Non si tratta più di un dovere istituzionale o governativo, ma una situazione di emergenza che dovrebbe coinvolgere tutti, ma potrebbe trasformarsi in opportunità di profondo cambiamento.

Questo progetto non serve a fare beneficienza, bensì a dimostrare che l’abbandono, la miseria, anche culturale, la solitudine, la violenza, si possono combattere, e vincere, con l’amore, la condivisione, il dialogo, la meditazione profonda.

Mauro Villone

Stati modificati di Coscienza

Stati modificati di Coscienza

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Da moltissimi anni sono molto interessato e coinvolto nello studio degli stati modificati di coscienza. Preferisco chiamarli “stati modificati” anziché “alterati” per la semplice ragione che quest’ultimo aggettivo presuppone intrinsecamente una leggera connotazione negativa. Mentre stati modificati secondo me rende maggiormente l’idea di una variazione, spontanea o indotta, dello stato di coscienza. Si parla anche, nei casi più estremi, di “stati di allucinazione” e “stati di trance”, quando la modificazione porta alla percezione, sempre più forte, di altre realtà oppure di cose inesistenti.

L’argomento è ben poco conosciuto, nonostante tutto. Nonostante siano passati quasi 70 anni dalla scoperta dell’LSD e siano stati fatti innumerevoli studi riguardo al tema degli stati modificati in genere, si sa ancora poco su di essi, anche perché l’argomento non può essere trattato come qualcosa a sé, bensì deve essere riferito a quello che è in generale la coscienza nel suo insieme, anche quando non sopraggiungano modificazioni. Lo psicologo Charles W. Tart, della Stanford University, parla nei suoi lavori di stati modificati rispetto a uno stato di coscienza di base preso convenzionalmente come punto di riferimento. Egli stesso spiega chiaramente due cose. In primo luogo come non si possa parlare di stato di coscienza, per così dire, normale, ma si possa solo pervenire a stabilire quale sia uno stato di coscienza di base, dal quale partire per indurre modificazioni. In secondo luogo spiega come tali modificazioni possano essere solo di natura “discreta”, ovvero procedano a piccoli salti, come dei gradini di cambiamento da uno stato all’altro. Come avviene per gli stati energetici delle particelle subatomiche e per la distribuzione di massa nell’universo, che non sono continui, ma, per l’appunto, discreti.

Il tema in oggetto è stato più volte affrontato da studiosi, dalla letteratura, dai media, ma tutto sommato è ancora molto poco conosciuto, anche se fa ampiamente parte della storia dell’uomo. Stati modificati, soprattutto legati a credenze e religioni, sono descritti da libri antichissimi, soprattutto sacri o religiosi, come i Veda, la Bibbia, il Popol Vuh e molti altri. La disciplina dello yoga e le discipline psico-spirituali in genere sono proprio basate sulla ricerca scientifica della modificazione della coscienza. Questo accade proprio perché è del tutto intuitivo il fatto che, per percepire realtà più profonde e supernormali, non è sufficiente agire con i normali strumenti della coscienza di veglia più o meno accettata come quella standard. Occorre riuscire ad espanderla per poter percepire qualcosa d’altro. Uno dei dibattiti più accessi dalla notte dei tempi ad oggi è se questo qualcosa sia di natura reale oppure no. Naturalmente questo dilemma se ne trascina dietro un secondo immediatamente. Ovvero: cos’è la realtà? Cosa possiamo definire come realtà?

Mentre impazza la polemica che forse potrà pervenire e una soluzione o forse no, una cosa che chiunque può fare è la sperimentazione personale. Con lo yoga, la meditazione profonda, la meditazione trascendentale, ma anche con la danza, il teatro e mille altre discipline.

Gli stati modificati, in ogni caso, sono generalmente considerati dall’opinione pubblica, standardizzata e nutrita di disinformazione televisiva e altre droghe tecnologiche e mediatiche, come un tabù, qualcosa da cui stare alla larga. Specie se questi stati modificati sono indotti da droghe di vario genere.

E qui entriamo nel delicato e in uno dei temi più controversi e misconosciuti degli ultimi due secoli.

Baudelaire e i suoi amici, riconosciuti dalla letteratura ufficiale come grandi scrittori, non fumavano l’hashish, bensì lo ingerivano. Con questo tipo di assunzione gli effetti perdurano più a lungo. Erano forse i primi, nella società occidentale moderna, a fare uso di droghe, in aperta polemica con gli standard dei benpensanti dell’epoca. Tutte le altre occasioni passate nelle quali si utilizzavano stupefacenti erano legate a culture che le accettavano normalmente come facenti parte dell’insieme di usanze e comportamenti. Questo vale per le civiltà antiche di Roma e della Grecia, dell’India e molte altre. Lo stesso vale per le sostanze utilizzate dalle streghe, ancora in epoca storica, come la Datura, l’Aconito, la Belladonna e il Giusquiamo, che erano legate a precedenti culture (come per esempio quelle celtiche e nordiche) sopraffatte e spazzate via da quella occidentale. Al di là dell’utilizzo di droghe, in queste culture, la modificazione dello stato di coscienza era vista come normalissima e per lo più legata alla ricerca spirituale e all’afflato religioso. Solo nella nostra cultura occidentale tale ricerca viene vista come il diavolo ed è ufficialmente repressa e perseguita.

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La ragione è semplicissima: modificare lo stato di coscienza permette di allargare la propria visuale e di osservare le cose da punti di vista differenti. Permette inoltre di percepire realtà diverse che spesso mettono pesantemente in discussione tutta l’impalcatura sulla quale si regge, malferma, la traballante costruzione schiavista della civiltà occidentale. Una delle prime cose ad essere vietate in qualsiasi regime totalitario, di destra, di sinistra, di sopra e di sotto, sono sostanze stupefacenti e movimenti spirituali, a meno che non si conformino al potere costituito e gli tengano bordone. Come, per esempio, la chiesa cattolica con il fascismo e lo shintoismo con il governo di destra giapponese dello stesso periodo.

La repressione, paradossalmente, è ampiamente aiutata dai produttori e spacciatori di droghe sintetiche, come cocaina, morfina, eroina, ecstasy, crack, colle e altre schifezze simili, continuamente aggiornate o inventate. La spaventosa diffusione di questi veleni è dovuta principalmente a una enorme richiesta. Richiesta amplificata da un altrettanto enorme disagio, ma che parte da una necessità, probabilmente innata nell’esser umano, per l’appunto di modificare lo stato di coscienza. Tale necessità, misconosciuta o comunque repressa, ha portato nei decenni alla situazione spaventosa che vediamo oggi. Ovvero milioni di persone dipendenti da sostanze chimiche di sintesi, che non fanno altro che aspettare la morte dopo aver passato una vita di fallimenti dopo fallimenti, ma soprattutto all’insegna di una totale mancanza di amore.

Se ci fate caso spacciatori e luridi mafiosi  e narcotrafficanti vari fanno i loro business solo ed esclusivamente da droghe sintetiche. Sostanze di sintesi come la cocaina e l’eroina, che derivano sì in origine da piante come la coca e il papavero, ma che sono del tutto manipolate. Unica eccezione la marijuana, anch’essa però ultimamente abbondantemente manipolata. Gli allucinogeni potenti non hanno un mercato nero parallelo, poiché sono troppo impegnativi e non si possono assumere solo per divertimento. Le droghe comunemente spacciate sono perlopiù narcotici o stimolanti e non allucinogeni.

Ai cervelli totalitari questa situazione fa molto comodo, poiché possono additare un folto gruppo di persone come i drogati cattivi da sterminare e dei quali non seguire l’esempio. Mettendo in tale calderone chiunque assuma qualsiasi sostanza. Senza peritarsi di approfondire e capire che ci sono differenze profonde. Anziché peritarsi di capire per quale ragione tanta gente provi disagio, cerchi di fuggire chimicamente oppure cerchi, maldestramente, di esplorare le infinite possibilità della coscienza, oppure faccia della seria ricerca psico-spirituale.

Anche un ghiro alcolizzato si rende conto che assumere intrugli chimici velenosi sia assurdo. Purtroppo questo accade poiché chi ha bisogno di aiuto viene abbandonato a se stesso da questo sistema di merda ed essendo le droghe vietate, punto e basta, si lascia in totale balia della delinquenza comune o organizzata la loro produzione e distribuzione. I risultati li conosciamo tutti: veleno, morte, violenza, miliardi per produrre altra violenza, prostituzione, armi, ulteriore controllo, addirittura inquinamento pesante di quello che potrebbe anche essere un sistema capitalista sano. Un sistema perfetto per chi vuole controllare con la violenza e la paura tutta la situazione.

In tale sistema l’impiegato e il dirigente benpensanti fanno la loro grossa parte, voltandosi per non guardare o additando i cattivi e crogiolandosi nel loro ben-essere fatto di altre droghe come la televisione, le auto e il calcio, che loro non percepiscono come tali, ma come chissà quali figate.

In ultima analisi, spesso, le persone che hanno disagi o semplicemente cercano amore o solo di capire di più sul senso della vita, rimangono soli. Ma disgraziatamente per il potere economico-culturale che l’ha messa nel culo a milioni di persone per decenni, le cose oggi stanno cambiando. Sono ormai numerosi in tutto il mondo i gruppi di ricerca culturale, sociale, spirituale, che si stanno dimostrando in grado di far fronte a questa situazione disperata e di cambiarla.

In tale contesto si inserisce anche il tema sostanze/modificazione della coscienza. Si tratta di un tema ancora tabù per gran parte della popolazione. Per tale ragione sto scrivendo queste righe, per dare il mio contributo personale.

Anzitutto la prima osservazione da fare è quella relativa a quanto già sottolineato sulla differenza sostanziale tra sostanze stupefacenti di sintesi e altre naturali. È fondamentale. Le sostanze di sintesi sono perlopiù veleni prodotti per essere venduti e fare business sulla salute degli altri. Mentre le sostanze stupefacenti e allucinogene naturali sono prodotte dalla natura e la loro esistenza è oggi ancora tutto sommato un mistero. Per mettere subito le mani avanti e non perdere tempo poi con obiezioni banali, dico subito che sì è vero, anche il curaro e la cicuta sono naturali e uccidono. Grazie al cazzo. Anche lavorare come uno schiavo tutta la vita fa venire il cancro, ma non per questo il lavoro in sé è qualcosa di negativo. Anche l’ingestione di esagerate quantità di cibo o acqua può uccidere. E guardare la televisione e i videogiochi per molte ore al giorno manda completamente fuori di testa. Quindi, in buona sostanza, per cortesia, lasciamo perdere tali obiezioni poiché il punto è cercare di capire come stanno le cose. E dunque una cosa sono i veleni sintetici prodotti per fare business, altra cosa sono piante e erbe, utilizzate da tempi immemorabili, anche per produrre stati mistici.

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Da tempi immemorabili culture antichissime, come quella dei Veda  per esempio, spiegano come fare a modificare la coscienza, per percepire l’essenza dell’universo più profondamente. Lo yoga, il controllo della respirazione, la meditazione sono alcuni di questi strumenti. Altrove si usano altre pratiche e, sempre da tempi immemorabili, in Europa, in Asia e nelle Americhe, sono state spesso utilizzate piante psicotrope di varia natura.

Ora, mettere subito in competizione, alla maniera occidentale, lo yoga e il peyote, a mio parere non serve a nulla. È chiaro anche a un topo morto che ingerire sostanze possa essere mediamente più pericoloso che controllare il respiro, ma è anche vero che non è troppo logico liquidare come “negativo” un sistema che viene utilizzato da millenni, spesso con risultati quanto meno interessanti.

Gli allucinogeni utilizzati per scopi spirituali, mistici o religiosi, non hanno niente di sintetico, sono del tutto naturali. Si tratta di piante e funghi, diffusi nelle foreste tropicali e delle zone temperate, dotate di proprietà psicotrope che non sono casuali. Ovvero alcune delle sostanze chimiche che le compongono sono adatte a legarsi con specifici recettori del sistema neurologico umano. Tale legame talvolta può causare una modificazione della coscienza, allucinazioni, stati di trance e mistici.

Prima osservazione: perché questo avvenga è ancora un mistero.

Seconda osservazione, utile per evitare di nuovo perdite di tempo e anticipare osservazioni ridicole di chi ha idee rigide. Una delle osservazioni più stupide che vengano fatte è che le popolazioni del passato inclini al misticismo e a una visione più olistica della vita si siano estinte e non siano state competitive. Niente di più falso. Nonostante la colonizzazione barbara degli europei le antichissime culture come quelle dell’India e dell’Asia in generale non solo sono sopravvissute, ma sono oggi addirittura all’avanguardia nella visione dell’universo. Sono grandi studiosi come Fritjof Capra che hanno sottolineato la convergenza tra antiche concezioni Vediche e fisica quantistica. Nonostante lo sterminio perpetrato da spagnoli e altri popoli europei violenti, e nonostante la distruzione di un patrimonio culturale immenso e antichissimo, le culture mesoamericane non solo influenzano ancora oggi il mondo, ma gruppi indigeni più o meno grandi sono riusciti a sopravvivere, salvando persino costumi e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. E poi non ci vuole una laurea in storia per rendersi conto che anche i grandi greco-romani si sono estinti. E allora? Sono i normali cicli storici, come potrebbe confermare un Toynbee qualsiasi.

Tra queste popolazioni ve ne sono diverse che, per entrare in contatto con le profondità di se stessi, con l’universo e con l’infinito, utilizzano sostanze psicoattive. Come migliaia o forse decine di millenni orsono siano giunti a conoscere queste proprietà delle piante e a utilizzarle in maniera corretta, è un altro mistero, che sarà oggetto di una mia prossima trattazione. In ogni caso ci troviamo di fronte a una tecnologia botanica e farmacologica di altissimo livello proveniente da chissà dove e sviluppatasi in tempi antichissimi. Fatto sta che la conoscenza delle piante, dei minerali, persino degli animali, del vento e di altri elementi naturali per la cura delle persone sul piano fisico, spirituale e della coscienza, di queste persone è profonda e grandissima. Così grande, lo dico a beneficio degli appassionati della pericolosissima razionalità, da interessare professori emeriti di biochimica, farmacologia, botanica e fisica quantistica delle migliori università del mondo. Come per esempio, tanto per citarne un paio, Richard Evans Shultz, eminente biologo dell’Università di Harvard, e Albert Hoffman, scienziato ricercatore della Sandoz di Basilea, scopritore dell’LSD nel 1938. Scrissero insieme, tra l’altro, il volume “Allucinogeni e Cultura”.

Per una serie di eventi sincronici dei quali non solo non mi stupisco più, ma che addirittura ormai riesco in parte a vivere attivamente, sono entrato in contatto a Rio con una delle popolazioni più strutturate in questo senso, anche se non sono certo i soli: gli Huni Kuin.

Si tratta di una popolazione che vive nelle foreste dello stato amazzonico dell’Acre, in Brasile, al confine con il Perù. Oggi sono più di tremila e il vasto territorio nel quale abitano è di loro proprietà. Sono portatori di una cultura antichissima, in parte misteriosa, che si perde nella notte dei tempi e che è molto ricca. Artigiani sopraffini e artisti. Molti di loro suonano, cantano, dipingono, modellano, creano. Essendo parzialmente in contatto con la cultura occidentale sono in grado di creare un ponte di scambio creativo interessante, cercando di fare attenzione a non distruggere le tradizioni. Oggi alcuni di essi sono laureati in diverse discipline, altri sono anche fotografi e videomaker di livello e altri ancora rappresentano presso gli enti politici federali, la loro tribù. Ma quello che è l’aspetto più interessante è la conoscenza straordinaria dei misteri delle piante, sia per scopi medici e farmacologici che spirituali. Sapienza così profonda e seria da interessare l’Università e il Giardino Botanico di Rio de Janeiro, il Governo Federale e altre università di tutto il mondo, e persino gli esponenti brasiliani della chiesa cattolica.

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Sono stato testimone dell’incontro tra una delegazione di sciamani Huni Kuin e i dirigenti dell’Istituto di Ricerca del Giardino Botanico di Rio. Incontro nel quale si è sancito, tra le altre cose, l’intento di collaborare per la ricerca in futuro.

Gli Huni Kuin, insieme al Giardino Botanico, hanno realizzato un libro, fotografico e di testo, dove vengono illustrate le caratteristiche botaniche e gli usi terapeutici di centinaia di specie tropicali. Una grande vittoria e un grande riconoscimento per questo popolo e per tutte le altre popolazioni indigene, che loro potranno aiutare per un futuro prossimo riscatto. Perché non sono certo i soli. Le popolazioni indigene presenti sul pianeta che non hanno ancora perduto la loro sapienza sono per fortuna ancora abbastanza numerose. Si può fare molto.

Ma quello che degli Huni Kuin è affascinante è il loro profondo equilibrio, la loro serenità e, soprattutto, l’amore. Quello che hanno per se stessi, per la foresta, per gli altri, per gli spiriti. Non si tratta di qualcosa di affascinante per hippy vagamente sognatori e nostalgici, bensì dell’osservazione della loro concreta capacità, ormai collaudata da millenni di vivere in armonia e, oggi, vivere in equilibrio tra due mondi, quello indigeno e quello tecnologico.

Tra le loro caratteristiche si trova un forte misticismo, come lo si può trovare in molte popolazioni indigene. Hanno una forte spiritualità che vivono in serenità e condividono continuamente all’interno delle loro tribù, ma anche con gli occidentali con cui vengono in contatto. In poche parole danno la sensazione di essere tutt’altro che poveri indios perdenti, ma persone molto ben radicate a terra, concrete, che badano all’agricoltura, all’artigianato e al commercio, ma anche alle terapie fisiche e spirituali. Al tempo stesso sono capaci di sognare, di volare, di comunicare con gli spiriti, a livello sorprendentemente profondo. Per fare tutto questo utilizzano la meditazione e l’amore, ma anche le piante, che conoscono e utilizzano da migliaia di anni. L’inizio di questa conoscenza si perde nella notte dei tempi e della leggenda.

In particolare utilizzano il succo di due piante allucinogene Kawa e Hunì, conosciute dalla tassonomia occidentale come Psychotria Viridis e Banisteriopsis Caapi. Come si sia pervenuti millenni orsono a scoprire che le due piante andavano miscelate (per ragioni, sa oggi la scienza occidentale, di carattere biochimico) rimane un mistero. Gli Huni Kuin dicono che tutto quello che sanno sulle piante è tramandato da nove milioni di anni di generazione in generazione e che il primo maestro degli antenati arcaici fu Jiboia, l’Anaconda Sacro. Su queste tematiche di ordine mitico e cosmogonico tornerò in futuro con altri scritti, poiché sono troppo complesse e ci porterebbero ora troppo lontano.

Quello che interessa sapere è che non si tratta affatto di quattro indigeni sballoni disperati, bensì di popoli con una fortissima identità, un passato antico, solide radici, una sapienza profonda e nei quali si trovano anche persone che sono state in grado di andare a insegnare in università occidentali. Questi ragionamenti valgono per numerosi altri popoli.

Questo genere di persone, abituate a vivere nella foresta, immerse nelle piante, ha un rapporto con esse e con la natura, estremamente profondo e articolato. Frequentandoli potrei dire di aver avuto la sensazione che, in qualche modo, siano essi stessi, in parte, delle piante. Sono clorofilliani. Hanno nell’aspetto spesso qualcosa che ricorda semi, arbusti, radici, petali. Credo che l’uomo occidentale, dipendente dalle piante né più né meno che come tutti gli altri, visto che anch’esso si ciba di semi (il pane, il riso), radici (le patate), frutti e ortaggi, debba recuperare il rapporto non solo con se stesso e la natura, ma anche con il mondo vegetale in particolare. Le piante non sono solo cibo, ma anche rimedio, abiti e rifugio. Con le piante si fa tutto, incluso nutrire gli animali che alla fine danno latte e carne. Per un occidentale ormai tutte queste cose non sono altro che prodotti di un supermercato o di un negozio, ovvero la “coscienza” di che cosa sia ciò che mangiamo o usiamo per vestirci è ormai ridotta quasi a zero. Per un indigeno le piante sono amici, spiriti che ci indicano la via, alleati, entità da amare. Fra queste anche quelle che chiamano le “piante del sogno”, le quali possono stimolare sogni speciali o le piante sacre del “cammino incantato”, che possono portare in volo a “vedere” l’universo e la propria vita in modo diverso.

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Alla luce di tali considerazioni ho sperimentato su me stesso la miscela sacra delle due piante Kawa e Hunì: l’Ayahuasca. Ho vissuto un’esperienza interessante e profonda che ho raccontato perché amo condividere e lo ritengo proficuo sul piano culturale e umano. Il racconto si trova a questo link: Allucinogeni sacri – Ayahuasca.

Al di là di ciò, tutto quanto riguarda l’esplorazione della mente, della coscienza, della psiche è ancora all’inizio. Si stanno recuperando antiche tradizioni allucinogene, ma si usano ormai da decenni lo yoga, la respirazione, e altre pratiche. Credo che l’obbiettivo non siano certo lo sballo, o solo il recupero dello stress o il rilassamento, bensì la ricerca di una nuova coscienza, più espansa. Una coscienza che tenga conto di quelli che sono i veri obbiettivi e significati della vita umana, che non sarò certo io a enumerare, ma che mi permetto di ipotizzare non siano la competizione, il conflitto, il possesso e la sopraffazione. Queste ultime sono nient’altro che la vera barbarie. La vera società barbara è quella occidentale odierna, che senza dubbio ha prodotto cose positive come la chirurgia, internet, l’attenzione ai diritti umani, il land-rover e la pizza, ma pagando un prezzo altissimo in termini di devastazione del territorio, della natura e, soprattutto, di vite e anime umane. Nel complesso, sebbene si siano ottenuti in vari campi risultati ottimi, siamo al fallimento in termini di vero “ben-essere” e letteralmente nei pasticci per quanto riguarda una serie di problemi quali l’estinzione di diverse specie, la depauperazione delle risorse e del territorio, l’equilibrio naturale. Abbiamo vinto il vaiolo, ma siamo devastati dal cancro.

Naturalmente non sto minimamente dicendo che assumere allucinogeni sia la soluzione a questi mali, ci mancherebbe altro. E non ritengo nemmeno che tutto ciò che è antico e tradizionale sia meglio. Quello che dico è che dare attenzione a nuove, ma anche antichissime metodologie per lo sviluppo della coscienza e l’approfondimento di quella che è la nostra Vera Vita, sia fondamentale per un futuro di pace, armonia ed equilibrio sia personali che per tutta l’umanità.

Testo e foto: MVillone

Meccanismi di distruzione (e di ricostruzione) di massa

Ho promesso che per un po’ avrei scritto su argomenti positivi. Non mi sottraggo a questa promessa che, tra l’altro, onoro agevolmente, visto che il mondo è strapieno di persone meravigliose che lottano con risultati apprezzabili per l’equilibrio e la luce. Tuttavia non posso esimermi di continuare, qua e là, a condividere ciò che vedo accadere in tutto il mondo.

Opera di artista indio, Alagoas, Brasile

Opera di artista indio, Alagoas, Brasile

Sto attraversando il Brasile con un mio mezzo di trasporto, impresa ardua di migliaia di chilometri, che però mi permette di entrare in contatto con realtà locali spesso nascoste. Come piccoli paesi e città fuori dai circuiti turistici o comunque poco conosciute in alcuni loro aspetti.

Piccoli paesi brasiliani, nei quali fino a pochissimo tempo fa si viveva tranquillamente con le porte spalancate, si stanno attrezzando per i nuovi assetti sociali. Accade quello che purtroppo ho già vissuto in Italia nei decenni scorsi. L’amata cascina nelle campagne piemontesi, in cui passavo felici estati negli anni ’60 e ’70, non aveva bisogno di serrature. La porta sul cortile si apriva da fuori tirando un cordino collegato col chiavistello interno e quella sul retro si chiudeva la sera, se qualcuno si ricordava di farlo. Poi le cose cambiarono e oggi la porta sul cortile è dotata di una Antonioli a quattro mandate, mentre sul retro c’è un cancello di ferro con il lucchetto.

Tornando ai paesini di pescatori, tranquilli avamposti dell’infinito fino a pochi anni fa, oggi sono covi di narcotraffico, tossici, malandri, prostitute e violenza. Solo l’altro giorno sono passato in uno di questi dove, in una sparatoria, la polizia ha freddato un ragazzo. Le case sono ormai dei bunker con le grate alle finestre e il filo spinato elettrificato sui muretti. Molte cose stanno cambiando.

Ma vediamo i meccanismi, semplici concettualmente come complessi nelle loro relazioni sociali, di mercato, psicologiche e spirituali. Li semplificherò al massimo poiché la matrice è relativamente facile da individuare.

Non c’è casa, capanna o la baracca più fatiscente, nel mondo, che non abbia una parabolica sulla testa. Possono mancare le mutande, il cibo, l’istruzione, uno straccio di motivazione a vivere, ma la merda mediatica quotidiana non deve mancare, quella no, per carità.

Non è certo tutto uno schifo ciò che propone la TV, ma abbonda indecentemente di apologia della ricchezza, come fosse la soluzione di tutti i mali, la vera meta della vita. La ricchezza di bassa lega propugnata da media, pubblicitari e aziende è davvero penosa, con le loro auto da classe media, merendine velenose, moto di dubbio gusto, vestiti che scimmiottano i ricchi e i nobili, venduti come chissà che figh,i e che invece sono molto spesso sull’orlo del suicidio. Ma che cazzo ne sa di tutto ciò un ragazzetto di periferia, di slum o di un villaggio qualunque? L’ipnosi mediatica lo convince che suo padre è stato un coglione a passare tutti i giorni della sua vita in mezzo al mare e che sua madre è ridicola con quei vestiti antichi.

Tutte le cose belle (?) che hanno i ricchi miglioreranno la tua miserabile esistenza. La Tv lo spiega benissimo. 1. Per essere felice devi possedere. 2. Per possedere devi avere denaro. 3. Per avere denaro ci sono diverse strade: averlo già in partenza; ottenerlo lavorando onestamente; oppure….. Quello che non c’è nelle istruzioni è come trovarlo il lavoro, specie se i tuoi genitori non hanno potuto farti studiare e non hai imparato a fare niente, perché l’artigiano, come quel cretino di tuo nonno, è una occupazione miserabile e vecchia.

Ma la TV incalza, con tutte quelle belle auto e quella figa; e il testosterone non è che sia una sostanza leggera, è roba da maneggiare con cura. Allora, se per fortuna, per karma o per amore hai un barlume di coscienza e di volontà cercherai di trovare una soluzione onesta, roba quasi da santi in un qualsiasi slum. Sennò prima o poi per non impazzire assumerai delle sostanze, sempre peggiori, sempre più a buon mercato, sempre più sintetiche. Per pagartele le dovrai vendere, per venderle ti dovrai difendere dalla polizia, perché sono illegali. Sono illegali perché è molto più comodo e demagogico reprimere che capire, con il fantastico effetto collaterale di alzare i prezzi e far guadagnare così non solo i narcos, ma anche le polizie, le banche e i governi corrotti di tutto il mondo, che si fregano le mani per la miserabile pochezza umana dei poveri ignoranti che, a milioni, ci lasceranno la pelle.

Così José a 16 anni ha deciso che anche lui è figo con la 38 special, si scopa un sacco di ragazze, diventerà un boss. Sa che finirà presto con una pallottola nella schiena, ma se la vita è uno schifo chissenefrega. Tanto vale prendere a piene mani, tutto e subito, poi si vedrà. A 18 anni avrà già ucciso 30, 40 volte, avrà gli occhi iniettati di sangue, sempre fatto come un cavallo di roba che lo fa sentire potente, non avrà più limiti, per lo meno in quella melma che lui conosce benissimo. Finché un giorno come qualsiasi altro…

“Gli sbirri, gli sbirri!” – grida Pedro.

“Cazzo! Prendi la roba e usciamo dal retro!” – Josè, in orbita col cervello ormai chimico.

“Ci sono anche due elicotteri!” – Pedro è terrorizzato.

“Ma non li avevi pagati? Cazzo!”

“Volevano troppo stavolta. Già diamo un casino di soldi alla Milicia e agli spazzini che portano la roba coi camion della spazzatura”.

Escono dal retro di corsa in una viuzza con la roba e i revolver in mano. Cazzo no! Cazzo no! Il battaglione di shock! Con i Barrett M82A1, i fucili di precisione dell’esercito brasiliano che Josè ci teneva tanto ad averne uno prima o poi. Allora fanno sul serio stavolta. È un attimo, che sembra un’eternità, sembra quasi di vederla, la pallottola, che arriva, inesorabile, devastando il petto di Josè, dove forse un tempo, quando era ancora piccolo, c’era stato anche un cuore. Nessuno saprà mai se Josè, che ora non esiste più, aveva avuto il tempo di pensare: almeno non nella schiena…

Rio de Janeiro. Grattacieli della "classe media" - ©mvillone

Rio de Janeiro. Grattacieli della “classe media” – ©mvillone

Storie così, in tutto il mondo, sono a decine, forse centinaia di migliaia. E se non sono proprio come questa sono anche peggio. Sono tutte storie di abbandono. Ragazzi abbandonati da una umanità che crede di crescere ed evolversi producendo sempre più cianfrusaglie inutili, parlando di sviluppo del mercato, di espansione della classe media, ovvero schiavi che vanno a vivere in alveari-prigione come quelli nella foto, facendo lavori senzanima che non li interessano affatto e che li faranno diventare automi assenteisti, forse ancora più morti di José.

Nel frattempo, mentre nel sottobosco umano si consumano le tragedie della vita e della morte, i benestanti, anche quelli evoluti, si trovano a fare i conti con paradisi devastati da mostruosità urbane senza senso o con paradisi a cui è stata strappata l’anima e dove pescatori e artigiani devono fare i servi per turisti inconsapevoli e arroganti.

Grazie. Possiamo dire grazie alla mafia. Laddove la mafia non è nemmeno più “La Mafia”, un’organizzazione antica, orrenda, violenta, fuorilegge e spietata, ma con le sue regole. Ormai la mafia è un coacervo del vuoto presente nei cuori e nelle menti di banchieri, capi di governo, delinquenti ricchissimi e feroci, ministri, deputati, sindaci, imprenditori senza scrupolo alcuno o semplicemente poveri disgraziati ignoranti che non hanno la minima idea di cosa siano la vita e la bellezza.

La cultura mafiosa ha travalicato i limiti umani rendendo milioni di persone vampiri che amano l’oscurità e sguazzare nella melma.

Possiamo anche dire grazie a governi come quello americano che, anziché peritarsi di capire cosa sia l’Islam, preferisce massacrarne gli esponenti, mandando contemporaneamente al massacro migliaia dei propri giovani soldati. Gente povera che, magistralmente pilotata, non ha altra alternativa in America, che fare il soldato. Grazie al governo brasiliano che ha speso letteralmente miliardi per Coppa del Mondo e Olimpiadi, lasciando nella stramerda, soprattutto senza educazione e istruzione, milioni dei propri ragazzi. Grazie agli esponenti del governo italiano che, anziché preoccuparsi di dare di nuovo lavoro alle menti eccelse e alle persone oneste che, per loro disgrazia si trovano ancora lì, non mancano di ritirare i loro lauti stipendi e le loro assurde pensioni, per passare il tempo a insultarsi a vicenda. O grazie a governi come quello cinese, che manipolando i suoi miliardi di automi si preoccupa soltanto di comprare tutto quello che può, Africa compresa, per vendere tutto quello che può: cianfrusaglie senza alcun valore.

Grazie a tutti. Ma sapete che cazzo vi dico? Che potremmo fare molto meglio da soli. È ora che vi leviate dai coglioni.

Il lavoro che sto facendo, oltre a documentare inferni e paradisi è quello di avviarmi su un cammino diverso, dove non provare più rabbia per questi miserabili, ma infinita compassione, e mostrare ad altri che ci sono i presupposti per guardarli con compassione, ma levarceli dalle palle. Ci saranno anche detrattori (anzi ci sono) che moriranno dal ridere a sentirmi parlare di lavoro su una cosa che mi finanzio personalmente e che nessuno controlla. Per loro il lavoro deve essere appunto controllo, manipolazione, noia, dovere, per produrre reddito. Nient’altro. Per me invece il lavoro è la missione che uno si sceglie, anche se lo fa nel quartiere di casa, basta che lo faccia seriamente e con l’anima e non solo per sbarcare il lunario o per accumulare chissà che.

Artisti, artigiani, creativi, tutte le persone qualsiasi che ancora credono che “SI PUO’ FARE per Dio!”, anche se finora non hanno avuto il successo che meritano, anche se si sentono degli sfigati (ne sappiamo tutti qualcosa), perché li hanno convinti che le cose che desideravano veramente, fin da piccoli erano solo cretinate, sono i guerrieri del XXI secolo che potranno (e dovranno) porre fine a questo schifo.

Le persone comuni che hanno ancora voglia di credere che sia possibile non solo uscire da questa situazione, ma addirittura ribaltarla, tornando a sperare in un mondo in equilibrio tra bene e male, e non governato dal vuoto, non hanno altra via d’uscita che amare, meditare, creare, condividere e provare compassione per tutti, nessuno escluso, a cominciare da se stessi.

La prima e l’ultima foto di questo articolo sono dell’autore e ritraggono due delle opere di un artista indio dell’Alagoas, Brasile. Me ne sono imbattuto per caso, in mezzo a un palmeto, dove girovagavo senza meta. Si trovano, fisse, nell’area circostante la capanna di paglia dove vive, davanti all’oceano. Sono straordinarie. Non sono in vendita.

Opera di artista indio, Alagoas, Brasile

Opera di artista indio, Alagoas, Brasile